18 volte verso il cielo
WORDS → Arianna Colombo
Pics → Daniele Molineris
DATE → 2026-09-25
Aaron Durogati ha riscritto i limiti dell’Hike&Fly: 19.424 metri di dislivello in 24 ore sulla Slogen Mountain, in Norvegia.
Arriva da un allenamento, come se dopo un’impresa capace di riscrivere i limiti dell’Hike & Fly ci fosse ancora una sola cosa da fare: continuare a lavorare. È forse questo il tratto più rappresentativo di Aaron Durogati, atleta Salewa People, campione in carica della Red Bull X-Alps e autore del nuovo record mondiale di dislivello positivo in 24 ore: tra il 6 e il 7 giugno 2026 ha inanellato 18 ascese consecutive sulla Slogen Mountain, in Norvegia, per un totale di 19.424 metri di salita in 23 ore, 42 minuti e 32 secondi. Un risultato che ha superato il precedente record di 17.534 metri e che racconta soprattutto una filosofia: nessun traguardo arriva senza una preparazione quotidiana e una dedizione costante.
Per chi non conosce l’Hike & Fly, come spiegheresti questa disciplina e cosa la rende così affascinante? L’Hike & Fly è una disciplina che unisce due mondi: la salita in montagna e il volo in parapendio. La parte “hike” significa raggiungere il decollo con le proprie gambe, spesso partendo dal fondovalle e arrivando sopra il limite del bosco o su creste e cime. Il concetto fondamentale è proprio questo: conquistarsi la quota con le proprie forze e poi utilizzare il volo come modo per scendere o per spostarsi. Esistono diverse interpretazioni di questa disciplina e anche diversi materiali a seconda dell’obiettivo. Per la Red Bull X-Alps, ad esempio, utilizzo un parapendio leggermente più pesante, intorno ai 3-3,5 kg, che in condizioni favorevoli permette di fare voli anche molto lunghi, fino a 300 chilometri. Per il record invece ho scelto un approccio diverso: un parapendio da meno di un chilo, molto leggero, pensato per essere efficiente nella discesa e permettermi di risparmiare tempo e fatica. L’Hike & Fly è bello proprio perché lascia spazio a tante interpretazioni: può essere esplorazione, gara, avventura o ricerca del limite personale.
Quando hai iniziato a pensare che questo record fosse davvero possibile? C’è stato un momento preciso in cui hai deciso di provarci? L’idea nasce da molto lontano, direi quasi dieci anni fa. Era un progetto che avevo sempre avuto nella testa, ma prima dovevo trovare il posto giusto e il momento giusto per dedicarci davvero energia. La mia carriera è sempre stata caratterizzata da cicli: nel 2013, dopo aver vinto la Coppa del Mondo, ho iniziato a concentrarmi sulla Red Bull X-Alps. Dopo averla vinta, si è chiuso un cerchio e ho avuto finalmente la possibilità di dedicarmi a questo progetto. La montagna ideale è arrivata quasi per caso. Nell’ottobre 2025 sono stato invitato in Norvegia per un evento privato e l’organizzatore mi ha portato sulla Slogen Mountain, una montagna dove anche Kilian Jornet aveva realizzato una delle sue migliori performance. Ho fatto la prima salita, sono decollato e ho capito immediatamente che poteva essere il posto perfetto.
Aveva tutte le caratteristiche che cercavo: durante l’estate ci sono praticamente 24 ore di luce, non servono permessi particolari per volare e soprattutto si può partire dal livello del mare. Questo significa avere più ossigeno e poter sfruttare meglio il dislivello. Era il luogo giusto.
In 24 ore hai ripetuto lo stesso ciclo diciotto volte: salita, decollo, volo, atterraggio e di nuovo da capo. Qual è stata la parte più difficile da gestire, fisicamente o mentalmente? La parte più delicata è stata sicuramente la gestione dello stomaco: riuscire a nutrirsi e idratarsi correttamente per così tante ore è fondamentale. Per arrivare pronto ho fatto diversi test specifici: uno di 12 ore e uno di 16 ore a metà maggio. Il primo mi ha dato qualche problema proprio a livello digestivo, ma è stato utile perché mi ha permesso di correggere gli errori prima del secondo test. Dietro questo record c’è stata una grande struttura: preparatori, nutrizionisti, medici e il supporto di Red Bull. Non era solo una questione di allenamento fisico, ma di costruire un sistema che mi permettesse di arrivare alla fine. Durante la prova assumevo circa 90-110 grammi di carboidrati all’ora, equivalenti a circa tre gel ogni ora.
In un’impresa così lunga immagino ci siano momenti di crisi. Ne hai vissuto qualcuno? Come sei riuscito a superarli? Il secondo giro è stato sicuramente il momento più difficile. Il primo era caratterizzato dall’adrenalina della partenza, dalla motivazione e dall’energia del progetto. Poi, dopo circa un’ora e un quarto di cammino, ho guardato l’orologio e ho pensato: “Sono solo all’inizio”. Per una decina di minuti ho avuto un momento difficile, ma sono riuscito subito a rimettermi nell’ordine giusto delle idee. Da lì in poi sono entrato nel mio ritmo, nel cosiddetto “flow”, e ho iniziato semplicemente a concentrarmi su una salita alla volta.
