Come quella dello skialp alle Olimpiadi, prevista nell’edizione Milano-Cortina 2026. Una scelta che ha diviso e che ha sollevato pareri contrastanti, anche tra gli atleti stessi. Abbiamo fatto due chiacchiere con Emily Harrop, del team Millet, per sapere cosa ne pensa chi alle Olimpiadi ci andrà davvero
Emily Harrop si definisce una persona dinamica, alla quale piacciono le sfide, e che a volte vuole fare troppe cose contemporaneamente. Ma a un’atleta che è stata sei volte campionessa del Mondo, due volte campionessa d’Europa, che ha vinto quattro sfere di Cristallo generale di Coppa del Mondo (dal 2022 al 2025), quattro sfere di Cristallo di Sprint di Coppa del Mondo (dal 2022 al 2025), una Sfera di Cristallo individuale (2024), una di Vertical Race (2025), un Tour du Rutor (2022), due Pierra Menta (2023 e 2024) e un Mezzalama (2025), fare più cose al tempo stesso riesce molto bene.
Membro del team Millet, si sente parte di una famiglia che ha creduto in lei fin dall’inizio, quando ancora non c’erano molti risultati. La lungimiranza dello storico marchio francese di Annecy ha forse radici nel modo determinato e deciso con cui la scialpinista gestisce un talento che ha saputo coltivare fin da giovanissima. E che l’ha portata fino a un momento fondamentale nello sviluppo della sua disciplina: ovvero l’iscrizione dello scialpinismo nella lista delle discipline olimpiche. Un debutto che divide e che causa discordia tra i puristi di questo sport ed entusiasti che si augurano che sia un punto di partenza per aumentarne la popolarità.
Ciao Emily. Nel 2026 lo scialpinismo comparirà per la prima volta come sport alle Olimpiadi. Come ti senti a riguardo? Sono molto entusiasta per l’inizio di questa stagione. Per noi si tratta di una cosa completamente nuova. Certo, abbiamo dovuto fare molti compromessi riguardo la definizione di quello che noi chiamiamo «scialpinismo» negli ultimi anni per adattarlo al format olimpico, ma si tratta al tempo stesso di un’occasione imperdibile.
Qual è la tua opinione a proposito? Sono contenta perché porterà molta più attenzione sullo scialpinismo da parte del pubblico. Sapere che c’è un bacino di utenti molto più esteso che guarderà le gare è ottimale per il nostro sport. Significa avere più sponsor e più fondi per la Federazione ma anche attirare e motivare giovani atleti, e permettere ad altri di coltivare professionalmente una passione. Penso che questa sia la cosa più importante. Se quest’edizione dovesse andare bene, sarà ancora più facile ottenere quello che vogliamo nelle prossime — quella del 2030 in particolare, che si svolgerà in Francia e per la quale abbiamo grandi aspettative soprattutto per la gara individuale.
Pensi che lo scialpinismo possa diventare una disciplina accessibile al grande pubblico? Sì, può diventare una disciplina popolare, ma al tempo stesso c’è qualcosa da fare a livello istituzionale perché lo diventi nel modo più sicuro possibile. Penso che ci saranno sempre più praticanti soprattutto a causa del cambiamento climatico, che renderà presto i resort di sci alpino troppo affollati e di difficile accesso. Lo scialpinismo ti permette di praticare dove vuoi e spesso lontano da folle numerose. È necessario però accompagnare i neofiti alla scoperta di questo sport — cosa che si può fare a livello statale. Per esempio, prevedendo nelle stazioni sciistiche delle piste dedicate alla salita (ne abbiamo una a Courchevel), e giornate di formazione a tema sicurezza.
Quando hai iniziato la pratica dello scialpinismo? Cosa ti ha spinto a farlo? Non l’ho scelta da subito: fino ai 19 anni ho praticato solo sci alpino, gareggiando quattro anni nella FIS. Ho sempre preferito però gli sport di resistenza. La prima volta che ho provato lo scialpinismo dovevo avere circa 14 anni, ed ero una vera principiante. Mi piaceva però l’idea di arrivare in cima alle montagne con le mie gambe, soprattutto perché sciando i miei allenatori mi forzavano a stare in palestra e mi dicevano di smettere di correre qua e là! Dopo quattro anni di gare ho subìto un infortunio e ho deciso di smettere. Sapevo però che volevo continuare a fare sport e lo scialpinismo si è presentato come il perfetto mix di tecnica sciistica e resistenza. Nel 2021 è diventato il mio lavoro: ho preso un allenatore e sono entrata nell’Armée des Champions, la squadra sportiva militare francese.
Cosa vuol dire per te essere un’atleta professionista? Significa realizzare un sogno che avevo fin da bambina. Quando sono entrata nell’Armée ho pianto lacrime di gioia. Volevo solo vivere per lo sport e mettere alla prova la mia resistenza. Quando ho smesso con lo sci alpino ho davvero avuto paura di aver perso la mia unica possibilità. Invece si è poi presentata questa grande occasione.
