Invece non sto facendo niente di tutto questo. Apro un Google Doc per scrivere questo pezzo, mentre il live streaming dello short trail scorre in sottofondo, in una delle 58 tabs aperte del MacBook e che mai ho il coraggio di chiudere.
C’è un potenziale interessante e spesso inesplorato nel dominio tra ciò che facciamo e ciò che riteniamo di dover fare, tra come ci sentiamo e come pensiamo di doverci sentire, tra come siamo e come crediamo di dover essere. Forse è proprio in questo spazio che sono cresciuto di più negli ultimi tre anni, imparando a liberarmi dal peso delle aspettative, dall’irrimediabile delusione nei confronti dell’ideale con cui ci confrontiamo continuamente, abbracciando una maggiore accettazione e senso di libertà dal giudizio. È difficile spiegare come tutto questo influenzi le mie azioni e, in ultima analisi, si traduca in performance. Eppure, credo sia proprio qui la chiave della mia tranquillità mentre scrivo queste parole, che un tempo avrei rapidamente declassato come perdere tempo, del senso di compiutezza nei confronti della mia stagione che terminerà domani: non sento di avere nulla da dimostrare, niente di più da chiedere a me stesso se non di divertirmi, facendo semplicemente quello che sono in grado di fare. C’è qualcosa di molto attraente nell’estetica di questo percorso, nella pulizia delle sue linee, nel concatenamento delle creste e dei valloni che attraversa, oltre all’aspetto agonistico della competizione, che di sicuro vale la pena esplorare.
Dal punto di vista fisico, il recupero da CCC è stato meno complicato del previsto. Dopo un paio di settimane sono riuscito a ristabilire una sorta di omeostasi e a sentirmi di nuovo bene in allenamento.Dal punto di vista mentale ed emotivo, le cose sono andate diversamente. C’è uno strano divario tra ciò che la gente si aspetta che tu provi – gioia, soddisfazione, appagamento – e ciò che invece provi davvero: irrequietezza, pressione, alcuni dubbi, anche dopo una delle mie vittorie più belle, con il “dovrei sentirmi più felice” ad aggiungere un ulteriore senso di inadeguatezza.
Come si fa a godersi un successo? Cosa dovrebbe fare praticamente uno quando torna casa ed è tutto finito, ha staccato le spille dal pettorale, lavato e riposto i vestiti nell’armadio, lasciato asciugare le flask? La casa sembra così vuota, lo schermo del telefono così anonimo, le foto così distanti, quasi ritraessero un’altra persona. Il silenzio della mia stanza contrasta con il clamore delle vie di Chamonix, che si spegne nel tempo necessario a smontare l’expo di UTMB e montare il mercato del sabato mattina. Mi restano addosso un gran mal di gambe, migliaia di messaggi a cui rispondere e tanto, tantissimo sonno.
La cadenza pre-gara fatta di allenamenti, recupero e pianificazione mi sembrava così fluida e piena di senso. Ora, invece, non riesco a concentrarmi su un singolo compito per più di qualche minuto. È difficile apprezzare a pieno le esperienze, sentirsi appagati senza necessariamente guardare subito avanti e ambire a qualcosa di più, sebbene ne capisca l’importanza e in qualche misura mi senta legittimato a farlo in questa situazione. Non so nemmeno bene come si fa, ed è qui che nasce il disorientamento. Forse è proprio questo senso di vuoto connaturato all’esperienza, al fatto di aver vissuto qualcosa di molto intenso e profondo, a riflettere il significato e il valore che aveva per me. Lavoriamo così duramente per questi momenti, solo per scoprire che non sono così significativi come ce li eravamo immaginati.
Per quanto la CCC sia una gara enorme, tra le più importanti al mondo nel trail, nel mio percorso non rappresenta uno spartiacque netto. È stato un bellissimo traguardo, un riconoscimento importante, e forse può essere considerato un catalizzatore: qualcosa che ha accelerato e sta accelerando tanti piccoli processi che erano già in corso, e che normalmente avrebbero richiesto molto più tempo per giungere a compimento. Ma che non cambia radicalmente il mio percorso, perché fa parte di una traiettoria più lunga e più profonda che sto vivendo come atleta e come persona. Il frutto di un lavoro continuo e di migliaia di piccole scelte che hanno richiesto anni, che mi hanno condotto fino a quel giorno.
La ricorderò come la prima volta che ho visto 10h – che per me rimane un numero enorme – sull’orologio, la prima volta a Chamonix con un vero team, la prima gara con così tante persone venute lì apposta per me. La sezione italiana è scivolata via quasi senza sforzo, a posteriori esattamente come avrei voluto che fosse. La salita a Tête de la Tronche, la balconata sospesa sulla Val Ferret con le Grandes Jorasses imbiancate sullo sfondo, la discesa su Arnouva e la successiva risalita al Gran Col Ferret sono tra i sentieri più perfetti ed esteticamente belli che un essere umano possa concepire, che potrebbero corrispondere alla voce “trail running” sul vocabolario.
