Davide Rivero — La mia voce alla corsa

WORDS → Andrea Montemarano

PICS → DANIELE MOLINERIS

DATE → 2026-01-07

Sai, quando non sei abbastanza forte per ”spuntarla” facendo le cose normalmente, allora la fai strana. Poi ho conosciuto Davide.

Il primo a parlarmi di Davide Rivero è stato Luca. Mi aveva raccontato di un suo amico che aveva deciso di salire il Fauniera in bici, ma seduto sul manubrio. Il Fauniera, o Colle dei Morti, è la salita più iconica del Cuneese. Dura, spietata. Farla “al contrario” mi era sembrata solo una trovata per farsi notare.

E niente. Mi sbagliavo.

Quella pedalata era per Luca, soprattutto. Un ragazzo in sedia a rotelle, che per salire può usare solo la forza delle braccia. Era un gesto fatto insieme, non una sfida solitaria. E dentro c’era già molto di quello che Davide è oggi, che se fa rumore, non è un rumore autoreferenziale.

L’ho visto correre in gara, l’ho fotografato per lavoro, abbiamo iniziato a parlarci. Ho scoperto una persona gentile, determinata, capace di trasformare lo sport in uno spazio di ricerca e relazione, ho trovato qualcosa che vale la pena condividere.

Quando hai deciso di lasciare il lavoro “normale” per provare a vivere di sport?

Fino al 2020 gareggiavo nel ciclismo amatoriale. Quell’anno, con poche competizioni disponibili, abbiamo inventato un evento solidale: il Fauniera al Contrario. Un’idea nata tra amici, che ho costruito e portato avanti in prima persona. Quell’impresa ha acceso una consapevolezza nuova, ridefinendo i miei limiti. Sentivo da tempo il bisogno di esplorare strade più vicine alla mia natura e alle possibilità che avevo a ventisette anni.Quattro giorni dopo ho deciso di fare spazio a qualcosa di diverso. È stato insieme una necessità e una fuga. Lo sport è rimasto centrale, anche nei momenti di paura, fino a diventare una ragione di vita. In autunno ho iniziato a correre. Per un paio d’anni ho scelto lavori che mi lasciassero il tempo di allenarmi con costanza, finché a fine 2022 è arrivata la prima vera occasione per mettere la corsa, quella vera, sulle lunghe distanze, al centro delle mie giornate.

Poi, il 30 settembre 2023, il grave infortunio durante una gara: così si è fermato tutto.

A terra, col femore spezzato, ho provato due sentimenti opposti: da un lato una strana liberazione, venivo da giorni in cui non capivo le mie emozioni verso quella gara che mi avrebbe permesso la qualificazione alla CCC dell’anno dopo, dall’altro il bisogno di aiuto, l’impossibilità di cavarmela da solo, che per me è qualcosa di raro. I giorni dopo sono stati confusi. Non capivo cosa stesse succedendo nel mio corpo, né a livello fisico né emotivo. Ero in un turbine che doveva ancora toccare il suo fondo. Tutta la mia energia era rivolta alla logistica: comunicare tra Francia e Italia, trovare una clinica per la riabilitazione, organizzare il rientro. Pensavo che tutto il mio percorso si fosse sgretolato. Ricordo la sala operatoria fredda, le 14:28 segnate in rosso sull’orologio, poi il vuoto. E i miei genitori accanto a me, cinque ore dopo.

La riabilitazione ha cambiato il tuo modo di vivere lo sport?

La riabilitazione mi ha riportato alla fatica, alla sperimentazione, all’accettazione. All’inizio ci ho messo troppa foga, come se potessi bruciare le tappe. Ma dopo la seconda operazione, sei mesi dopo la prima, a causa di un’infezione, è cambiato tutto. La priorità è tornata ad essere la salute, e ho imparato a lasciar andare. Ho iniziato ad ascoltarmi davvero. Questa prospettiva più sostenibile, in cui la volontà si accompagna alla possibilità, mi ha permesso di rientrare prima del previsto. Anche perché, nel frattempo, mi avevano tolto i mezzi di sintesi dalla gamba. E poi ho imparato ad aprire spazi all’istinto, a trovare divertimento e avventura anche nel lavoro duro, a capire quando è il momento di deviare dal programma.

Nel frattempo, sono arrivati vari sponsor tecnici al tuo fianco, tra cui Kailas Fuga, Gipron, Garmin e Alba Optics. Nel tuo modo di vivere la montagna sai ancora uscire senza obiettivo, solo per stare fuori?

La montagna è una maestra saggia. Lì mi sento al mio posto: vivo a contatto con la mia parte più animale e con il bambino che sono stato. Dove la natura è severa, serve strategia: per sicurezza, ma anche per godersi meglio quel tempo. La uso, e la considero fondamentale. Oggi le uscite libere sono poche, perché gran parte del mio tempo è dedicato all’allenamento. Però ci sono. A volte faccio viaggi in bikepacking, partendo da casa, cercando disagi evolutivi e restando fedele a valori come ecologia e sostenibilità. Altre volte corro nei boschi con solo un po’ d’acqua e nessuna meta. E in quei momenti riscopro l’essenza.

Cos’è per te la fatica?

La fatica è un valore. Se la scegli consapevolmente, ti rende più lucido. Non mi spaventa, anzi: mi dà consapevolezza. È presente ovunque, non solo nello sport. Bisogna solo capire per cosa vale la pena faticare. L’endurance, con la sua durata, è una grande palestra. Ti insegna a dosare la fatica fisica e quella mentale, a usare le risorse che hai. Impari a conoscerti, ad adattarti, a costruire strategie sostenibili. E tutto questo è utile anche fuori dallo sport.

