È difficile condensare in un articolo cosa è stato il mio Tor Des Glaciers. Una settimana di emozioni, sentieri, albe e tramonti. Parto dalla cosa più bella, quella che mi resterà in testa per sempre: non aver mai avuto una crisi, una fatica, una sofferenza, ma essere stato sempre bene. Per 144 ore l’unico pensiero è stato la felicità di essere dov’ero. A chiunque mi chieda come è stata questa esperienza, mi viene spontaneo rispondere che il Glaciers puoi farlo solo se ami quella situazione. C’è bisogno di abitudine, forse ancora più che di allenamento: l’abitudine a vivere la montagna più autentica e reale in tutta la sua essenza. Sì, perché il Glaciers è montagna. Serve la passione a passare ore e giorni da soli tra i sentieri, a vivere come “casa” i rifugi, a essere pronti a non trovare acqua né ristori per chilometri. Tutto questo senza dimenticare che si è in una competizione: contano anche il tempo e la classifica. Ma non puoi andare fuori giri. Per fare bene, devi stare sempre bene. Credo che gare lunghe come queste non si possano vivere come una sofferenza. Ti devono rendere felice ogni istante, altrimenti la testa non regge.
Ho corso tre volte il Tor des Géants, la gara che percorre il perimetro della Valle d’Aosta lungo l’Alta Via 1 e 2. Nel 2019 si fa strada l’idea di creare una gara più lunga, più alta, al cospetto dei grandi ghiacciai della Valle. Nasce così il Tor des Glaciers: 450 km con 33mila metri di dislivello. L’intenzione è valorizzare le Alte Vie meno note, come la 3 e la 4, perché più difficilmente raggiungibili e a tratti “attrezzate”, con passaggi su corde e scale. Il Tor des Glaciers parte il venerdì alle 20 dalla piazza di Courmayeur. Personalmente non amo le partenze serali. Passi tutto il giorno senza sapere cosa fare e, per quanto provi a riposarti, non ci riesci. Ma eccoci: inizia il conto alla rovescia e si comincia. Prima destinazione: il Rifugio Maison Vieille sopra Courmayeur, dove c’è il primo ristoro. Parto con molta calma. Iniziamo subito con una bella salita, le frontali accese, siamo in tanti, tantissimi, tutti sullo stesso sentiero. Non ho voluto provare nulla del percorso: conosco già i tratti in comune con il Tor des Géants, ma per il resto è un’avventura. La gara è tutta in “navigazione”, ovvero non è segnata con le balise: abbiamo la traccia sull’orologio, nel mio caso il Suunto Race 1, che ci guida fino all’arrivo. Siamo sugli stessi sentieri dell’UTMB che sono abituato a fare in discesa: normalmente arrivando da Chamonix si scende su Courmayeur, un tratto che non amo per nulla. Mi piace molto di più in salita, come sto facendo ora. Ci dirigiamo verso il Rifugio Elisabetta: la temperatura notturna è perfetta, siamo ancora in tanti. Cerco di mantenere un ritmo lento, mentre vedo che tutti in salita provano ad andare veloci. Non ne capisco il senso, dovendo affrontare minimo una settimana di gara. Si punta a La Thuile, con un tratto di discesa su una poderale larga e facile: fatico a tenere le gambe e decido che va bene anche correre più veloce. Da La Thuile si sale al Rifugio Deffeyes: passa così la prima notte e, come previsto, non si dorme – nelle prime ore è impossibile fermarsi per farlo. In realtà non ho pensato molto a come affrontare questa gara, tranne che per due aspetti. Il primo: in una gara così lunga è importante dormire. Meglio farlo al centro della notte, correndo nelle prime ore del buio e ripartendo all’alba o prima, così da non dare al cervello l’idea di riposare una notte intera. Il secondo: bisogna mangiare tanto, provando a pianificare l’alimentazione come se fosse una giornata quasi normale e, soprattutto nella prima parte di gara, optando per cibo vero – nel mio caso pasta, riso, pane.
