Elias Iagnemma e La Sportiva riscrivono il boulder
WORDS → Francesca Robasto
DATE → 2026-04-02
Dall’ossessione durata 200 giorni alla proposta del primo 9A+ al mondo: Elias Iagnemma racconta la genesi di Exodia, una sfida tra le pieghe della Val Pellice che ha visto l’atleta riscrivere i confini della difficoltà estrema nel boulder.
È stato un autunno importante nel mondo della scalata e del boulder. A metà novembre, il climber abruzzese Elias Lagnemma – classe 1995 e tra i più forti specialisti delle difficoltà estreme in circolazione, con all’attivo linee come Burden of Dreams e The Big Slamm, tra i pochissimi 9A/V17 esistenti – ha chiuso Exodia, un blocco nella zona del rifugio Barbara Lowrie, in Val Pellice in Piemonte, proponendone la gradazione di 9A+, il primo blocco al mondo di questa difficoltà.
Un’impresa totalizzante in un luogo simbolo della storia dell’arrampicata nel nostro Paese, profondamente legato anche alla vita personale di Elias, realizzata dopo circa quattro anni di preparazione e mesi di lavoro specifico. Una di quelle occasioni quasi irripetibili dove corpo, mente e ambiente trovano il perfetto equilibrio per esprimere uno tra i gesti più puri del movimento umano.
Starà ora alla community dei climber il confronto sul grado e l’onere delle future ripetizioni; di certo, Elias ha tracciato un precedente, affermandosi come atleta di assoluto rilievo e visionario capace di spostare i confini della disciplina. Per approfondire alcuni dettagli dell’impresa – che dal giorno dell’annuncio ha catalizzato l’attenzione dei principali atleti e media del mondo dell’arrampicata, a partire da Adam Ondra, che ha commentato con un eloquente emoji «ci ho messo gli occhi» – lo abbiamo raggiunto tramite il suo sponsor, La Sportiva.
Nei post che hai pubblicato su Instagram per raccontare l’impresa hai citato un numero che colpisce: 200 giorni, in pratica un Erasmus! Qual era la tua routine quotidiana durante questo periodo così particolare? Nel lungo periodo dedicato a Exodia, ogni aspetto della mia vita era organizzato attorno al blocco. La stagione di prova durava circa sei mesi all’anno: da metà primavera fino a metà estate, e poi di nuovo da fine settembre fino a novembre. Ogni sessione veniva sfruttata al massimo, senza lasciare nulla al caso. La gestione delle energie è stata fondamentale, così come la prevenzione degli infortuni. Ogni allenamento e ogni spostamento erano pensati in funzione del progetto. Perfino salire altre linee poteva creare ansia, perché anche un piccolo problema avrebbe potuto rallentare tutto. Spesso ho rinunciato alla libertà e alla gioia di arrampicare spontaneamente, concentrandomi solo sul blocco, perché sapevo che ogni dettaglio contava.
Il fatto che Exodia sia suddiviso in due sezioni molto distinte ti ha aiutato a definire la proposta di grado? Come hai ragionato nella valutazione complessiva della difficoltà? Sì, il blocco è diviso in due parti molto nette e questo mi ha aiutato mentalmente a capire che era un progetto fattibile. Ho valutato ciascuna sezione separatamente, una intorno all’8B+, l’altra all’8C+. Molti blocchi da 9A combinano difficoltà simili, ma secondo me Exodia superava chiaramente quei parametri e mi è sembrato l’unico modo per rappresentare con sincerità l’esperienza. Naturalmente, saranno le ripetizioni future a stabilire il valore definitivo.
Proporre un nuovo grado richiede coraggio, soprattutto quando non ci si posiziona come apripista globali (come invece ragionano per esempio alcuni americani nel boulder). Che tipo di reazioni hai ricevuto dalla community internazionale? Come vivi il mix di entusiasmo (di certo prevalente, a leggere in rete) ma anche i dubbi/critiche che immagino stiano arrivando quando si propone un livello così alto? Sapevo che un grado così alto avrebbe diviso le opinioni. È normale che ci sia entusiasmo e, allo stesso tempo, qualche dubbio. Non ho mai cercato di stupire o di fare clamore, Exodia è il blocco più difficile che abbia mai provato e non mi interessa se il grado verrà confermato o rivisto. Per me, l’importante è aver affrontato il progetto con onestà e impegno totale ed è bello leggere supporto e incoraggiamento. Le critiche fanno parte del gioco, le accolgo senza lasciarmi influenzare.
Insieme a Stefano Ghisolfi sulla lead, sei l’atleta che ha riportato l’Italia al centro della scena mondiale delle difficoltà estreme. Come ti fa sentire aver liberato, in Italia, due dei blocchi più duri al mondo (9A e 9A+)? Liberare linee “di casa” ha un sapore diverso per te? Assolutamente sì e farlo “a casa”, su una linea vicina fisicamente ed emotivamente, ha un significato completamente diverso. Se Exodia fosse stato lontano, non avrei potuto viverlo con la stessa intensità. Il fatto che fosse lì, nel mio luogo del cuore, mi ha permesso di viverlo senza fretta, in profondità, con un legame che nessun altro progetto potrà mai avere allo stesso modo. Liberare linee italiane così difficili mi rende orgoglioso, ma più di tutto sento che Exodia è parte della mia storia personale.
Quante volte hai pensato di mollare? Ci sono stati momenti in cui ti sei detto che non fosse possibile? Cosa ti ha spinto a continuare, giorno dopo giorno? Molte volte ho pensato di smettere. È stato un processo lunghissimo, estenuante, che mi ha svuotato a ogni livello, tuttavia la perseveranza è stata ciò che mi ha permesso di andare avanti perché quando mi metto in testa qualcosa, non mollo finché non crollo. Anche nei momenti peggiori, la convinzione profonda di poterlo fare non mi ha mai abbandonato: si affievoliva magari, ma non si spegneva mai e a ogni nuova stagione tornava più forte della precedente.
Dopo un progetto così totalizzante, come immagini il “dopo”? Ti senti cambiato come scalatore (o perfino come persona) e in che direzione senti che ti sta portando questa esperienza? In questo momento sento il bisogno di ritrovare la leggerezza e di godermi l’arrampicata senza pressione. Voglio allenarmi con più libertà e trascorrere un periodo a Fontainebleau, concentrandomi sulle linee classiche e sul piacere dello scalare senza l’ossessione della performance. Exodia mi ha portato al limite e mi ha insegnato molto sulla gestione mentale e sugli aspetti emotivi dello sport, ma ora sento l’esigenza di riconnettermi con la dimensione più pura e spontanea dell’arrampicata, ritrovando il piacere genuino di scalare.





