Dalle Ande alle Alpi
WORDS → Emanuele Castiglione
DATE → 2026-07-24
L’attrezzatura e il supporto tecnologico di HDry
Cosa accomuna le vette della Patagonia e le punte scoscese delle Alpi? L’essere leggende fatte di roccia, sfidate costantemente dai temerari che osano affrontarle. Parliamo del Fitz Roy, icona selvaggia delle Ande patagoniche. Qui Matteo Della Bordella, Marco Majori e Tommaso Lamantia hanno firmato la prima salita invernale della via Casarotto: 1300 metri di parete, 35 tiri, temperature fino a -20°C e finestre meteo imprevedibili. Una linea visionaria, aperta in solitaria da Renato Casarotto nel 1979, da cui prende il nome, che d’inverno diventa un terreno ancora più severo. Tornare su quella linea nella stagione del ghiaccio equivale a dichiarare guerra al gelo.
Dall’altro lato del mondo, poche settimane fa, è stata ancora una parete nord a far parlare di sè: quella delle Grandes Jorasses, uno dei muri più imponenti e simbolici delle Alpi. Qui quattro giovani alpinisti francesi — Arthur Poindefert, Kilian Moni, Pierre Girot e Hugo Peruzzo — hanno aperto Jorassique Pâques, una linea elegante e impegnativa di circa 1100 metri sulla parete nord della Punta Whymper. Tracciata con uno stile moderno ma profondamente rispettoso della montagna, la via cerca passaggi logici dove tutto sembra chiudersi. Diversi giorni in parete, passaggi tecnici su misto e ghiaccio e una tempesta a scandire il ritmo della salita raccontano il carattere pieno dell’impresa.
Due ascese diverse, ma profondamente simili: il successo di entrambe è stato determinato dal calcolo ponderato delle condizioni climatiche e dalla protezione efficace da un ambiente che, a quelle quote, sa essere davvero ostile. Questi traguardi non sarebbero possibili senza la strumentazione adeguata per affrontare l’alta quota. In simili scenari, la priorità è assorbire meno acqua possibile: è fondamentale ridurre al minimo la dispersione termica ed evitare il congelamento delle estremità corporee, fattori che si traducono in una maggiore precisione nei movimenti. L’innovazione tecnica è cruciale, poiché permette agli alpinisti di affrontare un tutti i tiri con la stessa lucidità dell’inizio, anche dopo diversi giorni in parete.
In questo senso, il sistema HDry utilizzato per l’isolamento dello scarpone risulta determinante. Questa tecnologia permette alla membrana di essere laminata direttamente sulla superficie interna della tomaia, eliminando lo spazio in cui l’acqua potrebbe infiltrarsi e accumularsi. Il risultato è una calzatura che non assorbe umidità, mantiene il piede asciutto e non aumenta di peso durante l’utilizzo.
In contesti come il Fitz Roy o le Grandes Jorasses, tutto questo si traduce in una parola sola: affidabilità. Mentre gli alpinisti continuano a spingersi verso linee sempre più ambiziose, diventa essenziale sviluppare soluzioni capaci di supportarli nelle condizioni più estreme del pianeta.