La parte svizzera si apre con l’interminabile discesa verso La Fouly, che prosegue fino all’attacco della salita per Champex-Lac: 20 km rapidi in termini di ritmo ma dilatati nel tempo percepito; chilometri caldi, geografici, furiosi, più duri di quanto avrei desiderato, ma proprio per questo essenziali nell’economia generale della gara. Una gara lunga è una questione di economia di risorse. In America hanno un’immagine efficace per visualizzarla: quella dei fiammiferi, burning matches. Hai a disposizione una scatola di fiammiferi, anche se non sai esattamente quanti, sai solo che dovranno bastarti fino all’arrivo. Ogni accelerazione, ogni scelta, ogni salita è un fiammifero che arde. Se ne bruci troppi, troppo presto, significa che o andrai in crisi, o dovrai in qualche modo risparmiarli in un tratto successivo.
Ho fatto la mia mossa dopo circa cinque ore, all’uscita della aid station di Champex-Lac. Non ho forzato il ritmo, ma ci ho messo intenzione e direzione, spezzando l’elastico che mi teneva unito a David Sinclair e proseguendo da solo per altre 5 ore. Nelle salite di La Giete e Les Tseppes ho spinto forte, scavando un margine consistente tra me e gli altri, facendo valere le mie caratteristiche di climber. Lì ho bruciato diversi fiammiferi, sapendo di averne a disposizione alcuni in più dei miei avversari e di poterne risparmiare qualcuno sulle lunghe e complicate discese verso Trient e Vallorcine.
Solo 24 dei chilometri della CCC si corrono in Francia, ma sembrano molti di più. Dopo 6 o 7 ore di gara lo spaziotempo si deforma, come accade in presenza di una massa: la sua percezione cambia radicalmente, il tempo rallenta, le distanze di dilatano. A Vallorcine la gara è diventata una questione tra me e me, un’occasione per scoprire davvero cosa sono 10 ore di gara, provare a godermele, arrivare al momento della difficoltà e imparare a gestirla, come mi ha urlato Tito, il mio allenatore, sulla ripida discesa che scende fino in paese. Alla aid station ero esausto e pieno di dubbi, ma Rita e la mia crew hanno saputo come prendersi cura di me e risollevarmi. Non credo che il trail running sia un team sport, almeno non nel senso in cui spesso ci piace raccontarlo: è un’attività profondamente individuale in cui le persone che hai attorno e che ti supportano possono avere un ruolo decisivo nel modo in cui vivi l’esperienza e la performance. Ma alla fine le gambe sono le tue, la fatica la affronti tu, anche perché il momento della gara rimane la punta di un iceberg rispetto all’enorme mole di lavoro necessario per arrivarci.
Da Vallorcine in poi anche il tempo è cambiato: nuvole dense e grigie, cariche di pioggia, si sono abbassate fino a inghiottire le cime, e poco dopo il Col des Montets l’acqua ha iniziato a cadere fitta. Nella solitaria e surreale salita verso La Flegere ho avuto la sensazione di essere uscito dalla competizione, come se potessi fermarmi, sedermi su una roccia e rimanere lì, immobile, se l’avessi voluto. Solo il rumore della pioggia sui larici e sui rododendri mi accompagnava, mentre mi spegnevo e lentamente bruciavo gli ultimi fiammiferi rimasti. In cima mi avevano raggiunto Tito e Andrea, bagnati e incuranti di esserlo tanto quanto me, preoccupati che stessi bene.
Riguardando il live nei giorni successivi, mi sono accorto di quanta importanza sia stata data alla mia gestione di gara e in particolare a quella delle aid station. Ne riconosco l’efficacia, anche se non credo di aver fatto nulla di straordinario, almeno per come mi è naturale considerato l’ambiente dal quale provengo. Forse è proprio questo il punto, il cambio di paradigma: ciò che sembra scontato e immutabile rimane tale, finché qualcuno arriva e dimostra che può essere fatto diversamente. Il giorno della CCC ho avuto la sensazione di aver messo in campo tutto ciò che avevo costruito: competenze, abilità, consapevolezza. Sono riuscito a far coincidere, nello stesso giorno, una serie di fattori sotto il mio controllo, e da questo allineamento è nata la mia performance.
Non mi sento in alcun modo speciale né davvero innovativo: mi sento piuttosto come il prodotto delle generazioni che mi hanno preceduto, degli atleti che hanno provato ad alzare l’asticella, fatto crescere questa disciplina e sperimentato modi diversi per migliorare. In un mondo in cui tutti si sentono e dicono di essere bravissimi, quelli che lo sono davvero di solito sono gli unici a non dirlo: è proprio da loro che traggo la mia ispirazione.
È in questa zona d’ombra, in questo silenzio che hanno origine le cose più autentiche e significative, destinate a durare nel tempo e a cambiare la traiettoria di una storia piccola e in fondo davvero insignificante rispetto alle cose del mondo, ma che proprio per questo custodisce un valore prezioso.






























