I segreti dell’UTMB 2026

WORDS → Francesca Robasto

DATE → 2026-08-24

Dietro le quinte della preparazione dei top runner per il Monte Bianco, tra dati Amazfit, dislivelli e strategia.

Siamo nella settimana dell’UTMB. A Chamonix, Courmayeur e lungo i sentieri che circondano il Monte Bianco l’attesa ha ormai lasciato spazio alla gara: il programma dell’HOKA UTMB Mont-Blanc è iniziato il 24 agosto e venerdì 28, alle 17:45, da Chamonix, partirà l’UTMB, la finale 100M delle UTMB World Series. 174 chilometri e 9.900 metri di dislivello positivo attraverso tre Paesi, con un tempo massimo di 46 ore e 45 minuti. 

Prima che tutto questo cominci, però, c’è una fase che resta invisibile. È quella dei mesi trascorsi a costruire la forma, accumulare ore e dislivello, lavorare sulla forza, ridurre gli aspetti meno utili e imparare a dosare le energie. Per capire cosa significhi preparare davvero una gara come l’UTMB, abbiamo analizzatola preparazione di quattro degli atleti più interessanti al via: Ruth Croft, Martina Valmassoi, Ben Dhiman e Rod Farvard.

Sono profili diversi, così come diverse sono le loro storie e le loro idee di gara. Croft arriva a Chamonix da campionessa in carica, dopo la vittoria del 2025. Dhiman, secondo lo scorso anno, torna dopo aver costruito una stagione sulla continuità e su un volume di allenamento superiore a quello del passato. Farvard ha dedicato gran parte del 2026 al ritorno sull’UTMB dopo il nono posto dello scorso anno, mentre Valmassoi arriva forte della vittoria al Trail 100 Andorra by UTMB di giugno.

La prima indicazione che emerge è che, per quanto riguarda la preparazione, non c’è stata la ricerca di una formula rivoluzionaria. Piuttosto, un affinamento. Quest’anno gli atleti hanno dato maggiore spazio alla forza e al lavoro complementare, mantenendo comunque al centro la costruzione della resistenza. A luglio e all’inizio di agosto, il lavoro di forza rappresentava almeno il 20% della preparazione complessiva. È un dato interessante perché racconta una tendenza ormai difficile da ignorare nell’ultratrail: arrivare pronti non significa soltanto correre tanto, ma essere abbastanza solidi da riuscire a farlo per molte ore, anche quando la tecnica e la fatica iniziano a presentare il conto.

Ruth Croft, per esempio, arrivava a luglio ad allenarsi fino a 22 ore alla settimana, dedicando due allenamenti alla forza. Martina Valmassoi ha mantenuto un carico altrettanto importante, con settimane da circa 20 ore e quasi 9.000 metri di dislivello. Anche nel suo caso, il lavoro complementare è stato inserito due volte alla settimana, senza rinunciare a sessioni specifiche di qualità in salita. La preparazione di Valmassoi racconta bene quanto possa essere articolato il percorso verso ultra di questo tipo. Una sua settimana può comprendere corsa facile e mobilità, bici, un allenamento di qualità da due o tre ore seguito da una sessione di forza, lunghe uscite in montagna e lavori a ritmo gara. Alcuni degli allenamenti più ricorrenti sono strutturati su intervalli lunghi, come 2 × 30 minuti o 6 × 12 minuti, generalmente su tratti in salita. Il venerdì può arrivare una lunga uscita da 50 chilometri con una parte significativa a ritmo gara, mentre la domenica torna il lavoro specifico sulla resistenza.

