C’è una bella atmosfera alla Solid Climbing Club di Buccinasco, la palestra di arrampicata in provincia di Milano che quest’anno ha ospitato il Global Climbing Day di The North Face. È il tipo di atmosfera che si crea quando una comunità cementata da una passione in comune di riunisce. Ci sono scalatori di ogni livello, alcuni si conoscono, altri no, ma poco importa: ciò che conta è il comune desiderio di divertirsi. Di uscire più felici di quando si è entrati. Forse per chi pratica l’arrampicata come hobby, come occasione per trascorrere del tempo con gli amici, può sembrare scontato. Eppure non sempre è così, specialmente per chi ha saldamente legato la pratica dell’arrampicata al mondo delle gare – e quindi alla performance, alla pressione, agli allenamenti. Di questo parla il corto Life After Plastic, presentato in occasione del Global Climbing Day (e visibile su YouTube) in presenza della protagonista, la climber britannica Molly Thompson-Smith. Life After Plastic racconta esattamente ciò che promette nel titolo: che c’è vita oltre la plastica – o meglio, oltre le prese di plastica. Molly lo scopre affrontando il difficile percorso di recupero da un infortunio, che inizialmente riduce le sue possibilità di partecipare alle Olimpiadi di Parigi. In realtà la qualificazione arriva, alla fine. Ma arriva anche una nuova consapevolezza, grazie al supporto della collega climber Caroline Ciavaldini: che in quella stanza piena di attrezzi per allenarsi e spray wall esigenti c’è una piccola porticina, sul fondo, e se la si apre si entra in un mondo diverso, in cui arrampicare significa soprattutto stare all’aria aperta e divertirsi. Senza pressioni, senza aspettative.
Molly, nel film spieghi che sei una scalatrice diversa prima e dopo l’infortunio. Cosa è cambiato?
Ogni esperienza traumatica ti cambia e ti costringe a crescere. Per me è stato così per ogni infortunio, e soprattutto la frattura alla caviglia è stata un punto di svolta. Mi ha dato lo spazio per allontanarmi dal mondo delle competizioni, che stava diventando tossico e troppo legato al perfezionismo. Ho riscoperto perché amo arrampicare, senza il peso di confronti, aspettative e pressioni. È stato quasi un reset, dopo dieci anni di Coppe del Mondo. Quando insegui sempre gli stessi obiettivi rischi di perderti: quella pausa mi ha fatto tornare motivazione e voglia. Certo, l’arrampicata è il mio lavoro, ma a volte sembrava solo un lavoro. L’infortunio mi ha riportato a galla: mi ha fatto dire “mi manca davvero, e sono fortunata a poterlo fare”. Anche il mio stile è cambiato. Ora sono più cauta, più riflessiva. Lavoro meglio sulle sezioni, cerco efficienza e meno spreco di energia. Voglio arrivare in cima senza paura né rischio. Questo mi ha fatto ripensare a cosa cerco nell’arrampicata: più godimento, meno ossessione per la prestazione.
Caroline Ciavaldini nel film dice che il tuo infortunio è stata anche una buona cosa, perché ti ha ridato voglia di arrampicare.
Sì, esatto. Qualcuno mi ha chiesto: “Se potessi tornare indietro ed evitare di rompere la caviglia, lo faresti?” La risposta non è ovvia. È stato terribile nella vita quotidiana, dipendere dagli altri per ogni cosa è stato difficile, ma dal punto di vista dell’arrampicata non ho rimpianti. Mi ha acceso una motivazione nuova. Avevo 24 anni e non volevo rinunciare a camminare o arrampicare. E c’era il sogno delle Olimpiadi: quasi impossibile, ma non del tutto. Non avevo nulla da perdere, e questo mi ha liberata. Dopo anni di gare senza raggiungere certi traguardi, l’infortunio mi ha permesso di cambiare obiettivo: non più una medaglia, ma tornare a camminare, cucinare, arrivare fino al muro. Piccoli passi, che mi facevano vedere progressi reali. Non cambierei nulla: quell’infortunio mi ha aiutata a qualificarmi alle Olimpiadi e a riscoprire l’amore per l’arrampicata.
Che consiglio daresti a chi affronta un infortunio, pur senza essere un professionista?
Puntare a piccoli obiettivi. Guardare al traguardo finale può spaventare; se invece dividi il percorso in tappe, ogni progresso diventa una vittoria. All’inizio è giusto anche essere tristi. Non bisogna far finta che vada tutto bene: è dura, perché non puoi fare ciò che ami. E non c’è nulla di male ad ammetterlo. Poi, affidati alle persone intorno a te. Non durerà per sempre, e lasciarsi aiutare fa davvero la differenza.