Mi è capitato di seguire Davide in qualche allenamento. Di fotografarlo. Di raccontare qualcosa del suo mondo, se c’è una cosa che posso dare io è proprio questa. Stiamo provando a costruire un progetto nato da lui in cui prova a raccontarsi un po’, fotografato da me e confezionato da Damiano Levati. Una cosa nuova, stimolante. Vedremo cosa ne uscirà. Il bello, dal mio punto di vista, è investire in qualcosa che non ti dà un ritorno immediato. Magari non te lo darà nemmeno. Ma è esattamente il tipo di racconto che mi ha avvicinato alla fotografia, tanti anni fa, e che ogni tanto dimentico. Vivere le cose da dentro è qualcosa che dà un senso alle mie fotografie. Inseguirlo, aspettarlo, intercettarlo è un mix di adrenalina e angoscia che poi alla fine mi piace. Dopo. Aspettarlo la sera, quando fa buio, con il telefono che non prende e sua mamma che si agita, non è semplice. Ma fa parte del gioco.

Con Through Sport, associazione sportiva che hai co-fondato nel 2025 e che ha al centro lo sport come veicolo di inclusione, trasformazione personale e sostenibilità, ti sei mosso in una direzione più collettiva. Perché?

Through Sport dà un senso più ampio a quello che faccio. È il filo che tiene insieme la mia spinta personale, la ricerca del limite e della performance, con il desiderio di rendere accessibile la potenza dello sport anche a chi ha abilità diverse. Credo che certe emozioni debbano essere per tutti. Il mio impegno e quello dell’associazione vanno in quella direzione: allargare le possibilità.

C’è stato qualcuno che ha fatto per te ciò che ora provi a fare per gli altri?

Molte persone hanno lasciato il segno. Oggi ho la fortuna di avere attorno a me una piccola cerchia di grande valore: amici, mentori, compagni di allenamento, collaboratori affidabili. Mi ispirano quelli che fanno le cose con passione: non importa tanto cosa fanno, ma come. Anche la mia famiglia è un riferimento. Mi supporta nei momenti complicati, anche quando non capisce tutto fino in fondo. Ma c’è. E questo basta.

Come si costruisce una stagione solida?

Il merito è del mio allenatore, Francesco Chiappero. Lavoriamo insieme dal 2018, già dai tempi del ciclismo amatoriale. Con lui pianifico le stagioni con un anno di anticipo: fissiamo gli obiettivi principali, le gare test, ci confrontiamo spesso. A me piace capire, sapere perché faccio una cosa. E lui mi conosce abbastanza da sapere quando possiamo spingere. Questo metodo funziona: mi alleno bene tutto l’anno, arrivo preparato ma mai svuotato. Ho sperimentato il sovrallenamento, so quanto può essere frustrante non riuscire a uscire nemmeno per una sgambata. Oggi sento di avere una buona continuità, e questo è il vero obiettivo. Le gare sono il momento in cui raccolgo quello che ho seminato.

Nel trail running di oggi c’è ancora spazio per chi non vuole solo competere?

Mi considero ancora un neofita del trail. Ci sono molte gare, ma quelle davvero rilevanti a livello mediatico – quelle che contano per sponsor e brand – sono poche. Prepararle bene mi permette di costruire basi solide per altri progetti. Mi piace pensare in modo più ampio: fare della mia vita un progetto, unire sport e narrazione, creare traversate ibride mescolando corsa, bici, sci. Coinvolgere aziende, anche non direttamente legate allo sport. Non esiste una strada sola: serve un’idea forte, progettualità, persone competenti e la voglia di fare. Ci sto lavorando.

Cos’è che oggi ti fa dire “ne vale la pena”?

Il mio stile di vita. È sostenibile, radicato nella natura, in contatto con me stesso. Il corpo si muove, e io imparo a farlo sempre meglio. In questi anni ho visto come piccole scelte fatte col cuore portino a grandi gioie. Non ho una vita perfettamente equilibrata, ma la sto portando in una buona direzione. Ho scelto di tornare in Valle Grana per la calma, la logistica, il verde. In inverno vivo in Ubaye, in Francia, una valle selvaggia che mi ha accolto con semplicità. Lì sto entrando in una piccola comunità. Ho imparato il francese in fretta, e anche questo mi ha dato tanto. In certi momenti, tutto questo mi basta. Correre nella natura è un gesto accessibile e potente. Non servono tecnicismi. Anche senza essere specialisti, è un modo per stare bene. Vorrei contribuire a costruire una cultura sportiva diversa, più consapevole. Lo sport non toglie tempo al lavoro. Lo sport può essere lavoro.

Oggi Davide non cerca di vincere a tutti i costi, che poi le sue gare le vince anche. Fa le cose con metodo, con visione, con cura. Ma dentro quel piano c’è spazio per l’imprevisto, per il progetto ibrido che tiene insieme bici, corsa e sci. Vuole fare della sua vita qualcosa che abbia senso. Un percorso, non solo una somma di imprese. Io lo so che Davide non è Kilian Jornet. Ma questo non deve essere il freno che ti fa dire che non ne vale la pena. Puoi essere altro. Puoi fare quella cosa lì anche se gli altri la pensano che non ne vale la pena, mi ci ritrovo in questo. Lo può fare Davide, e lo possono fare molti altri. Basta trovare una dimensione che abbia un senso, e che fa star bene. Mentre correva giù, dopo il tramonto, nel suo ultimo allenamento, mi ha detto: una delle giornate più belle della mia vita. E quella è l’ennesima prova che si può fare sport in modo diverso, che correre non serve solo a vincere, ma a capire, che muoversi nel mondo può avere un senso. Basta farlo con testa, cuore e rispetto. Al ritmo giusto.

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