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Spirito guida: Krystle Wright

Una fotografa dal passato extreme ha realizzato un progetto visivo incredibile dove luce e arrampicata si fondono: ecco le Seventh Serpent come non l’avete mai vista.

Capita a volte che chi ha avuto una vita densa e sia stato in contatto spesso e volentieri con situazioni estreme sviluppi una sorta di saggezza ancestrale, una calma interiore che consente di vedere le cose con lucidità e distacco, che apre la mente alla creatività e predispone l’animo per realizzarla. Krystle Wright è una di queste persone: a neanche quarant’anni ha già vissuto molte vite e oggi raccoglie i frutti di tutta questa densità, dando vita a progetti artistici che uniscono visione e sport, amicizia e natura, come quello che l’ha portata in Utah insieme all’amica e climber Angela Van Wie Meersch per illuminare dall’interno la fessura della Seventh Serpent, un 5,11 + che squarcia la roccia in maniera piuttosto suggestiva. I colpi di genio migliori, a pensarci bene, a volte sono anche i più semplici: illuminare la roccia da dentro, appunto, segnare con la luce una via in modo che al buio emerga la sua forma. Un’idea talmente limpida da essere perfetta che è venuta alla fotografa australiana dall’incredibile vita e dall’inesauribile creatività. Krystle sta nel Queensland, a un’ora di distanza da Brisbane, ci incastriamo con il fuso, lei ha nove ore in più sulle spalle quando parliamo su Zoom: qui la giornata è appena cominciata mentre la sua sta per finire. Krystle ha un impulso fortissimo al nomadismo, ma dalla pandemia in poi ha dovuto radicarsi, scegliersi una casa e un luogo più o meno fissi «Negli ultimi dieci anni ho girato il mondo dormendo sui divani dei miei amici, cercando ogni sorta di avventura che mi ispirasse. Poi è arrivata la pandemia e adesso ho una casa, il che non è male, perché spesso è nei momenti di vuoto e di noia che ti vengono le idee migliori». Di tempo per annoiarsi Krystle ne ha sempre avuto poco perché prima era inviata come fotografa a coprire tutti i maggiori eventi sportivi, dalle Olimpiadi alle coppe del mondo fino alle competizioni più bizzarre ed estreme «Dopo quattro anni come fotografa sportiva per i quotidiani ero estremamente stanca che ho realizzato che non faceva per me».

Cos’è che ti ha fatto cambiare idea?

Quanto ero libera dal lavoro organizzavo sempre spedizioni e avventure per conto mio ed esploravo diversi sport. La mia prima grande spedizione che si possa definire tale è stata sull’Isola di Baffin, a metà strada tra il Canada e la Groenlandia, è stato il primo turning point perché, dal momento che ho fatto quell’esperienza, ho immediatamente capito che quella era la mia strada. Vivevo ancora a Sydney all’epoca e lavoravo come fotografa per i quotidiani per riuscire a mantenermi: ricordo questo momento in cui io ero seduta in macchina di fronte al palazzo della redazione e non riuscivo ad entrare perché stando seduta lì realizzavo sempre più quanto odiassi quel lavoro. Avevo già deciso di lasciare il lavoro, ma dovevo portare a termine un ultimo incarico: una spedizione di paracadutismo in Pakistan. Ero molto focalizzata sul lavoro, perché era la mia grande opportunità con National Geographic, poi un giorno abbiamo mancato la giusta finestra per il take off e mi sono ritrovata a precipitare. È stato tostissimo, ma a volte le cose peggiori che ci capitano sono i migliori spartiacque della vita. Quando sono tornata ho definitivamente realizzato quanto odiassi il mio lavoro e così l’ho lasciato immediatamente, ero in una relazione tossica, e con un po’ più di tempo sono uscita anche da quella, vivevo a Sydney ma io non sono una persona che ama vivere in città, e così me ne sono andata. 

Ora sei di nuovo in qualche modo radicata però…

Vivere costantemente on the road può essere estremamente romantico, ma quello che la maggior parte della gente non coglie è che comporta un enorme sacrificio in termini di privacy, perché sei sempre nello spazio di qualcun’altro. Iniziavo a sentire il bisogno di uno spazio tutto mio quando la pandemia mi ha costretto a crearmelo. Nel fare questo ho realizzato che la cosa migliore dell’essere radicati è l’avere il tempo di annoiarsi, che è una grandissima cosa perché è quello che ti dà la spinta a sognare. Prima con tutti i viaggi e tutte le persone dalle quali ero costantemente circondata avevo smesso di sognare, perché la mia mente era continuamente stimolata. Qui invece è successo che ho ricominciato a farmi venire delle idee e, un giorno, mentre guidavo per andare nello spot dove abitualmente arrampico, ho avuto l’idea di provare a vedere cosa sarebbe venuto fuori dall’illuminare una via con l’illuminazione artificiale. Il mio lavoro si muove infatti lungo due direzioni distinte: da una parte documento quello che succede senza una regia preventiva, mi piace essere lì, vivere il momento e raccontarlo, ma dall’altro mi piace fantasticare su concept creativi in cui coinvolgere atleti che abbiano una determinata visione. 

