Ghiaccio Vivo

WORDS → FEDERICA Nova

photos → Federica Nova

DATE → 2026-03-19

Tra il gelo dell’alba alpina e il suono del ghiaccio che si frattura sotto i passi, una spedizione scientifica sul Ghiacciaio dei Forni svela un mondo invisibile: quello della vita che prospera anche negli ambienti più estremi, mettendo in discussione l’idea dei ghiacciai come deserti sterili e rivelandoli invece come ecosistemi complessi e ancora poco esplorati, oggi sempre più minacciati dal cambiamento climatico.

Come spesso accade in montagna, la sveglia suona presto. Prima ancora che l’orologio segni le sei e mezza, mi ritrovo con gli scarponi ai piedi e con in mano un biscotto secco al cioccolato. Usciamo dal tepore del locale invernale del Rifugio Branca e subito il gelo dell’alba mi avvolge. Poco sotto il rifugio una Suzuki Vitara ci attende carica di materiale per i campionamenti: strumenti per il carotaggio, fialette per il prelievo dei campioni, thermos e attrezzatura alpinistica e speleologica che porteremo sul ghiacciaio. Con gli zaini appesantiti, ci incamminiamo verso il Ghiacciaio dei Forni, situato a circa due chilometri di distanza. Un tragitto che, come ci ricorda Davide Corengia, un tempo era ben più breve: solo qualche anno prima, il ghiacciaio arrivava a pochi metri dalla strada sotto il rifugio. Oggi, invece, occorre circa mezz’ora a piedi per raggiungerne la fronte. Negli ultimi 150 anni il Ghiacciaio dei Forni ha subito una significativa riduzione, ritirandosi di 2,6 chilometri. Il sentiero, in quest’ora del mattino, è ricoperto da uno strato di ghiaccio sottile. Fragili ruscelletti ghiacciati attraversano il percorso rendendolo scivoloso. Dopo aver superato un pendio di rocce montonate, la fronte si rivela finalmente in tutta la sua imponenza: il Ghiacciaio dei Forni è il secondo più esteso d’Italia. Camminando sulla sabbia detritica a pochi metri dalla fronte, si ha la sensazione di toccare un terreno vergine, per millenni rimasto nascosto sotto una spessa coltre di ghiaccio e solo di recente scoperto. Dedichiamo qualche istante all’ammirazione della fronte ferita: un’opera d’arte effimera che cambierà presto volto a causa di qualche crollo o colata detritica.

Proseguendo ancora per poco ci imbattiamo nel primo ghiaccio vivo che richiede al gruppo di fermarsi per il meticoloso rituale dell’alpinista: imbrago, ramponi, piccozza, casco e siamo pronti ad avanzare sul terreno scricchiolante. Davide sa esattamente cosa cercare: un mulino glaciale, una cavità naturale formata dallo scorrere dell’acqua all’interno del ghiaccio. Qui, insieme alla compagna Claudia Canedoli, speleologa e ricercatrice dell’Università Bicocca, Davide si calerà all’interno del camino ed eseguirà un prelievo di campioni endo e sub glaciali, un’operazione che permetterà di studiare i microrganismi che popolano gli habitat glaciali. Grazie all’analisi dei detriti contenuti nel ghiaccio, i ricercatori potranno studiare le forme di vita che abitano questi luoghi così proibitivi e analizzarne le diversità genetiche. L’obiettivo dell’attività di ricerca è infatti comprendere la biodiversità che popola questi ecosistemi così affascinanti e, al contempo, così poco studiati. Tradizionalmente, i manuali di ecologia hanno a lungo classificato la tundra come il bioma più freddo oltre il quale non esisterebbe alcuna forma di vita. Tuttavia, questa visione ha trascurato una porzione significativa delle terre emerse, pari a circa il 10% della superficie globale: i ghiacciai e le calotte polari. Solo nel 2012, questi ambienti sono stati riconosciuti come un bioma a sé stante, segnando una svolta nella comprensione degli ecosistemi globali e nella loro classificazione.

