Door To Summit

WORDS → chiara beretta

DATE → 2026-03-17

Pedalare, camminare e scalare. In altre parole: farcela solo con le proprie gambe. Greta Lanfranchi e Barbara Martinengo raccontano la bellezza dell’approccio door to summit, che regala un’esperienza ad alta quota più completa ed entusiasmante. Dopo il Pizzo Badile e la Cima Grande di Lavaredo, ora sognano le pareti nord più iconiche delle Alpi

Ci sono progetti che nascono quasi per caso e che poi crescono pedalata dopo pedalata, appiglio dopo appiglio. È il caso di Barbara Martinengo, 31 anni, e Greta Lanfranchi, 32, che dopo anni di montagna hanno trovato l’una nell’altra la compagna di cordata ideale. L’approccio all’alta quota che stanno sperimentando potreste già averlo provato in prima persona, o magari intercettato sui social, perché sta diventando sempre più popolare: lo chiamano door to summit e consiste, come suggerisce il nome, nel raggiungere la vetta di una montagna solo con la forza delle proprie gambe. Niente auto lasciata nel parcheggio, insomma: si esce di casa, si sale in sella alla bici, si pedala e si raggiunge l’attacco della via o la partenza del sentiero. Nel caso delle due amiche alpiniste, questo approccio ha già messo radici in un sogno più grande: Progetto Nord. L’idea è scalare alcune delle pareti nord più iconiche delle Alpi partendo in bicicletta, appunto, e contando soltanto sulle proprie gambe e sulle proprie braccia. Entrambe assicurano che si tratta di un progetto a lungo – anzi, lunghissimo – termine. Le prime due tappe però hanno già preso forma: il Pizzo Badile e la Cima Grande di Lavaredo.

Sia per Barbara sia per Greta, la montagna è stata un’impronta di famiglia. «I miei genitori avevano iscritto mio fratello alla palestra di arrampicata di Novara», ricorda Barbara. «Ero invidiosa, così ho detto: voglio andarci anch’io. Poi ho frequentato il CAI e ho continuato ad arrampicare con molti alti e bassi, finché ho conosciuto Greta». Che, da parte sua, sorride ricordando le prime gite: «Sono sempre andata in montagna con i miei genitori fin da quando ero piccolina, ma non avevo mai voglia di camminare. Oggi li ringrazio perché hanno piantato un semino che poi è cresciuto. Quando le escursioni hanno smesso di essere “un obbligo di famiglia” ho ripreso ad andare in montagna con gli amici, soprattutto in Valsesia, dove poi mi sono trasferita. Ho cominciato ad arrampicare nel 2021 e un grazie speciale va a Gianni, un caro amico di 72 anni calmo e paziente, un alpinista classico d’altri tempi che è diventato un vero mentore. Un giorno eravamo insieme in falesia a Croveo, in Ossola, era una delle prime volte che indossavo le scarpette e tutto per me era nuovo. Vedo questa ragazza scalare su un tiro iconico del luogo: penso, è fortissima! Quella ragazza era Barbara».

Le due si ritrovano tre anni dopo, tramite amicizie in comune, e decidono di scalare insieme. La prima via lunga condivisa è la Oppio-Colnaghi sul Pizzo Uccello, in conserva. Si accorgono presto che la cordata funziona: spesso si aggiungono altri amici e amiche, tra cui Marta Giampani. Marta è la prima compagna di cordata di Greta, con cui oggi condivide «non solo la passione per la montagna, ma anche tanti frammenti di vita quotidiana. Più che una socia d’arrampicata, è un’amica, una sorella scelta, con cui affrontare non solo le pareti di roccia ma anche quelle invisibili di ogni giorno», racconta Greta. L’intesa tra Barbara e Greta, comunque, resta speciale per questo tipo di avventure. Gli ingredienti indispensabili? Ascolto, pazienza, rispetto e fiducia reciproca, dicono. «Non ti senti in difetto o giudicata. Ci sproniamo a vicenda», aggiunge Barbara. «Una cosa su cui ho sempre riflettuto, e che ho condiviso con Greta, è che quando vai in montagna con un ragazzo dai per scontato che lui sia più forte. Anche chi ti guarda da fuori lo pensa: che sia vero o no, sembra quasi che tu sia “affidata”. Con Greta e Marta, invece, l’equilibrio è diverso: è facile sentirsi alla pari, dove non arriva una, arriva l’altra».