E così hai deciso di illuminare la Seventh Serpent in Utah…

Lo scorso anno ho avuto l’opportunità di andare in Utah con la mia amica Angela Van Wie Meersch, ci pensavo da un po’ e lì ho trovato la fessura perfetta da illuminare. Originariamente l’idea era quella di scattare in una notte di luna piena in modo da avere più luminosità in generale, ma in queste situazioni non importa quale design perfetto tu abbia orchestrato nella tua mente, la natura ti può sempre giocare qualche scherzo lungo il percorso e tu ti devi adattare. Anche lo scouting della fessura non è stato immediato, ma quando ci siamo trovate davanti la Seventh Serpent abbiamo capito che era quella perché ne cercavamo una che avesse una bella forma, che non fosse tutta dritta, ma neanche che si interrompesse, quindi non è stato facile e quando l’abbiamo vista era lei. 

Operativamente non deve essere stato semplice né allestire il set e né scattare…

Per niente: Angela è salita per prima e, una volta in cima, io ho seguito i suoi passi per inserire le luci lungo la fessura. Cosa che non è stata semplice perché ho dovuto fissarle bene con del nastro: l’ultima cosa che volevo era che a un certo punto ne cadesse una. Questa operazione però è durata due giorni perché eravamo lì in un periodo in cui le temperature erano estremamente alte e non potevamo arrampicare durante il giorno, ma dovevamo aspettare che il sole calasse nel tardo pomeriggio. Nel frattempo però abbiamo fatto degli esperimenti, ad esempio il primo giorno, dopo aver sistemato il set, abbiamo fatto dei close up e il giorno dopo io sono scesa e risalita dal canyon opposto per scattare da una diversa prospettiva. 

Cosa ha significato per te questo progetto?

La cosa più bella che ho potuto sperimentare è che le persone hanno riconosciuto che fosse un’idea unica: questo è un bel feeling da avere. Ho costruito la mia carriera sul seguire le mie passioni e progetti legati a quelle e successi come questo mi fanno capire quanto sia sulla strada giusta. Non potrai mai sapere cosa gli altri vogliono davvero, quindi non ha senso creare progetti sulla base di quello che potrebbe piacere a qualcuno: se invece trasmetti quello in cui credi le persone si connetteranno spontaneamente con quel lavoro, perché vedranno quello che vedi tu e ti riconosceranno l’ambizione che ti ha portato a realizzarlo. In fin dei conti non si tratta neanche di fare soldi, perché non sto andando neanche vicina a recuperare quello che ho investito, ma non è questo il punto. Quello che volevo era realizzare una visione che ho avuto, soddisfare quella curiosità: ora so che tornerò per scattare delle variazioni di quell’idea e posso dire a me stessa “Brava, hai avuto una bella idea!” 

Quanto conta in questo tipo di progetti il rapporto con l’atleta?

La maggior parte del tempo lavoro con atleti e capita spesso che diventino amici molto stretti, alcuni di quelli con cui ho lavorato più a stretto contatto adesso sono una specie di famiglia allargata per me. Conosco Angela da veramente molto tempo, anche se non avevamo lavorato insieme ma, quando le ho parlato del progetto, da subito è stata coinvolta al 100%. C’è un gruppo ristretto di atleti che contatto quando si tratta di progetti come questo, perché richiede una notevole pazienza da parte loro: non si tratta solo di arrivare, arrampicare e andarsene, ma al contrario è un progetto che impiega più giorni, in cui ci si deve ingegnare per risolvere i problemi e capire come le cose possono funzionare. Credo che Angela fosse contenta anche solo di partecipare a qualcosa di estremamente creativo. 

Cosa vedi nel tuo futuro come fotografa?

Non vorrei sembrare troppo nostalgica, ma io non sono cresciuta circondata dai social media e ho passato mattinate e mattinate a non fare niente, solo a stare sdraiata con il mio gatto al sole: mi mancano quei momenti. La nostra società ti porta sempre a guardare a quello che c’è dopo e a non considerare i momenti di stanca, non tenendo di conto il fatto che non è possibile per ognuno di noi dare sempre tutto al 100% ogni giorno, ogni ora. Abbiamo bisogno dei momenti di down e accettare i momenti in cui siamo annoiati, perché è salutare: sono quei momenti ad essere preziosi per alimentare i sogni e la creatività. Credo che quello che veramente voglio per la mia carriera è di continuare a coltivare delle idee, perché mi dà un’incredibile soddisfazione come artista, ma non sento la pressione di doverlo fare costantemente. Proverò, ne sceglierò un paio tra quelle che ho avuto e proverò a farle al meglio delle mie possibilità e probabilmente fallirò qui e là, che è una cosa comunque da accettare, ma questo è quello che un’artista fa: provare e poi provare ancora.