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Paolo Fanciulli, il protettore dei fondali

By Ilaria Chiavacci

Photos: Federico Ravassard

Pescatore, figlio di pescatori e nipote di pescatori: Paolo Fanciulli ha fatto della sua professione anche una missione, quella di salvaguardare l’ecosistema marino dalla pesca a strascico industriale.

Paolo Fanciulli è nato Talamone, paesino arroccato nel lembo più meridionale della maremma Toscana, è figlio e nipote di pescatori e la sua storia è stata raccontata da Safy Farah, che è nata a Minneapolis ed è una giornalista di Pop-Up Magazine, prodotto editoriale specializzato in racconti multimediali che, insieme a Patagonia, ha realizzato il documentario “The Art of Activism” sulla storia di Paolo e del suo impegno per salvare i fondali della sua Talamone dalla pesca a strascico. Come dicevamo Talamone, che si trova in provincia di Grosseto, gode di una posizione incredibile, sta sopra a un promontorio che si apre sulla baia omonima: l’acqua è di un blu quasi innaturale e, storicamente, questa porzione di costa è stata da sempre ricchissima di pesce, cosa che ha garantito per molto la sussistenza economica della comunità locale, basata fondamentalmente su due asset: turismo e pesca. Paolo nella sua storia li ha intrecciati entrambi a doppio filo, unendovi però un terzo, fondamentale, tassello: quello dell’attivismo.

Tutto è cominciato intorno al 1986, quando Paolo ha iniziato la sua personale crociata contro la pesca a strascico: questo metodo di pesca utilizzato nella pesca industriale distrugge letteralmente l’ecosistema. Le reti infatti raschiano il fondale devastando e asportando qualunque cosa incontrino sul loro percorso: non solo pesci, ma anche invertebrati, coralli, alghe e posidonie lasciando dietro di sé fondali dilaniati, che saranno in grado di riprendersi solo dopo molto tempo. Le praterie di Posidonia oceanica ad esempio, di cui le nostre coste sono ricche e che ospitano ecosistemi complessi, possono andare interamente distrutte anche con una sola passata di reti. Per evitare tutto ciò in Italia in teoria la pesca a strascico sarebbe vietata sottocosta, ovvero entro le tre miglia marine, ma questo purtroppo non impedisce ai pescherecci di strascicare anche nelle zone vietate, facendo danni irreparabili e azzerando non solo l’ecosistema presente, ma distruggendo anche le prospettive di pesca futura anche a chi, come Paolo, ancora conduce questa attività nel pieno rispetto del mare e della sua fauna. La tutela della biodiversità marina infatti è un altro fondamentale tema legato all’invasività della pesca industriale che, per sua natura, non è selettiva: nelle reti infatti non finiscono solamente pesci commestibili, ma anche specie che non hanno alcun interesse commerciale perché non sono edibili dall’uomo, ma allo stesso tempo rivestono un’importanza vitale per l’ecosistema nel quale sono inseriti. Non solo: la pesca industriale immette nell’atmosfera anidride carbonica, contribuendo all’accelerazione del cambiamento climatico.

Tornando a Paolo: tra la metà degli anni Ottanta e la fine degli anni Novanta il pescatore inizia la sua personale battaglia contro i pescherecci industriali con delle armi che definiremo “soft”: inizia infatti a scrivere sui giornali per far prendere coscienza alle persone del problema, ma si rende ben presto conto che l’informazione non basta, i pescherecci se ne fregano di cosa pensa l’opinione pubblica e continuano a frequentare la costa toscana. È allora che Paolo capisce che deve parlare la loro stessa lingua. “Siccome nessuno mi ascoltava sono arrivato, nel 1990, ad attaccare un porto: quello di Santo Stefano. Questo ha dato un grande segnale. Dopodiché sono stato denunciato, ma per attaccare un porto non sono andato da solo: ho portato con me moltissimi altri pescatori artigianali oltre a Greenpeace e al WWF, perseguendo costantemente la mia causa: preservare il nostro mare dalla distruzione dei fondali” racconta Paolo. Anche un gesto così eclatante però non è bastato: “Visto che attaccare un porto non era abbastanza mi sono messo ad attaccare i pescherecci io stesso: da solo, di notte, con dei gommoni e con l’appoggio della procura, che finalmente sequestrava le barche. Quando però non avevo le forze pubbliche con me, Carabinieri e Guardia Costiera, attaccavo le barche anche da solo, perché loro non potevano esserci tutte le notti. Ho fatto di tutto: ho affondato barche, ho messo del filo spinato e delle bombe sott’acqua, ho rischiato la vita molte volte.” E questi erano i metodi “hard”, la svolta nei confronti di un attivismo più “pacifista” è arrivata nel 2005, grazie alla collaborazione con la Regione Toscana e con l’Arpat, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, che hanno supportato Paolo mettendo in mare grandi blocchi di cemento. 