Ancora più evidente è la scelta di Ben Dhiman. L’americano, che vive e si allena tutto l’anno sulle Alpi francesi, ha costruito la preparazione aumentando il volume di corsa e riducendo contemporaneamente del 50% il lavoro ad alta intensità. Nei primi tre mesi dell’anno ha totalizzato 107 ore di allenamento a gennaio, 95 a febbraio e 105 a marzo. Negli ultimi tre mesi considerati, il volume era circa il 30% superiore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. È una scelta apparentemente semplice, ma non banale: per correre forte per quasi 174 chilometri bisogna prima diventare molto resistenti. A luglio Dhiman arrivava a circa 12.000 metri di dislivello ogni settimana, distribuendo il lavoro tra lunghi in montagna da cinque o sei ore, corse collinari su sterrato da due o tre ore, uscite facili in pianura e sessioni in salita sul tapis roulant. In una delle sue settimane tipo, il lunedì e il venerdì sono dedicati a cinque ore di corsa con circa 3.000 metri di dislivello, mentre il resto alterna trekking, bici e una sessione di forza.

Il volume cambia ancora se si guarda a Rod Farvard. Durante la preparazione l’americano ha raggiunto 25-30 ore settimanali di allenamento, con due o tre sessioni dedicate alla forza. Il dislivello accumulato a luglio oscillava tra 9.000 e 15.000 metri. La sua settimana è costruita soprattutto sulla resistenza aerobica: lunghe sessioni di endurance, corse di recupero, mobilità e due appuntamenti dedicati alla forza. È una struttura meno spettacolare sulla carta, ma estremamente coerente con l’obiettivo: costruire un corpo capace di rimanere efficiente quando la gara entra nella sua seconda metà.

E poi c’è Ruth Croft, che interpreta la preparazione con un’attenzione particolare anche alla forza specifica. Nella sua settimana trovano spazio una lunga uscita facile in trail, lavoro sul tapis roulant, sessioni in palestra, doppie corse facili e soprattutto un allenamento di due ore e un quarto dedicato alla componente in discesa, utilizzando una cable machine. La domenica, invece, è riservata al lavoro in salita con peso aggiuntivo. Farvard ha intenzione di correre davanti fin dalle prime fasi, mantenendo un approccio aggressivo. Valmassoi, al contrario, prevede una partenza più prudente, con l’obiettivo di conservare energie e forza per la seconda metà. Anche l’alimentazione entra così a far parte della strategia: l’italiana imposterà un promemoria sul proprio Amazfit Cheetah 2 Ultra per ricordarsi di assumere un gel o mangiare ogni 30 minuti. Ad accompagnare gli atleti in questo lungo percorso di preparazione è stata anche la tecnologia di Amazfit. Attraverso i dispositivi dedicati al trail running e alla gestione della salute, i quattro runner hanno potuto monitorare parametri chiave come carichi di lavoro, frequenza cardiaca e tempi di recupero, trasformando la mole di dati raccolti sui sentieri in indicazioni utili per affinare la forma fisica e prevenire gli infortuni.

È forse proprio qui che la preparazione incontra la parte più imprevedibile dell’UTMB. Perché dopo mesi passati a misurare chilometri, dislivello, carichi e recupero, c’è una variabile che nessun piano può controllare completamente: la montagna. Le condizioni possono cambiare rapidamente e il meteo, più ancora della distanza o dei 9.900 metri di salita, può trasformare una giornata perfetta in una gara completamente diversa. È anche per questo che gli atleti insistono sulla necessità di non innamorarsi troppo del proprio piano. Croft lo aveva già sperimentato lo scorso anno: arrivare al via con una strategia precisa non significa doverla seguire rigidamente fino a Chamonix. L’ultratrail, soprattutto su una distanza come quella dell’UTMB, richiede capacità di leggere la gara e correggere continuamente le proprie decisioni.

Alla fine, quindi, la preparazione dei quattro atleti racconta una cosa piuttosto semplice. Non esiste un allenamento perfetto per l’UTMB, così come non esiste una sola strada per arrivare pronti. C’è chi aumenta il volume, chi lavora sulla forza, chi inserisce lunghi blocchi a ritmo gara, chi costruisce settimane da trenta ore e chi dedica una parte importante della preparazione alle discese. Tutti, però, stanno cercando la stessa cosa: arrivare a Chamonix con abbastanza resistenza, forza e lucidità da poter continuare a correre quando la gara comincerà davvero. Perché l’UTMB non si decide nei primi chilometri e nemmeno nell’ultimo.

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