La prima edizione della Maratona di Berlino si svolse nel 1964 col nome di Berliner Crosslauf am Teufelsberg, che in italiano suona grossomodo come “corsa campestre di Berlino sul Teufelsberg”. Il muro c’era già da tre anni, Berlino era quella ovest, e il Teufelsberg era, ed è tuttora, una collinetta artificiale creata con le macerie dei bombardamenti della guerra. In due righe, già molto sulla gara e sulla città. La storia di Berlino d’altronde è una storia di distruzioni e ricostruzioni, stratificate in un arco di tempo relativamente breve (diciamo 200 anni) e subordinate a guerre e contingenze note. Dalla riunificazione sembra passato un secolo, e invece sono appena trent’anni. Lo si nota passeggiando per il Kulturforum, non ancora finito, e voluto per offrire all’ovest un polo museale alternativo alla Museuminsel – l’isola dei musei degli Hohenzollern sull’isola della Sprea, rimasta a est. Anche di questa è recentissima la ristrutturazione, tanto che il piazzale del Pergamon Museum è ancora invaso dai materiali di costruzione.
La storia di Berlino è una storia di architetti: dal miglior Schinkel dell’Altes Museum, al meno ispirato Stüler del Neues Museum, ristrutturati entrambi da David Chipperfield, che ha riunito i cinque musei dell’isola in un unico complesso museale alla Grand Louvre, collegandoli con un sistema di corridoi sotterranei a cui si accede dall’ariosa e modernissima James-Simon-Galerie, che toglie pesantezza e solennità al neoclassicismo geniale ma in fondo anche un po’ stucchevole degli altri musei. Stucchevole è soprattutto lo Schloss, l’altro grande edificio dell’isola, storicamente castello degli Hohenzollern e oggi “forum” della Humboldt Universität. Settecentesco del 2021, perché quello originale fu distrutto durante la guerra e sostituito dal parlamento della DDR; a sua volta smantellato con la riunificazione, per rimettere al suo posto il castello, tale e quale a prima, con tanto di stucchi e cupolone (a parte su un lato, completamente nuovo e disegnato da un vicentino, Franco Stella).
Il Kulturforum invece è l’espressione di una democrazia talmente ostentata da essere del tutto incostante. Qui c’è la notissima Neue Nationalgalerie di Mies van der Rohe, bella da vedere quanto scomoda da allestire, con la luce che entra da ogni lato. La Philarmonie di Hans Scharoun, casa della migliore orchestra filarmonica al mondo – i Berliner, che eleggono il loro direttore in conclave, come il Papa. E poi la Biblioteca di Stato del Cielo sopra Berlino. Zoppicando verso la metro, dopo la maratona, tra Unter den Linden e Potsdamer Platz, quasi ci si dimentica che poco più in là sorgeva la Nuova Cancelleria del Reich di Speer, architetto personale di Hitler. Ora c’è il monumento all’olocausto, ma la gara lo lambisce appena e svolta leggermente prima, verso Mitte. Senza tutto questo, della maratona si perde molto, o quantomeno la profondità. Che bello però il passaggio sotto alla Porta di Brandeburgo, a duecento metri dall’arrivo, infiniti, e il deposito sacche di fronte al Reichstag, altro grandissimo restauro, con la cupola ricostruita in vetro per rappresentare la trasparenza della nuova repubblica.
Poi la gara. Sessantamila persone, numero talmente insensato da perdere quasi del tutto significato. I gruppi musicali e le bande di ottoni lungo il percorso – tedeschissimi entrambi, dalle cover di David Bowie ai corni dei Maestri cantori. E il passaggio a Friedrichstrasse, sotto ai pochi palazzi superstiti, che conservano l’aura di un mondo che era sull’orlo del baratro e lo sapeva, e allora suonava musica sciocca e disperata allo stesso tempo, come l’Alabama Song dell’Ascesa e caduta della città di Mahagonny di Brecht, musicata da Weill (e ricantata, tra gli altri, proprio da Bowie). E poi i viali coperti dai tigli, i ponti sulla Sprea, e i binari dei tram, messi lì a posta per la scavigliata, perché guardare dove mettere i piedi è impossibile; c’è troppa gente. In effetti, in mezzo al gruppone della partenza, salire su una transenna in Strasse des 17. Juni e voltarsi indietro mette un po’ paura.
Quella fiumana inizia al gate di Linate, dove sono già tutti corridori, e il tale sulla cinquantina che ti squadra le gambe depilate e pensandosi Sherlock ti chiede se viaggi per la maratona, solo per sciorinarti la lista non richiesta dei suoi risultati, compreso quel ritiro a Chicago, quando aveva il Covid e non lo sapeva. Lo ritroverò sul volo di ritorno, senza medaglia al collo, al contrario di tutti gli altri passeggeri, non so se per pudore o inconcludenza. A Milano intanto l’apocalisse: scioperi e allagamenti, e la manifestazione in Centrale. A Berlino solo un piccolo capannello in Kurfürstendamm; qui l’antisionismo non è ancora metabolizzato del tutto. Anche l’odore di canfora inizia a Linate, e ti accompagna per tutto il volo, fino in stanza in albergo.
C’è evidentemente tutta una ritualità che felicemente ignoravo, attorno alle Major e attorno alle maratone in generale. Inizia coi lamenti strazianti del quarantunesimo chilometro, con la gente che barcolla e ti sviene ai ristori. Poi tutto passa con la medaglia, e forse con l’ancora più ambito poncho isolante che ti rifilano all’arrivo, solo se l’hai prenotato, anche se fanno 26 gradi e tutti si lamentano del caldo. Poi te li ritrovi tutti allegri la sera in pizzeria, con la medaglia al collo e la tutina dell’Adidas – effettivamente bella – che almeno per una sera fa status, prima di tornare a fare il ragazzo o la ragazza della porta accanto, il lunedì mattina. Anche in aeroporto sembra un po’ Natale, tutti vestiti uguali, come i militari in congedo quando c’era il servizio, che tornavano a casa per le feste.
È tutto un mondo che nasce e muore in tre giorni, forse due, e che riunisce una città in una cordata di persone lunga 42 chilometri, che per due lati di strada fa 84. Qualcuno dice siano 500 mila, qualcun altro un milione. A me sembrano solo tante e un po’ mi emozionano. Una volta nella vita si può fare. Mica male.























