Going the extra Mile(s)

WORDS → Francesca Robasto

DATE → 2025-10-12

In primavera abbiamo fatto un salto in Toscana al meeting di Craft, una settimana intensa che gli atleti e le atlete del brand hanno trascorso tra le colline e i vigneti del Chianti condividendo corse e allenamenti, e molto di più. Per noi di The Pill è stata l’occasione perfetta per fare quattro chiacchiere con alcuni dei volti più noti del panorama ultrarunning.

Da Mammoth Lakes, Tim Tollefson non è solo un atleta d’élite, è anche un organizzatore, un visionario e una voce sempre più autorevole nella discussione globale sul futuro del trail running. Abbiamo chiacchierato con lui di identità, professionalizzazione e sogni sportivi.

Ciao Tim. Mammoth Trail Fest è diventato in breve tempo uno degli eventi americani più iconici anche qui in Europa. Perché secondo te?
Credo che il successo di Mammoth Trail Fest stia nel fatto che abbiamo dato priorità alla comunità. Volevo creare un evento che riflettesse lo spirito delle gare americane — dove ti senti parte di una famiglia — ma allo stesso tempo incorporasse alcuni aspetti delle gare europee, come l’intensità e il livello competitivo. È nato così, dall’unione di queste due passioni. L’idea di far partire una gara a Mammoth Lakes, casa mia, mi accompagna da quando ho iniziato a correre. Abbiamo paesaggi spettacolari e una comunità montana unita: volevo condividerli con il mondo.

Quali sono gli eventi e gli organizzatori che ti hanno ispirato e influenzato?
Uno degli eventi che mi ha ispirato di più è stato il Lavaredo Ultra Trail. Amo il modo in cui riesce a unire una gara di alto profilo con l’atmosfera di un piccolo paese come Cortina. Rispetto a Chamonix, ad esempio, lì riesci ancora a parlare con la gente, a sentirti parte del posto. In America ci teniamo molto a sentirci accolti.

Certo. La sensazione è che in Europa ci sia più struttura, più organizzazione. Negli Stati Uniti sembra tutto più “libero”. Ma forse non è davvero così ed è solo una sensazione distorta. Cosa ne pensi?
In America non esiste un’unica organizzazione che governa il trail running e ogni gara ha un’identità unica che rispecchia la propria comunità. È il nostro spirito: meno centralizzazione, più libertà. Forse è per questo che sembriamo meno professionali, ma è una scelta culturale.

Come atleta professionista, il tuo vissuto ha influito sull’organizzazione del Mammoth Trail Fest?
Tantissimo. Dopo dieci anni da atleta professionista, so cosa significa arrivare a una gara con aspettative, pressione e sogni. Voglio che chi partecipa al Mammoth Trail Fest, anche se è un atleta pro, possa concentrarsi sulla gara senza essere sovraccaricato da richieste. Allo stesso tempo, vogliamo offrire visibilità e opportunità per far crescere la loro carriera. Credo che serva un equilibrio. Da un lato i professionisti vanno sostenuti, dall’altro credo che gli amatori debbano avere la possibilità di vivere un’esperienza memorabile. Il bello del nostro sport è che puoi correre fianco a fianco con atleti come Rémi Bonnet o Judith Wyder, anche se sei alla tua prima gara.

La situazione nel trail è molto frammentata. Tra World Athletics, Golden Trail Series, WMRA, come vedi il futuro di questi circuiti?
È un panorama confuso, e lo è sia per gli organizzatori che per gli atleti. Noi crediamo che si possano valorizzare sia gli élite che gli amatori. Golden Trail ha fatto un gran lavoro in questo senso, ma bisogna continuare a collaborare, se vogliamo davvero creare un circuito globale.

Negli USA avete una lunga tradizione trail running, ma non si è mai parlato molto di regolamentazioni, circuiti, leghe – al contrario che in Europa, dove queste cose hanno sempre avuto molta importanza, nonostante lo sport sia molto più giovane. Come mai?
Negli Stati Uniti ci siamo sempre concentrati sull’esperienza locale, sull’evento costruito per la comunità. In Europa invece si è cercata fin da subito una struttura più commerciale e centralizzata. E in effetti, lì i fan sono più appassionati. Io stesso ho scelto di correre in Francia agli inizi della mia carriera proprio per l’accoglienza che ricevevo.

Quali sono i tuoi obiettivi per il 2025?
Mi sarebbe piaciuto ritornare a Western States: è vicina a dove sono cresciuto, ma non sono mai riuscito a esprimermi al meglio. E poi UTMB: quest’anno ricorrono i 10 anni dalla mia prima partecipazione, insieme a David Laney. Sarebbe bello tornare e fare qualcosa di speciale.

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