C’è stato un momento della giornata che ricorderai più di tutti? Un volo, un’alba, una sensazione particolare? Ci sono tanti momenti che porterò con me. Sicuramente le persone che hanno condiviso anche solo una parte dell’avventura hanno avuto un ruolo importante. Ricordo i supporter norvegesi che sono saliti con me: anche averli accanto per pochi minuti era una grande motivazione. Quando poi riuscivo a staccarli in salita, quella sensazione mi dava ulteriore energia. Ricordo Riccardo, il mio supporter, ma soprattutto mia moglie Johanna, che mi aspettava agli atterraggi insieme alla nutrizionista. E poi il finale: gli ultimi cento metri, quando ho visto le persone che già stavano festeggiando il mio arrivo. È stata un’emozione incredibile.
Molti pensano che un record sia solo una questione di preparazione fisica. Quanto conta invece la gestione mentale? La componente mentale è fondamentale. Sono stato supportato anche da un mental trainer di Red Bull, ma ho sempre lavorato molto su questo aspetto durante tutta la mia carriera. Per questo progetto ho dovuto rispolverare alcuni concetti che avevo già interiorizzato. La differenza rispetto a una gara è che qui sei completamente solo con te stesso. Nella competizione hai avversari, strategie, dinamiche esterne. In un record invece la responsabilità è totalmente tua: è il tuo progetto. Ed è proprio questo che lo rende speciale. Ero convinto di poter raggiungere almeno i 18.000 metri di dislivello, ma arrivare a 19.424 è stato qualcosa che ha sorpreso anche me.
L’Hike & Fly è un continuo dialogo con la montagna e con il meteo. Quanto è importante saper cambiare piano e adattarsi? Come in tutti gli sport outdoor, la capacità di adattarsi è fondamentale. La giornata era buona, ma non perfetta: ho trovato due volte pioggia e anche vento sostenuto. Fortunatamente la direzione era quella giusta e mi ha permesso di continuare. Su 18 decolli, solo uno non sono riuscito a farlo dalla quota prevista di 1.100 metri e sono dovuto partire da circa 900. Alla fine ho concluso alle 23:30. Avrei potuto forse raggiungere anche 19.600 metri, ma un temporale è passato a meno di 10 chilometri dalla montagna e il cielo si è chiuso. Mi ero comunque allenato anche per gestire voli al buio, quindi ero pronto a ogni situazione.
Durante una prova così estrema, come gestisci alimentazione, idratazione e recupero? Sono stato seguito dalla nutrizionista Nataly e abbiamo studiato tutto nel dettaglio. Durante la salita bevevo circa mezzo litro d’acqua con 40 grammi di carboidrati liquidi, mentre il resto arrivava principalmente attraverso i gel. Ho utilizzato pochissima caffeina. Mi sono portato anche qualcosa di più “normale”, come prodotti altoatesini: Schüttelbrot e salatini. Tre volte durante la prova ho mangiato una minestra di pollo con stelline, che era un momento importante anche dal punto di vista mentale. Dopo tante ore, anche un piccolo gesto come mangiare qualcosa di caldo diventa fondamentale.
Dopo aver raggiunto un traguardo così importante, cosa ti lascia questa esperienza a livello personale? Sicuramente una conferma: quando ho un obiettivo posso raggiungerlo, ma solo attraverso costanza e determinazione. È qualcosa che ho imparato molte volte nella mia carriera, ma ogni progetto nuovo te lo ricorda in modo diverso.
E adesso? Ti godi questo record o la tua mente è già rivolta alla prossima sfida? La testa è già rivolta alle prossime sfide. Ho appena partecipato a una gara a Kitzbühel e farò altre due competizioni di long distance che considero anche allenamento in vista della prossima Red Bull X-Alps, soprattutto per conoscere meglio il nuovo team che mi seguirà. La Dolomiti Super Fly sarà uno degli appuntamenti più importanti della stagione e il mio obiettivo è vincerla. Anche la Red Bull Dolomitenmann è una gara molto adatta alle mie caratteristiche: l’ho già vinta cinque volte, ma il record è di sette vittorie. Mi piacerebbe arrivare a otto.
Dopo diciotto salite e diciotto voli, il record rimane un numero. Qual è invece l’immagine o l’emozione che porterai con te per sempre? L’immagine più forte è sicuramente Johanna che mi aspetta all’atterraggio. È rimasta sveglia 24 ore per sostenermi e per non perdersi nulla di quello che stava succedendo. Il venerdì prima della prova era venuta a trovarmi, il giorno prima del mio compleanno (che ho festeggiato andando a letto presto). Abbiamo guardato il meteo insieme e lei mi ha detto semplicemente: “Vai a dormire. Domenica provi”. E così è stato. Senza di lei e senza tutte le persone che mi hanno supportato non sarei mai riuscito a fare questa cosa. Un record può avere un solo nome, ma dietro c’è sempre una squadra.