L’elemento bici entra in scena grazie a Greta e Marta, che immaginano per la prima volta di unire pedalate e scalate. Aggiungere fatica alla fatica, insomma: «D’altronde, come insegna Mark Twight, la sofferenza in montagna non è un ostacolo da evitare, ma una soglia da attraversare, un modo per immergersi completamente nell’ambiente, accettando la fatica come parte integrante del percorso», spiega Greta. Dopo l’acquisto di una gravel, il nuovo approccio viene messo alla prova sul Monte Tagliaferro: bici caricata con l’attrezzatura, avvicinamento che solitamente si fa in auto, camminata, cresta e vetta. «È iniziata così. Ho pensato: wow, posso farlo con le mie gambe! È un approccio che dà una sensazione di grande completezza ed è un’esperienza nel complesso molto ricca», racconta Greta. Anche Barbara compra la bici, ed ecco che prende gradualmente forma il Progetto Nord. Le due alpiniste non hanno fretta di realizzarlo. Sanno bene che scalare certe pareti richiede non solo capacità fisiche e competenze tecniche, ma anche una profonda conoscenza dell’ambiente alpino. Una conoscenza che arriva con l’esperienza, e che richiede pazienza e determinazione. Intanto, però, le prime pareti nord le hanno già scalate.

Ad agosto 2025 scelgono la nord del Pizzo Badile, che reputano la più “abbordabile”. Partono dalle rispettive case in bici e si incontrano a Lugano per proseguire insieme verso la Val Masino. Il furgone di Greta era stato precedentemente lasciato in loco, così da usarlo come base e come deposito di attrezzatura. Il giorno dopo inizia il lungo avvicinamento a piedi verso la Capanna Sasc Furä, dove passano la notte. La scalata invece, affrontata insieme a Marta e Michele legati in una seconda cordata, si rivela più lunga del previsto: «Sia io che Barbara abbiamo sbagliato un paio di tiri che ci hanno fatto perdere abbastanza tempo», ricorda Greta. «Non trovare nessuno su una parete del genere è una fortuna più unica che rara, ma l’altro lato della medaglia è che interpretare la via non è sempre scontato». Arrivano in cima al tramonto e decidono di bivaccare in vetta, sotto le stelle. Con lo zero termico a quote più elevate del normale e condizioni meteo favorevoli, l’esperienza non riserva nessun pericolo: solo l’emozione di una stellata durante la notte di San Lorenzo e un’alba indimenticabile. Una settimana dopo tocca alla Cima Grande di Lavaredo. Questa volta Greta e Barbara partono insieme in bici da Tesidio, in Val Pusteria, dove i genitori di Greta hanno una casa vacanze. Mentre macinano chilometri, sulla bici appendono un cartello per chiedere in tono scherzoso alle auto di passaggio di trasportare l’attrezzatura da arrampicata fino al rifugio Auronzo in cambio di una birra. Nessuno si ferma: molti turisti sono stranieri e probabilmente non capiscono la richiesta (o magari preferivano il vino?). «Alla fine due turisti francesi in e-bike si sono fermati, incuriositi, e ci hanno dato una mano caricandosi un paio di borse per gli ultimi 300 metri di dislivello», raccontano. La scalata, il giorno dopo, procede splendidamente: piacevole per l’ambiente in cui si trovano, sebbene la via non sia banale. «Il passaggio dal granito compatto alla dolomia friabile è sempre uno shock!». La scalata, comunque, diventa un altro piccolo tassello che conferma che il progetto è possibile, anche se faticoso e non sempre lineare.

Ora che è si avvicina l’inverno, Barbara e Greta si concentreranno soprattutto su ghiaccio e goulotte. Ma il sogno delle nord resta lì: vivo, paziente. «Il senso del progetto bici, oltre all’aspetto di sostenibilità e di approccio autentico», spiega Greta, «è anche prendersi il tempo per vivere l’esperienza pienamente, senza fretta, al nostro ritmo. Pedalando, camminando, scalando e magari, se succede, anche godendosi l’alba dalla vetta».

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