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K2, l’ultima sfida dell’inverno, con Nirmal Purja

By Gian Luca Gasca

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Sono le 16:57 pakistane del 16 gennaio 2021 quando un gruppo di 10 alpinisti nepalesi (Nirmal Purja, Mingma Gyalje Sherpa, Gelje Sherpa, Mingma David Sherpa, Dawa Tenjing Sherpa, Kili Pemba Sherpa, Mingma Tenzi Sherpa, Sona Sherpa, Dawa Temba Sherpa, Pem Chhri Sherpa) si abbraccia in cima al K2 scrivendo l’ultimo capitolo di una storia lunga quarantuno anni, quella dell’himalaysmo invernale.

10 nepalesi in cima al K2
Si sono aspettati qualche metro sotto la cima, hanno atteso di essere tutti insieme prima di proseguire come un’unica squadra verso il punto più alto. Gli ultimi passi li hanno compiuti cantando l’inno nazionale nepalese, poi si sono lasciati andare alla gioia del momento mentre il tramonto li cingeva e l’ombra della grande montagna si allungava all’infinito. “Fratello a fratello, spalla a spalla, camminavamo insieme verso la vetta. Nessun programma individuale, nessuna avidità individuale, solo spirito di squadra con una visione condivisa” scrivevano pochi giorni dopo sui loro profili social. Una frase che svela tutto l’orgoglio di appartenere al paese delle grandi montagne.

Dieci nepalesi: nove Sherpa e un Ghurka. Due nomi che per i più significano ben poco e che spesso vengono recepiti nel modo sbagliato. Partiamo dal termine “Sherpa” che spesso, erroneamente, nel mondo occidentale viene usato per indicare i portatori d’alta quota. Gli Sherpa sono un popolo del Nepal che conta circa 150mila rappresentanti tra le montagne del Paese. Il nome traslitterato significa “uomini dell’est”. Se lo sono dati da soli, per distinguersi dalle altre popolazioni nepalesi provenienti dal Tibet. Abitano le pendici delle grandi montagne, i villaggi di valle, ed è qui che per molto tempo le spedizioni occidentali hanno reclutato i portatori per le loro spedizioni. Sono uomini dotati di eccezionale resistenza fisica e di un naturale adattamento alle altissime quote. Nirmal Purja appartiene invece all’etnica Gurkha, un popolo che abita il Nepal e l’India settentrionale. Il loro nome deriva dal guru guerriero Gorakhnath. Da qui vengono scelti gli uomini che entrano a far parte della Brigata Gurkha, corpo di élite dell’esercito britannico, dove Purja ha prestato servizio per diversi anni.

Da portatori a protagonisti

Per oltre mezzo secolo, fin dalle prime esplorazioni occidentali sulle montagne himalayane, questi uomini sono stati parte delle spedizioni occidentali. Prima umili portatori, poi gregari di grande capacità, guide d’alta quota e oggi protagonisti indiscussi sulle cime di casa. Un cambio di passo consacrato con la prima invernale del K2. Un evento che chiude un capitolo e apre le porte a un futuro di nuove opportunità, così come accaduto sulle Alpi oltre un secolo fa. Le grandi conquiste dell’Ottocento sull’arco alpino erano appannaggio dell’aristocrazia e della borghesia cittadina, raramente l’ambizione di scalare una montagna partiva dal valligiano. I montanari erano ingaggiati come portatori o guide, per aiutarli e supportarli nella salita. Conoscevano il territorio, sapevano come muoversi e come affrontare le insidie della montagna. Basta ripensare all’epopea del Cervino e alla figura di Jean-Antoine Carrel. Con l’andare degli anni i montanari si sono organizzati e formati, hanno iniziato a salire verso l’alto per ambizione personale, sono diventati i protagonisti indiscussi dell’alpinismo sulle montagne di casa, le Alpi. 

