Costruire la montagna di domani con Millet

WORDS → Chiara Beretta

DATE → 2026-01-30

I ghiacciai scompaiono, ma la montagna chiede impegno. Con il suo Manifesto, Millet unisce redditività e responsabilità tracciando una nuova via per l’attrezzatura da montagna: durevole, versatile, riparabile e pensata per il futuro. Ce la siamo fatta raccontare vistando il quartier generale di Annecy, in Francia.

Il 75% del volume dei ghiacciai rischia di scomparire entro il 2050. Di fronte a questa realtà, in che modo si può ancora immaginare, progettare e vendere attrezzatura da montagna? E, soprattutto, perché? Sono queste le premesse del Manifesto per i Ghiacciai di Millet, parte del più ampio Brand Manifesto, documento pubblicato nel 2025 che racchiude un obiettivo ambizioso ma necessario: conciliare redditività e responsabilità. «Non c’è bisogno di scegliere o una o l’altra», assicura Romain Millet, CEO di Millet e pronipote dei fondatori. «Spesso le aziende partono dal “cosa”: cosa faccio per generare profitti a breve termine? Credo invece che la cosa più importante sia il “perché”». Il “perché” di Millet? «Portare avanti una missione che duri nel tempo. Chi sarà il cliente tra cent’anni? Cosa sarà la montagna tra cent’anni? Se ci concentriamo su questo, è chiaro che bisogna essere responsabili già da oggi. Fare profitti per reinvestirli ed essere ancora più responsabili».

Nel manifesto, Millet si pone traguardi chiari: ridurre l’impatto ambientale dei prodotti, dimezzare la sovrapproduzione entro il 2030, stabilizzare la dimensione delle collezioni e rinunciare a creare articoli pensati per finire negli outlet. L’impegno riguarda anche la produzione, che sarà il più possibile vicina ai mercati di riferimento. Insieme alla riduzione delle emissioni, la priorità del manifesto sono i ghiacciai. Non solo perché il 2025 è stato dichiarato dall’ONU “Anno Internazionale della Salvaguardia dei Ghiacciai”, ma anche per il legame identitario che unisce Millet alle montagne. «I ghiacciai danno una logica al nostro impegno», spiega Romain. «In passato abbiamo portato avanti azioni filantropiche, ma senza un filo conduttore. Con i ghiacciai, invece, possiamo essere concreti: finanziare la ricerca, sostenere le ONG, fare lobbying. Non siamo un attore politico, ma possiamo spingere perché vengano colmati i vuoti legislativi. Ad esempio: cosa succede quando un ghiacciaio si ritira e lascia terreno libero? Si può costruire sopra o va lasciato intatto? Non esistono regole chiare, e su questo vogliamo fare pressione».
Entro la fine del 2025 Millet lancerà un fondo di dotazione, “Millet per i ghiacciai”, destinato a sostenere la ricerca scientifica e i progetti educativi. Parallelamente, la sensibilizzazione diventerà parte integrante della strategia: i ghiacciai saranno al centro delle attività interne, dei negozi, degli eventi e dei canali digitali. L’azienda ha partecipato inoltre come attore e partner al primo festival internazionale “Agire per i ghiacciai”, con l’obiettivo di promuovere una protezione giuridica per questi ecosistemi fragili. «È triste pensare che i nostri figli non vedranno più il 75% dei ghiacciai presenti oggi in Europa. Tre su quattro spariranno», conclude Romain. «Se riusciremo a evitare lo scenario peggiore e a salvarne almeno qualcuno, sarà già un grande risultato. Proteggere i ghiacciai significa proteggere la vita stessa»

La salvaguardia dei ghiacciai inizia in casa: ovvero, dalla riduzione dell’impronta ambientale dei prodotti, a partire dai capi di abbigliamento. «La nostra impronta media è di 18,4 kg di CO2 equivalente per prodotto», ci spiega Cyril Espalieu, Head of Apparel, mentre visitiamo il quartiere generale di Millet ad Annecy, in Francia. «Il lato positivo è che oggi, a differenza di cinque anni fa, sappiamo calcolare con precisione l’impatto delle nostre collezioni, e questo ci permette di ridurlo. Tra il 2024 e il 2025, ad esempio, abbiamo registrato una diminuzione del 7,6% sull’intera linea apparel. Partendo da questi dati, passo dopo passo, possiamo rendere i nostri prodotti un po’ più “puliti”».

