Giulia Compagnoni

WORDS —> Emmie Collinge & Phil Gale

DATE → 2026-04-17

The linking generation

A 29 anni, l’atleta Giulia Compagnoni fa parte di una generazione che ha visto cambiare lo scialpinismo. Una disciplina che soprattutto oggi, alla vigilia delle Olimpiadi, ha ancora un piede nel suo passato selvaggio e l’altro nel futuro ad alte prestazioni e a misura di telecamere. Ma che aspetto avrà, se arriverà, la prossima età dell’oro dello skimo?

Esiste una teoria secondo cui ogni sport evolve attraverso epoche – dall’invenzione all’ossessione fino all’ottimizzazione. Tra queste fasi, c’è sempre una generazione che ne collega i passaggi. Non proprio pionieri, non ancora prodotti di un sistema. Ereditano le vecchie abitudini, poi vivono abbastanza a lungo da vederle sostituite.

Per la scialpinista Giulia Compagnoni, questa teoria della linking generation, la “generazione di collegamento” è più autobiografica che astratta. È cresciuta a Bormio, circondata dalle montagne che hanno plasmato le radici dello scialpinismo, o skimo. È stata allenata dalle prime icone del movimento, guidata da chi gareggiava quando l’attrezzatura era improvvisata e il pericolo faceva parte del pacchetto. Ora che lo sport si prepara al debutto olimpico, Giulia si ritrova sospesa tra due mondi: con un piede nel passato selvaggio dello skimo e l’altro nel suo futuro ad alte prestazioni e adatto alle telecamere.

L’introduzione della gara sprint nelle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 porterà questa disciplina davanti a milioni di persone – e l’importanza di ciò non sfugge a Giulia, cresciuta a pochi chilometri dalla pista che ospiterà l’evento. Ma questa nuova versione dello skimo, pensata per la televisione, è molto lontana dalla disciplina di cui si era innamorata.

«Lo scialpinismo era selvaggio», dice. «Era principalmente una gara punto-a-punto, in stile ‘rally’, e sempre in coppia per sicurezza. Portavi tutto con te, e le transizioni duravano un’eternità». Prima che Compagnoni iniziasse, l’attrezzatura era un’incognita – improvvisata, essenziale per la sopravvivenza e spesso fatta in casa. Leggende come Adriano Greco, Fabio Meraldi e Ivan Murada smontavano scarponi da sci di fondo alla ricerca di qualcosa di più leggero e veloce, con risultati spesso imprevedibili.

Quando Giulia ha iniziato a praticare lo sport da adolescente, il cambiamento era già in corso. Lo spirito “fai da te” stava svanendo, ma il cuore fatto di rischio e creste da seguire era ancora ben vivo. «Gli scarponi erano migliorati, ma la tecnologia era ancora basilare», ricorda. «Ho preso in prestito un sacco di attrezzatura da altri della valle». Le gare allora non riguardavano solo la velocità; erano grezze e imprevedibili, richiedevano coraggio e tecnica tanto quanto resistenza. «I percorsi erano molto più tecnici, con ferrate, ramponi ed esposizione. Oggi? Non succederebbe mai. Troppo rischio. Tutto è controllato, standardizzato, fatto a giri. È più facile da gestire ma… non è lo stesso sport con cui sono cresciuta».

Alcuni definiscono quel periodo l’età d’oro dello skimo, quando il coraggio contava quanto i watt e gli atleti più audaci con i motori più potenti raccoglievano i frutti. Era un’epoca dominata dalle nazioni culle dello skimo, dove neve perenne ed esperienza d’alta quota erano indispensabili. Avanti veloce a oggi, e lo skimo è più grande e globale che mai. «Quest’ultima stagione c’erano 80 donne alla partenza della Coppa del Mondo», osserva. «Più nazioni competono, il che significa più visibilità. Ma il format è cambiato. La nuova generazione è cresciuta sognando le Olimpiadi, mentre io sono cresciuta sognando il Mezzalama».