Nel corso dell’ultimo ventennio abbiamo osservato questo stesso fenomeno anche in Himalaya, dove i local sono diventati prima guide preparate e competenti, poi interpreti di salite da primato. I dieci alpinisti giunti in vetta hanno un curriculum che vanta almeno quattro Ottomila, molti li hanno scalati più e più volte. Tra di loro spiccano i profili di Nirmal Purja, recordman con all’attivo le 14 vette più alte della terra in soli 6 mesi e 6 giorni (con ossigeno), e di Mingma David Sherpa, classe il 1989 è il più giovane scalatore a vantare la salita di tutti e 14 gli Ottomila (con ossigeno). Molte delle loro salite, fino a oggi, sono state realizzate con l’uso delle bombole di ossigeno. Non si tratta infatti di scalate compiute per il puro piacere di raggiungere la cima di una montagna, ma di lavoro. I ragazzi che hanno raggiunto per ben 9 volte l’Everest l’hanno fatto come guide di spedizioni commerciali, dovevano quindi essere sempre in grado di garantire la sicurezza dei loro clienti, senza usare le bombole sarebbe stato impensabile. Tornando a noi bisogna ammette con franchezza che gli alpinisti nepalesi oggi ad altissima quota non hanno rivali, seppur permanga un velo di differenza quando si parla di difficoltà tecniche elevate.

La prima salita invernale del K2 apre quindi le porte a molte riflessioni riguardo il futuro dell’himalaysmo, ora che il popolo Sherpa ha preso coscienza di questo mondo. Sicuramente, commentano alcuni esperti, porterà a dei grossi cambiamenti all’interno della società Sherpa avvicinando all’alpinismo anche chi fino a oggi ha sempre vissuto l’attività marginalmente. Sapranno certamente fare tesoro di questi risultati, riuscendo anche a monetizzare divenendo loro stessi i coordinatori di spedizioni alpinistiche e trekking in altissima quota. 

Ossigeno sì, ossigeno no

Dieci alpinisti in vetta, nove con le bombole d’ossigeno e Nirmal Purja senza, come da accordi. Prima di iniziare l’attacco di vetta gli scalatori nepalesi si sono accordati decidendo che almeno uno di loro sarebbe salito senza utilizzare le bombole. Inizialmente, oltre a Purja, anche Mingma Gyalje Sherpa avrebbe dovuto effettuare l’ascensione senza, poi il freddo e alcuni problemi fisici l’hanno spinto al suo utilizzo a partire dal terzo campo. 

L’ossigeno crea sempre indignazione nell’ambiente alpinistico, ma la realtà di questa salita è un’altra: mentre salivano gli alpinisti stavano attrezzando la via nella parte alta della montagna. Parliamo di un tratto particolarmente tecnico e delicato che li ha costretti a numerose pause per mettere in posizione gli ancoraggi e per stendere le corde. Siamo in inverno, a quote proibitive, con temperature sotto lo zero di parecchie decine di gradi. Il rischio di congelamento è altissimo per uno scalatore che rimane fermo a lavorare senza poter respirare una quantità sufficiente di ossigeno. Quello che hanno realizzato rimane una grande prestazione sia in salita sia in discesa, quando hanno dovuto percorrere il dislivello negativo che separa la cima da campo 3 (7350m) al buio, ma non solo. Ancora più sorprendente quanto compiuto da Sona Sherpa e Gelje Sherpa che hanno scelto di non fermarsi sulla montagna continuando verso il campo base in un’unica tirata.

 

Himalaysmo invernale, una storia finita?

Si chiude con il K2 l’ultima grande sfida dell’inverno, ma si aprono le porte a nuove importanti possibilità durante la stagione più fredda. Se fino a oggi gli alpinisti si sono concentrati sulla realizzazione delle prime salite assolute, ora potranno dedicarsi alle ripetizioni, alla ricerca di nuovi itinerari sempre più difficili, a un miglioramento stilistico. 

A tal proposito è interessante evidenziare come in inverno nessun Ottomila, a eccezione del Nanga Parbat con la salita di Elisabeth Revol e Tomasz Mackiewicz nella stagione 2017/2018, sia mai stato salito in puro stile alpino.

Anche qui la storia ricalca quanto accaduto sulle Alpi, che dopo la salita delle cime principali della catena ha visto gli alpinisti ricercare nuovi itinerari sempre più difficili. L’inglese Albert Frederick Mummery è stato pioniere di questa evoluzione con le sue vie sul Cervino. Ma non solo, come accaduto sulle nostre montagne, anche in Himalaya dopo la conquista dei picchi principali si volgerà lo sguardo all’enorme bacino di montagne tra i sei e i settemila metri ancora inviolate nella stagione fredda. Un nuovo gioco e una nuova storia da raccontare.

