Dietro la partenza di Jazmine Lowther

WORDS → Francesca Robasto

Pics → @iampatrickpilz @mehdielmabrouk

DATE → 2026-09-09

La preparazione di Jazmine Lowther all’UTMB tra rituali, visualizzazione, nutrizione, clima e soprattutto il lavoro invisibile sulla mente.

A Chamonix, nei giorni che precedono l’UTMB, l’energia è difficile da ignorare. La valle si riempie di runner, amici, team, zaini, pettorali e conversazioni che finiscono inevitabilmente per tornare lì: alla gara. In mezzo a questa elettricità, Jazmine Lowther sembra cercare soprattutto il contrario. Un po’ di silenzio, qualche ora per sé, una corsa facile, una passeggiata senza obiettivi.

«Sto cercando di rilassarmi molto», ci racconta quando la incontriamo. È arrivata a Chamonix circa tre settimane prima dell’UTMB, abbastanza presto da avere il tempo di conoscere alcune parti del percorso che non aveva ancora visto. I giorni immediatamente precedenti la gara sono dedicati soprattutto a rallentare: qualche uscita facile, un po’ di movimento e, soprattutto, il tentativo di trovare un equilibrio tra l’essere dentro all’atmosfera e il non lasciarsi completamente trascinare. Perché Chamonix, durante la settimana dell’UTMB, è anche questo: un luogo in cui è facile essere distratti senza riuscire davvero a staccare.

«Puoi andare in centro, vedere un po’ di persone, vedere amici che non vedevi da tempo. È una grande riunione, davvero». Per Jazmine è una delle cose che rende speciale essere qui. Ma proprio per questo diventa importante ritagliarsi degli spazi personali. Un pomeriggio tranquillo, un pisolino, rivedere il programma, visualizzare la gara e avere un equilibrio in generale. È una ricerca di equilibrio che attraversa anche il suo modo di vivere la corsa. Prima di una gara, uno dei suoi rituali consiste nel ripercorrere mentalmente il percorso, disegnarlo manualmente per riconoscere montagne e punti di riferimento. Non tanto come una strategia di performance, quanto come un modo per costruire una familiarità con quello che aspetta.

Poi ci sono le piccole abitudini, apparentemente semplici che finiscono per diventare un momento importante della gara. Jazmine parla delle sue mashed potatoes, che si porta dietro in un flask, della zuppa calda e del brodo durante la notte. La preparazione dell’abbigliamento è pensata fino all’ultimo grammo, per poter affrontare ogni situazione metereologica. Prepararsi per un’ultra significa, in fondo, provare a immaginare tutto quello che potrebbe succedere senza pretendere di poterlo controllare.

Anche il clima fa parte dell’equazione. Jazmine è canadese, quindi il freddo non la preoccupa particolarmente. Ma arriva da un periodo di allenamento in Utah, dove il clima è molto caldo e secco. A Chamonix si accorge immediatamente della differenza: «Sudi tantissimo». L’umidità cambia il modo in cui il corpo perde acqua e sali e obbliga ad adattare il piano. Non è necessariamente qualcosa che si può risolvere con un allenamento specifico, quanto una questione di consapevolezza: sapere che quelle condizioni richiederanno qualcosa di diverso. È proprio la consapevolezza uno dei concetti che ricorrono maggiormente quando Jazmine parla della preparazione. E non soltanto quella fisica.

Nel suo percorso con Arc’teryx, infatti, racconta di aver trovato un supporto che considera particolarmente importante sul piano mentale. Tra le figure che seguono gli atleti c’è anche lo psicologo dello sport Dr. John Coleman, che Jazmine descrive come una persona capace di aiutare a «sbloccare nuovi livelli» dello stato mentale, ma soprattutto di portare attenzione a quel bagaglio che spesso ci portiamo dietro senza accorgercene. Prima di una gara, può bastare poco: una gamba che sembra stanca durante lo shake-out, un piccolo fastidio, una previsione meteo non ideale. Il rischio è trasformare ognuna di queste sensazioni in una prova che qualcosa non stia andando bene. «Spesso troviamo delle scuse per noi stessi», spiega. E quelle scuse possono diventare un peso aggiuntivo, qualcosa che ci mettiamo sulle spalle ancora prima di partire. Imparare a riconoscere dove va la mente, invece, permette di lasciare a terra almeno una parte di quel peso.