Il Mezzalama – una gara a squadre in alta quota sul Monte Rosa – è il sacro Graal dello skimo, parte resistenza, parte pellegrinaggio. Per molti italiani, è la forma più pura dello scialpinismo. Le immagini dei piccoli puntini che percorrono creste innevate si mescolano alle difficoltà del muoversi su terreni dove un passo falso può essere fatale. Ma quella versione dello skimo non è accessibile a tutti. Richiede anni di esperienza alpina e gestione del rischio – barriere che il formato olimpico riduce intenzionalmente.

Ride ricordando il suo debutto: «Avevo 15 anni quando ho provato lo skimo per la prima volta. Il giorno dopo, non sentivo le braccia. Tre giorni dopo, ho fatto la mia prima gara». Ai tempi di Giulia, l’ingresso nello sport passava dai club, con il sapere tramandato come un’eredità. Crescere in montagna significava imparare in fretta e imparare facendo. Ora che ha 29 anni, osserva – e pratica – una versione diversa dello sport: più fluida, più veloce, più adatta alla TV. «In passato facevi tutte le discipline dello skimo. Ora ci sono gli specialisti. E se non fai la sprint, sei fuori dalla nazionale». Con i percorsi sprint costruiti su piste battute invece che lungo i rilievi e le creste, gli elementi della versione alpina sono stati sintetizzati.

Diamanti a nastro segnano le salite per simulare i kick turn su pendii ripidi. Scalini vengono tagliati nella neve lavorata, con gli sci messi nello zaino per brevi tratti per imitare le salite verso le creste ghiacciate. E curve paraboliche vengono modellate per le discese, per ricreare in qualche modo le complessità dello sci fuoripista. È sparita la necessità di leggere la neve, perché tutto si svolge nel comfort visivo del pubblico, in fondo a piste perfettamente preparate.

Sulla carta, l’inclusione olimpica dovrebbe alzare il profilo dello skimo. Ma Giulia non ne è certa: «Le gare di massa sono ancora popolari, ma la partecipazione è in calo. Gare come Sella Ronda si esaurivano in un’ora; ora puoi iscriverti all’ultimo momento. I costi sono alti. Gli sponsor difficili da trovare. Eurosport magari trasmette lo skimo, ma sta davvero portando nuovi atleti?», spiega Giulia – non cinica, solo riflessiva. Il suo cuore è chiaramente legato ai grandi percorsi selvaggi che hanno definito la sua carriera iniziale. C’è una pausa, di quelle che vengono naturali a chi è abituato a misurare lo sforzo più che i metri. «Il divario tra il circuito di Coppa del Mondo e lo scialpinismo tradizionale sta solo aumentando. I due mondi si divideranno sempre di più. Ma chi manterrà vive le gare leggendarie quando noi ci ritireremo?».

Qualche mese dopo, siamo seduti in un minibus che sale verso il Passo dello Stelvio. La squadra svedese di skimo è qui per l’allenamento autunnale sul ghiacciaio, inseguendo la qualificazione olimpica. Questa squadra è un prodotto del nuovo format – atleti provenienti da altri sport di resistenza, attratti dallo skimo non per le montagne ma per le medaglie. Si allenano su neve battuta, dove il rischio è minimo e la precisione è tutto. La pluricampionessa mondiale di orientamento e trail running Tove Alexandersson guarda fuori dal finestrino, aggrottando leggermente la fronte: «Non capisco perché lo skimo non sia semplicemente una gara punto-a-punto in montagna, invece che una sprint in pista». C’è innocenza nella domanda – e forse un velo di nostalgia. L’ingenuità deriva dal fatto che questa è una delle poche opportunità, per questa atleta straordinaria, di andare alle Olimpiadi.

Spieghiamo che è proprio da lì che viene lo sport, e questo provoca cenni e sorrisi da parte degli svedesi durante il viaggio. È un momento piccolo, ma significativo: anche questi aspiranti olimpici, cresciuti in una versione diversa dello sport, sono ancora attratti dal pensiero originario dello skimo – “voglio correre su quella montagna”.

Forse è proprio qui che la generazione di Giulia ha il ruolo più importante. Sono il collegamento tra tradizione e progresso, tra caos e controllo. Forse questo nuovo skimo, più accessibile, attirerà più atleti – e col tempo, troveranno anche loro la via verso le creste. Se così sarà, la prossima età dell’oro potrebbe avere un aspetto un po’ diverso, ma apparterrà comunque alle montagne.

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