Nirmal Purja 

Ex membro delle squadre speciali inglesi Nirmal Purja è l’uomo dei record in altissima quota. Atteggiamento spavaldo e sfrontato, comunicazione in stile militaresco, fino a oggi ha centrato tutti gli obiettivi che si è prefissato. È salito alla ribalta delle cronache nel 2019 per il suo “Project Possibile” con cui ha scalato tutti e 14 gli Ottomila in soli 189 giorni, ovvero 6 mesi e 6 giorni, impiegando le bombole d’ossigeno. Nessuno l’avrebbe creduto possibile, neppure lo stesso Nirmal che più volte ha dichiarato di essersi convinto strada facendo. Alla fine ci è riuscito ad abbattere il primato prima detenuto dal coreano Kim Chang-ho (sette anni, dieci mesi e sei giorni). Se quanto realizzato in estate sui 14 Ottomila ci è sembrato sorprendente, lo è ancora di più la sua realizzazione sul K2 invernale. Lui e nove compagni Sherpa, fratelli come dicono tra di loro. 

Dei 10 alpinisti che hanno realizzato la prima invernale assoluta all’ultima montagna ancora inviolata in inverno, Nirmal è l’unico a essere salito senza utilizzare bombole d’ossigeno. “Almeno uno di noi sarebbe arrivato in vetta senza” è la dichiarazione unanime di tutti i ragazzi del team. “Non ne ho parlato molto prima perché non sentivo il bisogno di fare chiasso attorno alla scelta di salire senza ossigeno” confessa Nirmal che ha comunque portato avanti la sua decisione nonostante non fosse del tutto acclimatato. “Ho avuto occasione di passare poco tempo sulla montagna, solo una notte campo 2 (6600 m) a causa delle condizioni meteo”. Nonostante questo è comunque riuscito, un passo alla volta, fino al punto più alto. “Siamo arrivati in cima come una squadra” continua. “Non abbiamo mai pensato al nostro guadagno individuale, ma ognuno di noi ha lavorato duramente, con determinazione e con il desiderio di rendere possibile l’impossibile”. Una grande impresa, soprattutto per i nepalesi “che non hanno mai ricevuto la giusta ricompensa per i loro meriti”. 

Nirmal è cresciuto in Nepal, nel pianeggiante territorio di Chitwan, fino alla maggiore età,  quando poi è entrato a far parte della Brigata Ghurkha, elitario reparto del British Army, seguendo le orme paterne. Nel 2009 lascia la brigata per entrare in servizio con la Special Boat Service, corpo scelto della British Royal Navy. In questo periodo inizia ad avvicinarsi al mondo della montagna, divenendo uno specialista nel combattimento in ambiente artico e montano. L’ambizione di arrivare su una vetta di ottomila metri nasce invece nel 2012 quando, durante un periodo di licenza, si cimenta in un trekking al campo base dell’Everest. Ammaliato dalla vista della più alta montagna della Terra, chiede alla sua guida di scalare una montagna, così pochi giorni dopo eccolo sulla cima del Lobuche East, seimila metri, non molto distante dall’Everest. Da qui in avanti non si è più fermato continuando a coltivare la sua passione alpinistica nel tempo libero dal duro lavoro di soldato. Nel 2014 raggiunge la vetta del Dhaulagiri, il suo primo Ottomila, e due anni dopo quella dell’Everest. Nel 2019 lo vediamo rimbalzare da una cima all’altra, compiendo tutta la corona himalayana in soli 6 mesi e 6 giorni. “Uno degli scopi di questo progetto era la promozione degli scalatori nepalesi coltivandone le abilità e promuovendoli a livello internazionale” spiega. “Gli alpinisti nepalesi non hanno nulla da invidiare a quelli occidentali per quanto riguarda le capacità e l’abilità tecnica in alta montagna”.

Deciso e concreto fino a oggi le sue parole non sono mai state smentite. Nonostante il traguardo invernale, che lo consacra insieme ai compagni nella storia dell’alpinismo, continueremo a sentir parlare di lui. “Raggiungere la vetta del K2 in pieno inverno ha significato molto ed è parte della storia. Si tratta di un momento che rimarrà per sempre tra quelli più speciali della mia vita. Siamo riusciti a spingere i limiti un po’ più in là, dimostrando cosa è in grado di fare una squadra con unità e solidarietà. Nel futuro ci saranno certamente altre nuove sfide, rimanete sintonizzati”. 

“Raggiungere la vetta del K2 in pieno inverno ha significato molto ed è parte della storia. Si tratta di un momento che rimarrà per sempre tra quelli più speciali della mia vita. Siamo riusciti a spingere i limiti un po’ più in là, dimostrando cosa è in grado di fare una squadra con unità e solidarietà. Nel futuro ci saranno certamente altre nuove sfide, rimanete sintonizzati”.

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