Arriva il primo colle che si può definire “alpinistico”: il Colle Planaval, a 3000 metri. Non è particolarmente impegnativo in salita, ma appena scolliniamo vedo nella notte una discesa di “sfasciume”: pietre scivolose, neve in basso. Mi armo di pazienza e, tra una scivolata e l’altra, riesco a raggiungere il sentiero a valle, che invece conosco bene. Alba sui sentieri, discesa, colazione camminando con un piatto di pasta e si riparte con una bella salita. Adesso il mio unico pensiero è andare piano e fare di tutto per restare riposato il più possibile per i prossimi giorni. Già, perché in questa gara è più facile pensare in termini di giorni che di ore o chilometri. La giornata passa facilmente, la temperatura è perfetta. Incontro tante persone sul percorso e spesso faccio dei tratti in compagnia, tra chiacchiere e corse leggere insieme. Sta per arrivare la notte: l’obiettivo è raggiungere il Rifugio Savoia e dormire per la prima volta, così da affrontare il Gran Neyron riposati. A detta di tutti, è uno dei passaggi più delicati: un tratto attrezzato in discesa con catene, scale e corde, e in più negli scorsi giorni ha fatto un po’ di neve. Inizio la salita – ripida, ma non difficile – da solo, di notte. Prima di affrontare la discesa, per precauzione metto i ramponi. La approccio con molta calma, ma è più facile del previsto e quando albeggia ho finito. Proseguo su un tratto stupendo che mi porta all’imbocco del Col Loison: qui mi sento a casa, conosco tutto benissimo fino alla base vita di Cogne. Faccio un passaggio veloce al Rifugio Sella per una colazione con pane e marmellata. Bevo tanto, perché una delle particolarità di questa gara è che i ristori sono distanti: era dal Rifugio Chabod (20 km prima, circa 7 ore) che non trovavamo nulla. Adesso si pensa solo a raggiungere la prima base vita a Cogne. Lì mi fermo pochissimo: il tempo di mangiare, cambiare le calze, ricaricare lo zaino e via verso il ristoro successivo, che sarà il Rifugio Grauson, un posto bellissimo che raggiungo verso il tramonto e dove mi fermo a mangiare un piatto di ottima polenta. I gestori dei rifugi sembrano amare il Glaciers e i suoi concorrenti, e si vede che sono legati alla montagna, con quello spirito che solo chi vive in quota riesce a preservare. Esco dal rifugio con un francese e una svizzera, ma dopo poco mi raggiunge Luca Papi: partiamo insieme e capiamo subito di avere lo stesso passo e, soprattutto, lo stesso approccio alla gara. Comincia la notte, scolliniamo la Fenêtre de Champorcher. Da qui inizia una lunga e orribile discesa fino a Chardonnay, un altro tratto in comune con il Tor des Géants, e poi la salita al Col Fricolle, un sentiero poco frequentato e che si perde spesso: non il massimo al buio, ma passa anche questo. Qualche colpo di sonno, ma lo superiamo chiacchierando di continuo. Il sentiero è una lunga pietraia: quando finalmente finisce, abbiamo 3 km di discesa e poi un ultimo km fino al Rifugio Retempio, dove arriviamo ancora con il buio. Qui si mangia e ci si mette subito a dormire per un’ora e mezza. Ci svegliamo già con il sole, pronti per la lunga salita e poi la discesa verso Donnas. In base vita c’è Patrick, un volto amico che sa dare una forza e un’energia incredibili. Sempre con Luca, saliamo verso il Rifugio Coda. Per la prima volta troviamo un grandissimo caldo. Dopo un sonno di venti minuti al Coda, proseguiamo con l’idea di dormire al Barmassa, dove ci fermiamo di nuovo per un’ora e mezza. Arriviamo a Niel, poi a Gressoney. È l’ultima base vita: faccio una lunga pausa per mangiare bene e, mantenendo la lucidità, recupero tutto il necessario – non avrò altre occasioni per farlo. Marco, un amico che è venuto a farmi assistenza, mi aiuta a ricordare tutto: le batterie della frontale cariche, i gel per i tratti senza ristori. Mi fa trovare dei ghiaccioli, come gli avevo chiesto: sono piccole cose che rendono tutto più facile.
