Imparare a mettere insieme il puzzle — Martina Valmassoi

WORDS → Francesca Robasto

DATE → 2026-09-09

Preparazione, gestione delle energie e istinto: l’approccio dell’atleta Amazfit a UTMB.

A Chamonix, nei giorni che precedono l’UTMB, l’attesa si sente nell’aria. Ma per Martina Valmassoi la gara non è solo il grande appuntamento di fine agosto, né tantomeno una questione di tempi da inseguire. È soprattutto un esercizio di equilibrio: arrivare preparati, conoscere i propri punti di forza e, soprattutto, sapere quando non forzare.

Martina è arrivata a Chamonix con qualche ora di viaggio sulle spalle e una settimana di riposo già messa in tasca. Nei giorni precedenti alla partenza non ci sono rituali particolari: una corsetta, mangiare e bere bene, cercare di dormire e, per quanto possibile, stare tranquilli. «Non faccio niente di particolare», raccontava due giorni prima della gara. Un approccio che dice già molto del suo modo di affrontare una gara lunga cento chilometri e oltre: preparare quello che si può preparare, poi accettare tutto il resto. Per arrivare a Chamonix in questa condizione, però, il lavoro è stato tutt’altro che semplice. Dopo un infortunio che l’aveva fermata nella stagione precedente, Martina ha iniziato a dedicare molta più attenzione alla forza. Non tanto come complemento all’allenamento, ma come una parte vera e propria della sua preparazione. «Forse non ho mai fatto tanto. Magari andavo in palestra, ma senza avere una gran idea di quello che stavo facendo», racconta. Il risultato era un allenamento discontinuo e spesso poco funzionale. Da giugno dell’anno scorso, invece, ha iniziato a lavorare con uno strength coach, seguendo un programma strutturato e frequentando la palestra due volte alla settimana, fino a tre nei mesi invernali.

È un lavoro che richiede pazienza. Martina lavora con carichi importanti e, nel suo caso, con un’impostazione che punta molto sull’aspetto neurologico. I risultati non sono arrivati in tre settimane, come promettono certi programmi miracolosi. Anzi. «Quelli che ti vendono il corso di tre settimane… dico: ma dove vai in tre settimane? In tre settimane hai solo male praticamente». Oggi, dopo più di un anno, la sua percezione è cambiata. La palestra è diventata una parte dell’allenamento che non toglierebbe più: non solo per prevenire nuovi problemi, ma anche per migliorare resistenza e performance. È un esempio abbastanza concreto di quanto, nell’ultratrail, la preparazione non sia fatta soltanto di chilometri e dislivello. A volte significa anche lavorare su ciò che non si vede. E poi arriva il momento di mettere tutto insieme. Martina sa di essere più preparata rispetto a due anni prima, ma questo non significa aspettarsi automaticamente un risultato migliore. «So che sto bene, so che ho fatto tutto quello che potevo per essere qui in forma. E come me ci sono tante altre persone che sono in forma e che hanno fatto lo stesso percorso».

L’UTMB, del resto, non è una gara che si lascia prevedere fino in fondo. Si può arrivare pronti, avere un piano, conoscere il percorso e aver studiato i tempi di passaggio. Poi basta una giornata diversa dal previsto per cambiare tutto. «Anche nella giornata migliore c’è sempre qualcosa che va storto e c’è sempre qualcosa da risistemare». È proprio questa, forse, la parte più interessante del suo approccio: non cercare di eliminare l’imprevisto, ma imparare a gestirlo. Il pacing segue la stessa filosofia. Martina parte con una tabella di tempi costruita mettendo insieme le proprie prestazioni precedenti, quelle di altre atlete e i riferimenti degli allenamenti. I tempi servono soprattutto a orientarsi e vengono condivisi con il team che la assiste ai ristori. Ma non sono una gabbia. Se, per esempio, un passaggio previsto in tre ore e un quarto arriva in due ore e cinquanta, il dato non è necessariamente una buona notizia. Può essere il segnale che si sta andando troppo forte. Durante la gara, l’orologio Amazfit Cheetah 2 Ultra serve più come strumento di controllo che come ossessione. Il battito, che in allenamento può essere un riferimento importante, in gara lascia spazio a una lettura più istintiva della situazione: alla partenza l’emozione può farlo salire e non avrebbe senso stressarsi per qualche numero fuori posto. Il tempo, invece, aiuta a capire quando mangiare, come stanno andando i passaggi e, soprattutto, se il piano generale sta ancora in piedi.

Perché il piano di Martina è abbastanza chiaro: non sprecare energie dove sa di fare più fatica. La prima parte dell’UTMB, molto corribile, non è quella che più si adatta alle sue caratteristiche. Inseguire atlete capaci di correre forte proprio lì sarebbe un errore. «Sarebbe da kamikaze mettermi a seguire certe atlete che fanno decisamente meno fatica di me a spingere forte sulla prima parte». La scommessa, quindi, è un’altra: rimanere tranquilla nei primi quaranta chilometri e aspettare che la gara cambi. Più avanti, quando il percorso diventa più duro e arriva la notte, possono emergere caratteristiche diverse. È lì che Martina sente di poter tornare sotto e fare la differenza. Ed è curioso che sia proprio la notte, e non il grande spettacolo di Chamonix, uno degli aspetti che ama di più dell’UTMB. Il tifo, la folla, la partenza e tutta la «fanfara» hanno il loro fascino, ma non sono ciò che la attira maggiormente. Il momento che cerca è quello del contrasto: lasciare il caos e ritrovarsi, poco dopo, immersi nel buio.

«Mi piace molto proprio il contrasto che c’è tra la prima parte di gara e poi l’entrata nella notte». Dopo Notre-Dame de la Gorge arrivano ore di buio e solitudine, nei tratti più remoti del percorso, dove i corridori diventano quasi gli unici punti di riferimento. È una dimensione che per Martina ha qualcosa di particolare. Il primo grande scollinamento, la discesa e poi l’ingresso in Italia sono tra i momenti che più la emozionano. Sul Col de la Seigne, sopra Courmayeur, c’è anche quell’immagine che rimane impressa: voltarsi e vedere la lunga scia delle frontali nella notte. Un dettaglio apparentemente piccolo, ma capace di raccontare meglio di molte parole cosa significhi davvero correre una gara come l’UTMB.

E alla fine c’è anche un dettaglio molto concreto, quasi controcorrente, che racconta bene la sua filosofia. Per affrontare una delle gare più importanti del mondo non cerca necessariamente la scarpa più estrema o l’ultimo prototipo. Preferisce un modello conosciuto, confortevole e affidabile: la Salomon Ultra Glide 4. Il motivo è semplice. Su una gara così lunga, per Martina il comfort viene prima della performance pura. Un po’ di peso in più non è un problema se significa arrivare più lontano senza dolore. «Preferisco essere un po’ più comoda, magari avere la scarpa un pochettino più pesante e non super all’avanguardia, però almeno quella mi porta a casa». È una frase che potrebbe valere anche per il resto del suo approccio all’ultratrail. Nessuna ricetta miracolosa, prepararsi, conoscere il proprio corpo, avere un piano e poi essere abbastanza flessibili da cambiarlo quando la montagna presenta il conto.

Perché, alla fine, correre un’UTMB è proprio questo: mettere insieme un puzzle sapendo che, prima o poi, qualche pezzo non andrà dove avevi previsto. E imparare a capire, passo dopo passo, come rimetterlo al suo posto.

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