Sei più competitiva con te stessa o con gli altri? Diciamo che la mia grande motivazione è il voler vedere quanto in là posso spingermi. Quando sono da sola, sono in grado di andare a fondo, spingermi il più possibile fino al limite e anche oltre. In gruppo è diverso, guardando gli altri ti dici che se ce la fanno loro puoi farcela anche tu, puoi andare un po’ più veloce, spingere un po’ di più. E ci si motiva a vicenda. Io mi alleno essenzialmente da sola, poi abbiamo un numero di giorni precisi prima della stagione durante i quali dobbiamo allenarci come squadra. Ma preferisco allenarmi a casa.
Come approcci il tuo allenamento e le giornate più dure? A essere sincera, non lo so con certezza! Mi piace vivere l’allenamento al suo estremo e ascoltare il mio corpo. Se mi sento in forma e penso di potermi spingere molto più in là, lo faccio. Sono momenti in cui riesco davvero a scoprire cose su me stessa e imparare molto. Ovviamente prima delle giornate più dure sono molto nervosa, ma la sensazione di realizzazione e soddisfazione che ne consegue è molto più forte del resto. Per me significa che sto andando nella giusta direzione.
Come affronti invece il fallimento? Si tratta di qualcosa che ho dovuto affrontare molto spesso, soprattutto durante la mia carriera nello sci alpino. È forse un cliché, ma devi solo imparare ad accettarlo. Se ne tiri fuori una lezione, è un bene. Se invece ti deprimi e basta, non serve niente. È tutto nelle tue mani. Ho imparato ad analizzare tutti gli elementi che mi hanno portato a quel fallimento, riconoscere gli errori e capire come fare le cose in modo diverso la volta dopo.
Nel tuo essere atleta provi un senso di responsabilità verso qualcuno (te stessa, il tuo allenatore, gli sponsor come Millet, la squadra)? Assolutamente. Quando sono entrata nell’Armée, il mio allenatore mi ha detto: adesso devi dimostrare loro che hanno fatto bene a sceglierti. Volevo far le cose come si deve e non mandare all’aria quest’occasione. Con il passare degli anni, sto imparando a distaccarmi da questo tipo di pressione. Sì, è mia responsabilità dare il meglio di me, in ogni occasione, ma sempre a modo mio. Gli sponsor e i brand devono accettare che i risultati non si scrivono mai a tavolino. Il mio equilibrio è più importante di ciò che gli altri ritengono sia giusto e necessario fare da parte dell’atleta.
Rimanendo in tema sponsor — qual è il tuo rapporto con la famiglia Millet? Abbiamo un buonissimo rapporto e sono molto contenta. Sono stati il mio primo vero sponsor. Non avevo nemmeno vinto un granché, e loro hanno voluto credere in me. Ed è bellissimo averli vicini geograficamente — stando ad Annecy, posso andare da loro ogni volta che è necessario per testare prodotti, dare feedback, o solo passare del tempo con il team.
Hai contribuito alla realizzazione di alcuni zaini da scialpinismo di Millet. Qual è stato il tuo ruolo nel processo? Sì, negli ultimi due anni ho sviluppato insieme al team R&D di Millet uno zaino da sprint che uscirà quest’anno. Mi occupavo di suggerire modifiche e di testare lo zaino sul campo. Andavo ad Annecy con i miei sci, prendevo un prototipo e andavo da qualche parte a testarlo. Dopodiché inviavo subito dei messaggi al team con dei feedback. Mi piace il loro approccio perché il brand si occupa essenzialmente di alpinismo, ma non dice mai di no a progetti di nicchia come questo, soprattutto per supportare i propri atleti professionisti. È bello sentire questa vicinanza e quest’apertura da parte loro.
Qual è il tuo must have per qualsiasi occasione, dall’allenamento alla gara? Direi proprio lo zaino. Nello scialpinismo tutto l’equipaggiamento è importante, ma lo zaino forse più del resto. In particolare, il modello Pierra Menta di Millet, che è quello che uso di più in assoluto. Spesso ci metto dentro anche quello da sprint, nel caso avessi tempo di fermarmi a fare qualche prova.
Che consiglio daresti a chi si vuole approcciare allo scialpinismo? È più facile farlo se trovi delle persone con esperienza disponibili a portarti e a insegnarti i fondamentali. È una disciplina molto tecnica e i progressi sono lenti, ma è più facile con accanto qualcuno pronto ad aiutarti. Bisogna essere pazienti, darsi tempo: c’è tantissimo da imparare, ma il risultato è davvero molto gratificante. Lo scialpinismo è una grande opportunità per testare le proprie abilità, qualcosa che ti arricchisce al di là di ogni aspettativa.
















