“Elsewhere” è un cortometraggio diverso da quello che ci si potrebbe aspettare. Parte della selezione dell’Arc’teryx Winter Tour 2025, rassegna cinematografica che punta a raccontare l’autentica cultura invernale tra performance, avventura e condivisione, il film include ovviamente alcune spettacolari riprese di curve tracciate sui pendii innevati, ma non sono queste il cuore del racconto. Il focus, al contrario, sono le emozioni discrete che la montagna sa regalare. Per dare il giusto spazio a questa dimensione, i quattro freerider protagonisti sullo schermo – Loic Isliker, Max Kroneck, Noemie Equy ed Edgar Cheylus – sono colti soprattutto nei momenti di riposo al campo base, un bivacco backcountry tra le strepitose vette sopra Chamonix. Nella maggior parte delle scene non ci sono azione, adrenalina né acrobazie scenografiche, ma è proprio così che il cortometraggio lascia spazio soprattutto al mondo interiore dei quattro freerider, e anche di chi li osserva: il silenzio, la contemplazione, la quiete del corpo e della mente, il profondissimo senso di libertà. È Noemie Equy a portarci dietro le quinte dello short auto-documentato, diretto da Isliker e Knoneck. Classe 2000 e parte del team Arc’teryx da gennaio 2025, Equy ha vinto quest’anno il titolo di campionessa al Freeride World Tour, confermandosi un talento dello snowboard.
“Elsewhere” presenta volutamente un’atmosfera onirica, priva di riferimenti geografici e temporali espliciti. Dove e quando avete girato il corto? Il film è stato girato in due o tre giorni, più due notti. La prima parte è stata realizzata solo con la troupe, mentre nella seconda mi sono unita anch’io al gruppo. Volevano che partecipassi perché non avevo mai fatto un progetto simile e cercavano proprio quella spontaneità, quella particolare sensazione che avrei potuto portare. All’inizio ero indecisa, soprattutto per via degli impegni legati alle competizioni, ma poi ho capito che sarebbe stata un’occasione unica, da cogliere prima che svanisse. Non sapevo bene cosa aspettarmi, ma alla fine è stata una bellissima esperienza.
Il film parla di sentimenti legati alla montagna. Che cosa rappresenta per te la montagna, e cosa trovi lì che non puoi trovare altrove? Sì, il film racconta chiaramente le emozioni che si vivono in montagna e, guardandolo, sembra quasi di essere dentro un sogno. Per me snowboard e montagna sono i momenti in cui mi sento più viva. È una delle ragioni principali per cui amo entrambi. La montagna ti fa sentire piccola, ma allo stesso tempo liberissima. Questa sensazione è fondamentale nella mia vita. Snowboard e montagna mi ricordano quanto io sia fortunata ad avere una libertà che mi rende felice. Anche quando sono lì per una gara, cerco sempre, a un certo punto, di uscire dalla mentalità competitiva e godermi il privilegio di trovarmi in luoghi così incredibili.
Lo snowboard è uno sport individuale, ma allo stesso tempo c’è un aspetto sociale molto significativo. Come lo vivi? È vero, è uno sport individuale, ma non puoi praticarlo completamente da sola: per una questione di sicurezza hai sempre bisogno di qualcun altro. La condivisione è una delle cose che amo di più e l’aspetto sociale per me è fondamentale: quando incontri qualcuno che fa snowboard, sai immediatamente che c’è un punto in comune, ed è qualcosa che crea legami molto velocemente.
A proposito di condivisione e socialità, sei la fondatrice del progetto Sister’s Camp: di cosa si tratta e perché a volte è importante condividere un’esperienza solo con altre donne? La risposta si ricollega alla domanda precedente. Nonostante il mio sia uno sport individuale, e spesso io debba concentrarmi molto su me stessa per ottenere risultati, sentivo la mancanza di uno spazio di condivisione, di fare cose insieme agli altri. Così ho creato Sister’s Camp: un camp di allenamento al 100% pensato per riunire donne. Quando ci troviamo, le dinamiche tra generazioni possono essere diverse: essere molto giovani o avere trent’anni cambia tanto. Il gruppo dei primi due mesi mi ha colpita proprio per questa varietà. L’obiettivo del progetto è dare più fiducia alle donne, aiutarle a migliorare le loro performance e sostenerle in ciò che fanno, dentro e fuori dallo sport.
Tornando al film “Elsewhere”, quale messaggio o emozione speri che il pubblico porti a casa dopo averlo visto? Direi la libertà. Guardando il film, tutto sembra fluire senza che si percepisca la fatica, che invece è stata tanta. È un flusso continuo, che trasmette una forte sensazione di libertà. E credo che la libertà, in Europa, sia qualcosa di prezioso: averla e saperla vivere pienamente.
Dopo aver vinto il Freeride World Tour 2025, quali sono i tuoi sogni? Vorrei continuare a vivere la vita fortunata che ho adesso, quella di una snowboarder professionista. Mi sento davvero privilegiata. Certo, mi piacerebbe continuare a ottenere grandi risultati, ma ciò che conta di più per me è far crescere il livello degli sport femminili e costruire una comunità più ampia di donne nello snowboard.