La preparazione della discesa nel mulino richiede un’adeguata concentrazione, ma l’esperienza di Davide e Claudia si manifesta nella naturalezza con cui indossano l’imbrago, fissano i chiodi da ghiaccio, dispiegano le corde e organizzano l’attrezzatura per i campionamenti. Più affine alla branca della speleologica che a quella dell’alpinismo classico, la glaciospeleologia permette ai professionisti di calarsi in inghiottitoi glaciali di oltre 100 m di profondità. Calarsi all’interno del ghiacciaio, oltre a rappresentare una forma di esplorazione incredibilmente affascinante, permette anche di raggiungere luoghi estremi difficilmente accessibili all’uomo. I glaciospeleologi non ci mettono molto a scomparire dalla vista all’interno del buco nel ghiaccio, lasciandoci sulla superficie del ghiacciaio in attesa che i primi raggi del sole riscaldino le mani gelate. In superficie sono rimasti con noi anche Roberto Ambrosini e Francesca Pittino, ricercatori rispettivamente dell’Università Statale di Milano e Bicocca, che si occuperanno della messa in salvo dei preziosi campioni di ghiaccio all’interno di pellicole
di alluminio. Per tenerci al caldo passeggiamo avanti e indietro e approfitto della presenza dei ricercatori per osservare il ghiacciaio attraverso i loro occhi esperti e scovare i minuscoli esseri viventi che popolano il ghiacciaio: i collemboli. Della grandezza che varia tra 1 e 3 millimetri, stanno solitamente vicino a detriti o sotto la neve, e in certi momenti emergono sul
ghiaccio superficiale. Dal punto di vista ecologico, i collemboli svolgono un ruolo fondamentale. Si nutrono della materia organica presente nei ghiacciai, come batteri e altri microrganismi, e diventano a loro volta preda di organismi più grandi. Per questo motivo fungono da elemento di raccordo tra la rete trofica microbica e quella macroscopica. In pratica, sono un punto chiave dell’ecologia dei ghiacciai.Dopo circa mezz’ora, il rumore di chiodi e corde segnala il ritorno di Claudia e Davide. Hanno con loro le due carote di ghiaccio che Francesca e Roberto estraggono attentamente dal cilindro metallico, per poi denominarli e riporli in un contenitore termico.

Conclusosi il primo campionamento, ci incamminiamo in direzione della seconda tappa: la grotta di contatto accessibile lateralmente al ghiacciaio. Ne individuiamo la posizione grazie ad un rapido volo di drone e, lasciati gli zaini e il resto dell’attrezzatura in superficie, ci infiliamo nella grotta seguendo il corso di un torrente che scorre al suo interno. La sua
struttura ha un aspetto surreale: di un azzurro brillante, la volta glaciale è alta poco più di due metri ed è costellata da un pattern di piccole cavità scavate dal vento. Dopo pochi metri la grotta si fa più angusta e ci costringe ad accovacciarsi al suolo. Sopra di noi, decine di metri e tonnellate di ghiaccio vivo. Il termine vivo non è casuale: questo
elemento è vitale, mutevole. Le temperature sopra il punto di fusione che ormai persistono per lunghi periodi dell’anno fanno sì che il ghiaccio sia in continua fase di assestamento. Le cavità come quelle in cui ci troviamo non aiutano la salute del ghiacciaio: le grotte accelerano la fusione trasferendo calore dall’acqua di fusione del ghiaccio. Inoltre, l’erosione causata dall’acqua che scorre può indebolire la struttura del ghiacciaio, portando a ulteriore perdita di
massa. Davide si spinge sempre di più in profondità fino ad individuare una sottile insenatura nel ghiacciaio larga non più di 50 cm. Per chiunque un’impenetrabile crepa nel ghiaccio, per un glaciospeleologo il portale di ingresso per un ecosistema nascosto e intoccato, perfetto per il campionamento del substrato. Striscio fra le pareti gelate e mi ritrovo in un ambiente a dir poco surreale, una grotta non più alta di un metro immersa nell’oscurità. Sul suolo, il terreno
di sabbia e limo formata da millenni di abrasione glaciale fa affondare i miei scarponi mentre tutto intorno a me un soffitto cristallino rivela le minuscole bollicine d’aria intrappolate.

La raccolta di materiale detritico dal substrato glaciale rappresenta un’occasione unica per studiare questo ambiente popolato di vita a lungo inosservata. Fino a poco tempo fa si aveva infatti un’interpretazione errata della diversità batterica presente nei ghiacciai: si credeva infatti che i microrganismi avessero una distribuzione globale uniforme e che i ghiacciai, con condizioni simili in varie aree, ospitassero gli stessi batteri. Le analisi sul DNA di questi organismi hanno invece rivelato differenze ecologiche rilevanti tra i batteri di ciascun ghiacciaio. Anche tra ghiacciai vicini, come il ghiacciaio dei Forni e quello del Cedec sulle Alpi, che distano meno di un chilometro, si osservano comunità diverse. Questo suggerisce un’immensa biodiversità potenziale: non esiste una sola specie batterica comune a tutti i ghiacciai studiati ma una grandissima varietà genetica. Questa grotta è l’ultimo luogo di campionamento e, una volta fuoriusciti alla luce del giorno, discendiamo il ghiacciaio in direzione del rifugio Branca. Lungo l’ultimo tratto del ghiacciaio un oggetto evidentemente fuori luogo attira la mia attenzione: una slitta di legno, reperto della Grande Guerra, liberata dalla morsa del ghiaccio e restituita alla luce del presente. Così come l’aumento delle temperature riporta alla luce ciò che era rimasto intrappolato nei ghiacciai per anni, il cambiamento climatico rappresenta una minaccia per la biodiversità che li abita, la quale vede il proprio habitat ridursi drasticamente.

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