Nel film dici a un certo punto di aver capito che conta il processo, non il risultato. È un approccio che ti è rimasto o che devi coltivare continuamente?
Bisogna coltivarlo ogni giorno. È facile dirlo quando hai già ottenuto il risultato, molto meno viverlo davvero. Io stessa ci sto ancora lavorando. Ci sono giornate in cui sono totalmente nel “flow”: niente stress, niente aspettative, solo il piacere del gesto. Ma altre volte è dura non pensare al risultato. Devi ricordarti che il tempo e lo sforzo non sono mai sprecati, anche se non raggiungi l’obiettivo finale.
Quel “conta il processo e non il risultato” è un punto di vista che non è raro incontrare oggi nel mondo dello sport. Credi abbia a che fare con un cambio di prospettiva delle nuove generazioni rispetto alle precedenti?
Credo che oggi ci sia più spazio per raccontare le storie di tutti, non solo di chi vince. Ed è bellissimo. Perché vince solo una persona, ma tutti hanno una storia da raccontare. Spesso quelle di chi non arriva sul podio sono persino più interessanti, perché parlano di ostacoli superati, di percorsi personali. Non tutti vogliono vincere: c’è chi vuole semplicemente esserci, rappresentare, partecipare.
Caroline Ciavaldini è stata una sorta di mentore: cosa ti ha insegnato?
Mi ha mostrato che la vita continua anche dopo le competizioni. Puoi avere ancora un rapporto profondo con l’arrampicata, anche se non gareggi più. Io ho iniziato in palestra a Londra, senza venire da una famiglia di scalatori o con tradizioni outdoor: per me esistevano solo le competizioni. Con Caro ho visto un’altra prospettiva: lei ha avuto successo nelle gare, ma ora arrampica in modi diversi, con i figli, con entusiasmo. Mi ha fatto capire che l’arrampicata è per tutta la vita, e può assumere forme diverse nei vari momenti. È stato rassicurante.
E guardando avanti? Quali sono ora i tuoi progetti?
Adesso sto cercando di capire dove collocare l’arrampicata nella mia vita. Non mi sento obbligata a gareggiare, ed è una sensazione di libertà dopo tanti anni. Forse tornerò alle competizioni, forse no: farò quello che sento. Ho voglia di divertirmi, imparare cose nuove e anche pormi qualche sfida. Vorrei provare Hubble, una via storica vicino a casa mia. E poi dedicarmi di più al trad climbing: l’ho sperimentato con Caro durante le riprese, e mi piacerebbe proseguire. Non mi interessa scalare trad estremi e rischiosi. Voglio lo zaino, il thermos di tè, un picnic, il mio ragazzo, tante protezioni, magari qualche top rope e una giornata piacevole in parete. È curioso: una scalatrice professionista che sceglie il divertimento, ma è proprio questo il bello. L’arrampicata può essere entrambe le cose.
Forse la sfida più grande è proprio proteggere quella parte di libertà e piacere nell’arrampicata.
Esatto. Il progetto Life After Plastic mi ha mostrato quanto l’arrampicata possa accompagnarmi per tutta la vita. È come l’inizio di un nuovo capitolo, in cui il divertimento conta quanto la performance.
A proposito di “life after plastic”, tra chi sta già da tempo vivendo la sua c’è Stefano Ghisolfi, ospite speciale del Global Climbing Day di The North Face. Anche il climber torinese di nascita e trentino d’adizione ha cominciato ad arrampicare avendo a che fare quasi esclusivamente con l’ambiente indoor e competitivo: la sua prima gara, una competizione promozionale per bambini, arriva appena un mese dopo il suo primissimo approccio con questo sport. «Il mio rapporto con l’arrampicata è nato dentro le gare. Nei primi anni erano la parte principale, al punto che per cinque-sei anni quasi mai scalavo su roccia», ci racconta. «Con il tempo è cambiato: da dieci anni a questa parte ho portato avanti gare e roccia in parallelo, e negli ultimi tre-quattro anni ho iniziato a dare più spazio alla scalata su roccia. Ho scelto meno gare, più selezionate, cercando di prepararle bene. Inoltre, dal 2021, quando ho vinto la Coppa del Mondo, ho deciso di non fare più l’intero circuito ma solo alcune competizioni». Stefano seleziona le gare a cui prendere parte in base alla sua forma del momento, ma anche al prestigio della competizione. E il pensiero non può che andare alle Olimpiadi del 2028, la terza edizione a includere l’arrampicata sportiva e la prima con le tre discipline (lead, speed e boulder) separate – un dettaglio vantaggioso per Ghisolfi, che è specialista di lead. Ma il sogno della qualificazione olimpica, prima ancora che della medaglia, va coltivato con cautela: «Non so ancora se le Olimpiadi diventeranno un obiettivo concreto: mi piacerebbe, ma devo capire se sarà fattibile», confida Stefano. «Vedrò come andranno i prossimi tre anni, in cui può cambiare tutto: le ore che posso dedicare all’allenamento, la gestione degli infortuni, tante cose. La forma fisica può restare simile, ma il corpo cambia inevitabilmente. Allenarsi per le Olimpiadi dieci anni fa non è come farlo oggi. Dovrò capire se vale la pena sottoporre il fisico a quella pressione o se rischio solo di farmi male».