Ci siamo: è l’ultimo tratto, da qui a Courmayeur manca meno di una “cento miglia”. Il primo ristoro dopo Gressoney è il Rifugio Sitten: qui Salvatore, uno dei miei più cari amici, mi fa trovare un’enorme insalata di pomodori e un piatto di verdure grigliate con pane e olio extravergine. Incredibile quanto un piatto così semplice ti renda felice in questa situazione. Io e Luca ripartiamo insieme: corriamo, chiacchieriamo, tutto scorre con immensa facilità. Il nostro obiettivo è l’hotel Stambecco sopra Cervinia, dove dormiremo per l’ultima volta prima dell’arrivo. Nella notte sale un vento gelido e fortissimo che ci butta a terra, ma dobbiamo andare avanti. Impieghiamo tutta la giornata a superare la valle di Cervinia. Sappiamo che ci manca l’ultimo colle complicato e ci piacerebbe raggiungerlo con la luce, ma presto capiamo che non sarà possibile. Iniziamo così la dura salita del Col Gelé con il buio, ma è la discesa che si rivela da subito lunga e complicata. Tra perdite di sentiero e decine di cadute, per due ore avanziamo a un km all’ora. Dopo più di tre ore arriviamo finalmente al bivacco che segna la fine del sentiero difficile. Riprendiamo a correre, destinazione Rifugio Champillon. Qui ho la prima vera crisi di sonno di tutta la gara. Ci buttiamo per due volte a terra a dormire, inutile proseguire. Con fatica raggiungiamo il rifugio. Dopo un’abbondante colazione, il sonno è passato e decido di partire. Luca ha fretta, deve per forza raggiungere Courmayeur in 12 ore: nella prima discesa accelera e lo perdo. Non ho il coraggio di fare lo stesso. Mancano 50 km, sto benissimo e voglio continuare a stare bene fino alla fine. Inizia la salita verso il Colle San Bernardo, fa caldissimo, una condizione che patisco parecchio. Mi sento bene di gambe, ma decisamente debole: come ho poi capito nei giorni successivi, stavo bevendo troppo poco per quel caldo. Con una salita faticosissima e stupenda raggiungo il Gran San Bernardo, e poi manca solo la salita al Rifugio Frassati. Sono in una vallata incantevole. Rallento e mi godo ogni passo. Arriverò con più calma, ma voglio arrivare felice. Quando manca solo la salita al Malatrà sento ancora più caldo, nonostante abbia appena mangiato e bevuto. Le alte temperature della mattinata mi hanno tolto le ultime forze, eppure le gambe in salita mi permettono ancora di correre veloce. L’umore è altissimo, voglio solo arrivare. Inizio la discesa, ma sono molto lento. Arriva il tramonto, la temperatura cala: mancano 9 km, mi sento di nuovo benissimo, posso correre. Certo, manca la discesa dal Rifugio Bertone, quei 3 km che ogni volta sono un patimento, ma passano anche questi. Arrivo sull’asfalto che conduce in paese. Corro, corro, corro senza fatica: le gambe vanno da sole. Trovo mia mamma: il tempo di un abbraccio e proseguo lungo via Roma, fino all’arrivo. Sto concludendo il loop attorno alla Valle d’Aosta. Ivan Parasacco e Silvano Gadin scandiscono il mio nome. È finita. 144 ore dopo sono di nuovo a Courmayeur. In tante ore ho avuto solo una vera crisi, data dal caldo. Tutte le altre sono passate con entusiasmo continuo e un unico pensiero: la gioia di essere esattamente dov’ero.