Facile a dirsi, ma, dati alla mano, nella pratica la questione è più delicata. «Una delle nostre magliette è realizzata quasi interamente in cotone biologico e prodotta in Portogallo», racconta Espalieu. «Rispetto al cotone convenzionale, le sue emissioni di CO2 sono inferiori del 9%. Ma, dall’altro lato, richiede più acqua. Questo dimostra quanto la sostenibilità sia complessa: migliorare un parametro può significare peggiorarne un altro». La stessa complessità torna se si parla dell’approvvigionamento delle fibre riciclate: oggi la domanda è altissima, e tutti i marchi competono per accedere agli stessi materiali. «Il rischio è di generare distorsioni. Non vogliamo finire in situazioni in cui si produce nuovo cotone solo per poi etichettarlo come “riciclato”».

Lo zaino Ubic, uno dei pilastri di Millet da oltre dieci anni, è un buon esempio di cosa significa migliorare un prodotto riducendone l’impronta ambientale. Come spiega Clément Farcy, Head of Equipment, lo storico zaino da hiking in quattro anni ha ridotto del 30% le proprie emissioni di CO2: «La prima revisione è stata la sostituzione di tutti i tessuti con materiali al 100% riciclati, sia poliestere sia poliammide. Abbiamo poi lavorato sull’efficienza del taglio, per ridurre consumo e scarti. L’ultimo aggiornamento riguarda la tintura del tessuto: ora usiamo il solution dye. Significa che i filati vengono colorati già in fase di produzione, riducendo dell’85% il consumo di acqua, del 90% l’uso di sostanze chimiche e del 12% l’impatto in CO2 dei tessuti». Anche il peso globale dello zaino è stato ottimizzato: la nuova versione è il 10% più leggera, senza sacrificare la resistenza. «Abbiamo verificato che il nuovo tessuto mantiene la stessa durabilità del precedente», spiegano da Millet, «ma con un impatto ambientale molto più basso». Questo 30% di riduzione non è un traguardo finale. Millet si è posta l’obiettivo di abbattere del 45% l’impatto ambientale di ciascun prodotto entro il 2030. Nel caso dello zaino Ubic mancano ancora 10-15 punti percentuali, dunque, ma Farcy assicura che il risultato è alla loro portata. L’approccio adottato con Ubic non è un caso isolato, ma i risultati variano a seconda delle categorie. «Nei sacchi a pelo, ad esempio, abbiamo sostituito l’imbottitura sintetica con poliestere riciclato al 100%, ma la riduzione dell’impatto complessiva resta inferiore al 30%», dice Farcy. «Con le calzature è ancora più complesso: alcuni componenti, come la gomma o l’EVA, non hanno ancora valide alternative al 100% riciclate».

Il cambiamento climatico sta modificando non solo l’ambiente alpino, ma anche l’approccio alla montagna degli appassionati – e, dunque, dei brand. «Sempre di più, quando si tratta di design del prodotto, pensiamo alla montagna in termini di ”tre stagioni più una”», spiega Cyril Espalieu, Head of Apparel. C’è una stagione, indicativamente dal 20 dicembre al 20 marzo, che richiede abbigliamento e attrezzature adatti alla neve, e poi ci sono le altre “tre stagioni in una”, accomunate da frequenti sbalzi di temperatura e meteo imprevedibile. «Questa consapevolezza è diventata il fulcro della nostra gamma: prodotti versatili e tecnici che bilanciano calore, traspirabilità e protezione, adattandosi alle condizioni mutevoli». Clément Farcy, Head of Equipment, ipotizza che «nei prossimi anni venderemo probabilmente meno zaini da alpinismo e più modelli da escursionismo e trail. Per questo motivo, la collezione primavera-estate 2026 punterà soprattutto sulla nuova linea di light hiking». L’alpinismo rimane nel DNA del marchio, ma la parola chiave diventa versatilità. Un esempio è Trilogy Jorasses, uscito lo scorso inverno: uno zaino tecnico per l’alpinismo che, grazie agli accessori removibili, può alleggerirsi e diventare adatto anche ad altre discipline.

Oltre a innovazione e leggerezza, Millet investe anche nella riparabilità. L’azienda ha potenziato il proprio laboratorio con macchine specifiche per cuciture su tessuti spessi, che permettono di riparare spallacci, fondi e zip. Le riparazioni vengono offerte sia in garanzia sia a pagamento, anche su prodotti usati da anni. Per le calzature i margini sono più ridotti – si interviene solo su ganci e lacci – ma il principio rimane lo stesso: allungare il ciclo di vita del prodotto. Secondo Millet, i consumatori di oggi cercano soprattutto qualità e affidabilità, come in passato, ma con una crescente attenzione alla possibilità di riparare e mantenere l’attrezzatura nel tempo. «Crediamo in un’innovazione concreta, testata sul campo e validata dagli utilizzatori», sottolineano. «La nostra priorità è offrire prodotti leggeri, durevoli e riparabili. È questa la direzione giusta per il futuro».

 

Photos by Andrea Passerini

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