Sogni olimpici a parte, come hai detto negli ultimi anni hai dato sempre più spazio all’arrampicata su roccia. E, negli ultimi mesi, soprattutto al boulder: perché questa transizione?
Io e Sara [sua moglie, ndr] abbiamo scelto di dedicarci un po’ di più al boulder perché d’estate è difficile scalare in falesia: non ci sono tante falesie estive adatte. Negli anni scorsi andavamo in Norvegia o a Céüse, ma quest’anno volevamo cambiare. Ci siamo resi conto che in Europa ci sono molte più zone di blocchi praticabili d’estate. Abbiamo iniziato con un viaggio in Austria, mi è piaciuto subito e abbiamo continuato. Ha un lato sociale diverso dalla lead: lì sei più solo, ci sei tu con il compagno che fa sicura. Invece nel boulder condividi molto di più con altri scalatori, sia la scalata che i momenti intorno.
Oltre a questa dimensione sociale, c’è qualcos’altro che trovi nel boulder e non altrove, sia in termini di divertimento che di allenamento?
Con il boulder riesco a scalare di più e a divertirmi di più, perché ho ancora tanto da imparare. Con la corda forse non ho raggiunto il massimo, ma ci sono vicino. Nei blocchi invece ho un margine enorme. È un approccio nuovo che mi stimola e, paradossalmente, mi aiuta anche sulla corda. Inoltre, ci sono tante zone che non ho mai visitato: questo mi dà tanta voglia di scalare. Non è che non avessi mai fatto blocchi prima, chiaramente, ma per me è comunque una dimensione nuova, diversa: mi sono divertito tantissimo a scalare tutto il giorno, anche su cose più facili.
Tornerai a provare Burden of Dreams?
Penso di sì. Quest’estate ho visto che posso migliorare: sono già cresciuto rispetto all’ultima volta, anche come mentalità e approccio. Se torno sarà per farlo sul serio, non solo per testare il terreno.
Quest’estate non sei tornato in Norvegia, ma che programmi hai per Silence?
Avevo bisogno di una pausa, sia dal viaggio lungo sia da Silence, che ho provato molto negli anni scorsi. Quest’anno poi c’era anche Will Bosi a provarla, mentre prima ero sempre da solo su quella via: questo mi motiva. Se tornerò il prossimo anno, e penso di sì, sarà per condividerla con qualcuno.
È interessante che la possibilità di condividere l’esperienza con qualcuno sia un fattore che ti spinge verso un progetto. Quali sono altri aspetti che ti motivano?
Principalmente le sensazioni che mi dà una via o un blocco. Se mi diverte scalarlo, posso passarci tanto tempo senza che diventi una frustrazione. Certo, anche se ti piace, dopo tanto tempo può diventare comunque pesante… ma se non ti piace già dall’inizio, allora rischi di soffrire dall’inizio alla fine e basta. Deve essere uno stile che mi piace, e anche il posto ha la sua importanza: non è la priorità assoluta, ma conta.
Parliamo del viaggio in Spagna che hai fatto lo scorso inverno. Il progetto era chiudere quattro 9b: Neanderthal a Santa Linya, The Full Journey a Margalef, Sleeping Lion a Siurana e Fight or Flight a Oliana. Come è andata?
All’inizio il progetto era solo nella mia testa: non l’ho annunciato, perché il 9b è un grado quasi al mio limite e poteva andare male. Dopo pochi giorni, però, ho fatto la prima via e lì ho capito che stava andando bene. Allora ho annunciato l’idea. Avevo già scelto quali vie provare: mi piacevano, erano in posti belli e rappresentavano una sfida. Con quattro 9a sarebbe stato troppo facile: sapevo che al 99% ce l’avrei fatta. Con i 9b, invece, potevo anche non riuscire. Alla fine, ne ho fatti tre. L’ultima, Fight or Flight a Oliana, l’ho provata fino alla fine ma sono caduto proprio verso la conclusione. Ma non lo considero un fallimento: l’obiettivo l’ho scelto io, se avessi deciso “tre vie” sarebbe stato un successo pieno. In ogni caso, ho fatto tre 9b in un viaggio, oltre le mie aspettative. La via resta lì, e tornerò.



















