Frank Lotta — Dalla radio alle spedizioni in bici

WORDS → ILARIA CHIAVACCI

PHOTOS → PAOLO MARTELLI e frank lotta

DATE → 2026-03-05

Lo speaker radiofonico con la passione per i viaggi in solitaria questa volta è andato in Patagonia in bicicletta, insieme a un fotografo e a un fixer, per raccontare questa terra straordinaria attraverso le storie delle persone che la vivono.

Frank Lotta, al secolo Francesco, è un dj radiofonico e, soprattutto, un appassionato esploratore. Ha iniziato con viaggi a piedi e in solitaria, arrivando ad avventure sempre più intense: l’ultima in Patagonia, dove ha girato un docufilm per raccontare questa mitica terra attraverso le persone che la abitano. L’esperienza, condivisa con il fotografo Paolo Penni Martelli e il “maestro di viaggi” Willy Mulonía, è anche diventata il libro “Patagonia – Viaggio in bici ai confini del mondo”, pubblicato da Terre di mezzo Editore.
«Un paio di anni dopo essere arrivato in radio, mi è venuta voglia di sperimentare mondi e situazioni diverse rispetto a quelle che vivevo. Per uno che fa il mio lavoro, arrivare a fare lo speaker a Radio Deejay è paragonabile a fare il primo Ottomila. A quel punto le strade sono due: per rimanere nella metafora montanara, o inizi a fare tutti gli Ottomila, o cambi scopo e genere». Per Frank Lotta è stato così: dopo tre anni trascorsi sugli Ottomila delle stazioni radiofoniche italiane, per così dire, gli è capitato tra le mani l’intervista a un viaggiatore che aveva fatto il Cammino di Santiago, Marco De Ambrogio. Fu lui a dire una frase che cambiò tutto: «È il cammino che chiama te, non tu che lo scegli». Poi è arrivata anche la lettura di “Into the Wild” di Jon Krakauer, epico romanzo da cui è stato tratto anche il film diretto da Sean Penn.

Cosa nello specifico ti ha mosso qualcosa dentro del libro e del film “Into the Wild”?
Non saprei, ma ne sono rimasto folgorato. Tanto che dopo essere uscito dal cinema, ho deciso di partire proprio per l’Alaska, luogo dove il protagonista va in cerca di sé stesso. La preparazione l’ho fatta durante il Cammino di Santiago. Chiesi a Linus tre mesi e, oltre al cammino in sé, pianificai anche la partenza per l’Alaska. Era il 2015 e qualche notte l’ho passata proprio nel bus del protagonista di “Into the wild”, Chris McCandless. Da questa avventura poi è scaturito un libro, “Ritorno alle terre selvagge”, che ha sancito in un certo senso il mio passaggio al mondo dell’avventura.

Un viaggio e un libro che in qualche maniera hanno cambiato anche la tua carriera radiofonica…
Ho iniziato a spostare sempre più l’attenzione da me e dalle cose che mi succedevano durante il viaggio, alle persone che incontravo. Non smetterò mai di ringraziare Linus per aver fatto diventare tutto questo un programma: Deejay on the road. Da lì ho iniziato a viaggiare sempre più e sempre in solitaria: dopo Santiago e l’Alaska, c’è stata l’Islanda in moto.

Poi sei passato ai viaggi in van.
Esatto. Milano-Capo Nord con il camper nell’estate del 2019 e poi il deserto del Wadi Rum, sempre in solitaria, con la Jeep. Quando sono finite le dita per contare quali luoghi nel mondo ancora mi mancassero da esplorare, mi è capitata tra le mani una foto scattata quando avevo 14 anni in cui c’ero io, sorridente, di fronte alla casa di uno dei miei tanti parenti in Puglia, che stringevo tra le mani la bicicletta che i miei mi avevano comprato al posto del tanto desiderato scooter. Solo molti anni dopo ho capito che quello era il mezzo giusto per girare il mondo.

Quindi?
Quindi ho preso la bici e totalmente in solitaria, e diciamo anche con zero esperienza, mi sono lanciato ad attraversare l’Australia. Da lì è stato amore sconsiderato, un colpo di fulmine in piena regola. Usavo una mountain bike ammortizzata davanti con le borse sul portapacchi, l’industria bike ancora non era così avanti come oggi. Era una bici un po’ scassata, ma ora ho la fortuna di aver collaborato e di collaborare con aziende bike come 3T, di cui sono orgogliosamente Ambassador. Da lì ho iniziato a viaggiare per tutta l’Italia. Con il format che mi sono inventato, “Scendo giù la bici”, sono andato da Milano a Taranto in invernale, ma ho percorso anche la via Francigena e quest’anno, per la terza edizione, ho tagliato l’Italia in orizzontale attraversando gli Appennini. In totale, 30mila metri di dislivello!

E la radio?
Non l’ho mai abbandonata, ma ho tenuto solo il programma domenicale per potermi dedicare a queste passioni. Una delle mie consuete interviste mi ha portato a incontrare Willy Mulonia, anche lui viaggiatore in bici. Al termine della chiacchierata, mi ha proposto di partire con lui per la Patagonia. Che per un viaggiatore è un po’ come il Santo Graal.

E com’è stato questo viaggio in Patagonia?
Dal punto di vista paesaggistico è spettacolare, ma noi italiani siamo abituati alla bellezza; quindi, quello non è l’aspetto che mi ha colpito di più, a differenza invece delle persone incontrate. Infatti, con Willy Mulonia e con il terzo componente del gruppo, il fotografo Paolo Penni Martelli, abbiamo voluto focalizzarci proprio sui nostri incontri con le persone che ci sono in quella parte del mondo. Ognuno di noi aveva un ruolo abbastanza definito: io avevo portato la telecamera, perché negli ultimi anni ho un po’ trasformato il mio modo di fare storytelling imparando anche a maneggiare l’universo video da regista; Paolo ha realizzato i ritratti fotografici delle persone intervistate, e Willy ha fatto quello che in gergo si chiama road mapper, ovvero ha organizzato il viaggio. Ne sono risultati un documentario “Tratti – Patagonia”, e il libro “Patagonia – Viaggio in bici ai confini del mondo”, edito da Terre di mezzo Editore.

Di queste persone incontrate e ritratte, ce ne sono alcune che ti sono rimaste più dentro?
Abbiamo selezionato quattro storie principali, di cui un paio più o meno organizzate, nel senso che sapevamo avremmo incontrato queste persone – gli altri, invece, sono stati incontri totalmente inaspettati. Non ce n’è una che mi ha colpito di più: mi sono piaciute tutte. Forse la figura di Mario è quella che porto più con me: questo signore di 90 anni vive a Puerto Natales, ai confini del mondo, ancora innamorato perdutamente della sua compagna.

Il libro però è anche una specie di guida di viaggio.
Esattamente. Siamo partiti da El Calafate per arrivare a Ushuaia, passando per il parco di Torres del Paine. Abbiamo riportato tutte le tappe indicando dove dormire, ma anche che tipo di fondo si trova o com’è la strada. Le foto di Paolo sono molto poetiche, quindi fondiamo estetica e informazioni utili.

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