L’UTMB era nella lista delle cose da fare di Jazmine da tempo. La qualificazione è arrivata attraverso i suoi UTMB Stones e, con i 34 anni appena compiuti, ha sentito che fosse il momento giusto per provarci. Aveva già corso due CCC e, l’anno passato aveva affrontato l’OCC. Mancava il grande giro. «Penso di essere finalmente pronta per affrontare il big loop». Ma essere pronti non significa sentirsi perfettamente preparati. In un’ultra da oltre 170 chilometri e circa 10.000 metri di dislivello, l’idea che si sarebbe potuto fare qualcosa in più è praticamente inevitabile. Un altro allenamento, una corsa più lunga, qualcosa che si sarebbe potuto migliorare.

Guardare le prestazioni delle donne che hanno corso prima di lei le ha dato invece una prospettiva diversa. Studiare i loro tempi è stato quasi sorprendente: vedere quanto velocemente possano muoversi su una distanza simile è, prima di tutto, fonte di ispirazione. Ma significa anche vedere concretamente ciò che è possibile e, allo stesso tempo, capire quanto lavoro serva per arrivarci. È forse questo uno degli aspetti più interessanti dell’ultra: la distanza tra l’idea di ciò che è possibile e ciò che il corpo riesce realmente a fare.

E il risultato, qualunque esso sia, lascia qualcosa. A volte una sensazione enorme di soddisfazione, altre volte una lezione più difficile da assimilare. Jazmine lo sa bene: nell’ultra non è mai garantito che le cose vadano secondo i piani. Può piovere per ore, possono comparire problemi fisici, oppure può semplicemente essere una di quelle giornate in cui tutto sembra girare nella direzione sbagliata. In quel caso può essere necessario ritirarsi. E accettarlo non è semplice. «Devi quasi viverlo come un lutto», dice. Perché dietro a una gara ci sono mesi di lavoro, aspettative e un momento che, almeno sulla carta, dovrebbe raccogliere tutto quello che è stato fatto prima. Ma quando le cose funzionano, l’effetto può essere altrettanto profondo. Porti a casa una sorta di «cintura» di fiducia, coraggio e consapevolezza in più. Un’esperienza che rimane e che modifica il modo in cui guardi a te stesso. Forse è proprio questo che Jazmine cerca nella corsa: non soltanto arrivare più veloce, ma uscire dall’altra parte un po’ diversa.

E, prima ancora di partire, sa già quale sarà il momento che aspetta di più. Non il caos dello start, non i primi chilometri, non la possibilità di correre forte. La notte. L’inizio, a Chamonix, può essere quasi travolgente. Migliaia di persone, rumore, emozioni, adrenalina. «È elettrico», racconta, ma anche un po’ ansiogeno e sovrastimolante. Poi il gruppo comincia ad allungarsi. Il sole scende. La valle cambia volto e arriva quello spazio che sembra cercare da giorni: la montagna di notte, il silenzio, forse la luna, forse le stelle. La possibilità di avere un po’ più di spazio intorno a sé. «Una volta che entro in quel ritmo, in quello spazio, è dove mi sento più a mio agio».

E quella notte, alla fine, Jazmine l’ha trovata davvero. La sua prima UTMB si è chiusa con un quinto posto assoluto tra le donne in 23h21’55”, al termine di 174 chilometri e 9.700 metri di dislivello positivo. Ma il risultato racconta solo una parte della storia. A Courmayeur, dopo 81 chilometri, era quattordicesima, con oltre mezz’ora di distacco dalla quinta posizione. Da lì è iniziata una lunga rimonta: ottava al Grand Col Ferret, settima a Trient e ancora settima a Vallorcine, prima di recuperare tutto negli ultimi chilometri. A La Flégère, a circa 12 chilometri dal traguardo, aveva ormai raggiunto e superato Lucy Bartholomew e Katarzyna Dombrowska, entrando nella top five. È un finale che sembra quasi dare una forma concreta a ciò che Jazmine raccontava prima della partenza: trovare il proprio ritmo, aspettare che il rumore lasci spazio alla concentrazione e continuare a muoversi quando la gara diventa davvero lunga.

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