L’idea infatti, piazzando dei blocchi di cemento sul fondale, era quella di creare un ostacolo per le reti, che vi sarebbero rimaste impigliate. Con i fondi messi a disposizione della Regione Paolo è riuscito a rendere ai pescherecci la vita più difficile, ma non a sufficienza per costringerli a spostarsi altrove: i blocchi erano infatti troppo pochi e, seppur con difficoltà, le reti riuscivano a passarci in mezzo. Non solo: dopo poco le amministrazioni locali hanno smesso di finanziare il progetto. C’entra la mafia, Paolo ne è convinto e lo racconta a Safy Farah e a Patagonia. “A questo punto ho avuto un’idea: avrei dovuto convincere le persone a collaborare tramite il passaparola. Dopotutto sono stato io, nel 1992, a inventarmi il business della pesca-turismo in Italia: ogni giorno ospito persone sulla mia barca, mostro loro le bellezze della baia, ma spiego anche in cosa consista la pesca sostenibile e cosa invece danneggia il mare. Grazie alla solidarietà che ho riscontrato in persone provenienti da tutte le parti del mondo siamo riusciti a comprare 800 blocchi di cemento e, in quel tratto di mare, abbiamo impedito la pesca illegale per il 90 per cento.” L’impegno di Paolo però, benché fruttuoso, rimaneva comunque solitario: ecco che, per attirare ancora di più l’attenzione sul problema della distruzione dei fondali, ebbe l’idea di mettere in male non semplici blocchi di cemento anonimi, ma opere d’arte. Dieci tonnellate di pezzi d’arte per fermare la pesca a strascico illegale. Questo avrebbe portato non solo un beneficio all’ecosistema, ma anche alla costa, che si sarebbe così arricchita di un altro spunto turistico. Questo suo enorme impegno ambientale ha portato Paolo a ricevere dei premi e, durante la cerimonia in cui gli è stato conferito uno di questi, a conoscere il proprietario di una Cava di marmo vicino Carrara che, una volta ascoltata la sua idea, decide di aiutarlo con 100 blocchi di marmo da cui ricavare delle sculture. “A quel punto però dovevo passare da dei blocchi di marmo a delle sculture, mi mancava il passaggio artistico. Ancora una volta l’aiuto è arrivato dal mio lavoro.” A parte la scultrice Emily Young, che Paolo ha contattato via mail e che ha accettato subito di prendere parte al progetto, gli altri artisti sono arrivati tramite il passaparola generato dai turisti che incontrava. “Ogni giorno raccontavo la mia storia e il mio progetto ai turisti che ospitavo sulla barca, coinvolgendoli e spiegando loro che la vita del mare parte dai fondali. Questo ha dato vita a un tam tam e, alla fine, sono stati gli stessi artisti a contattarmi e a proporsi di aiutarmi: hanno offerto il loro lavoro gratis in cambio del pesce pescato e cucinato da me.”

È così che in poco tempo Paolo è riuscito a raccogliere 39 sculture giganti che ha piazzato a protezione del fondale della baia di Talamone, dove sono tornate le alghe e i pesci insieme alle tartarughe e le aragoste e dove ogni giorno accompagna i turisti per insegnare loro cosa significa la pesca sostenibile, far ammirare la costa e anche le bellissime sculture sottomarine. “Il mare è di tutti e il mio sogno sarebbe quello di non salvare solo questo mare, ma tutti i fondali: tutti gli altri luoghi in cui i miei colleghi pescatori sono costretti a smettere di lavorare perché la pesca industriale ha distrutto tutto.”