Il progetto si distingue per un formato libero e collaborativo: uno spazio in cui Daviet sperimenta insieme a filmmaker, fotografi, musicisti e altri rider. Ne nasce un lavoro che mette sullo stesso piano tecnica, estetica e processo creativo, con l’obiettivo di esplorare nuove modalità di raccontare lo snowboard.
Con Victor abbiamo parlato della filosofia di DVD, del il suo rapporto con la montagna e dell’idea, sempre più centrale, che lo snowboard possa essere interpretato come una forma espressiva oltre che sportiva.
Nel corso della tua carriera, quali sono stati i cambiamenti più importanti e significativi che hai vissuto con lo snowboard?
Snowboardare è la mia vita: è la mia passione numero uno. È davvero ciò che amo di più e mi considero fortunato ad avere una passione così forte, non tutti ce l’hanno. Sono quasi trent’anni che sono sulla tavola: ho iniziato molto giovane. I cambiamenti più significativi? Il primo è sicuramente l’arrivo dei social media, che ha rivoluzionato tutto. Ci sono aspetti positivi, ma anche negativi, soprattutto nel modo in cui si producevano e vivevano i film di snowboard. Quando ero bambino, si passava l’estate ad aspettare l’uscita dei video: pochi team importanti pubblicavano i loro film, si andava alle premiere ed era un momento speciale. Lo stesso valeva per le riviste: aspettavi la tua copia nella cassetta della posta e quel contenuto “raro” aveva un valore enorme.
Ora abbiamo contenuti infiniti: è fantastico perché qualcosa di incredibile accade e puoi condividerlo subito, ma il ruolo dell’atleta è completamente cambiato. Prima eri “solo” uno snowboarder; oggi sei community manager, regista, produttore, scrittore, agente: a me piace, si adatta alla mia personalità, ma è un cambiamento radicale. L’altro grande cambiamento è legato alla crisi climatica. Si vede chiaramente: le precipitazioni sono meno stabili, o nevica tantissimo o non nevica affatto. Negli ultimi dieci anni il cambiamento è evidente. Le stazioni più piccole fanno fatica, e sì, il cambiamento climatico è reale: l’ho visto chiaramente già nel corso della mia giovane carriera.
È un problema enorme, e spesso le persone preferiscono metterlo da parte, ignorarlo. Ma le nuove generazioni devono sapere cosa sta accadendo e quali prospettive attendono il pianeta. Per me, quindi, i due cambiamenti principali sono stati l’arrivo dei social media e il cambiamento climatico.»
Possiamo dire che esistono somiglianze tra uno sport come lo snowboard e l’arte? In che modo, secondo te, questi due mondi si incontrano?
Siamo tutti bambini che giocano nella neve: questo non dobbiamo dimenticarlo. La montagna è una tela bianca, e noi tracciamo la nostra linea con il nostro stile e le nostre tecniche. Ogni rider ha il proprio modo di “dipingere”.
Soprattutto nel mondo dei film, non credo che esista uno stile sbagliato: come in un museo, ci sono quadri che ti piacciono di più e altri meno. Lo snowboard sta diventando sempre più tecnico, con trick pazzeschi portati dalle nuove generazioni, ma per me resta prima di tutto una forma d’arte, più che uno sport.
È ciò che cerco di sviluppare da sempre: il mio stile, i miei trick, le mie linee, cercando di creare qualcosa di esteticamente interessante in montagna. Il mio parco giochi è la natura, e lì posso esprimermi.
Parliamo di Ruby Frequency. Qual è l’idea alla base e cosa vuoi comunicare al pubblico?
Prima di tutto, la serie DVD significa David Victor Digital. Dopo dieci anni di riprese avevo bisogno di qualcosa di nuovo: avevo tantissime idee che volevo realizzare. Così è nata una serie che fosse uno spazio creativo libero, dove poter collaborare con filmmaker, fotografi, musicisti, rider di altri sport… ho lavorato perfino con surfisti.
L’approccio è: abbiamo un’idea, la realizziamo. Produciamo un clip breve ma potente, capace di esprimere concetti diversi a ogni episodio. Ed è stato uno dei progetti più divertenti della mia carriera.
Per Ruby Frequency ho collaborato con Fèlix Raffaelli, un giovane talento di Chamonix. Il suo concept era immaginare di riderare su Marte: una neve rossa, un’altra atmosfera, un’altra dimensione. L’idea era vivere lo snowboard in un ambiente completamente diverso, quasi alieno, ma con riding forte e suggestivo.»
Ti definiresti più atleta o artista? Secondo te queste due dimensioni possono convivere?
Amo ogni sfaccettatura dello snowboard, ma direi che mi sento più artista. Tuttavia, per essere un buon artista nello snowboard, servono solide basi atletiche: preparazione fisica e mentale. Le due dimensioni possono convivere, ma dipende dal profilo del rider. Nel mio caso, ho sempre sviluppato soprattutto la parte artistica. Detto ciò, con il livello tecnico che continua a crescere, è indispensabile essere allenati e preparati.
Cosa significa per te essere supportato da un brand come Arc’teryx nel tuo percorso creativo?
Per me è fondamentale che i miei partner, Arc’teryx compresa, siano aperti a qualsiasi idea, anche la più folle. Sostengono i miei sogni, letteralmente. Se propongo un film in cui “scendo con la tavola su Marte”, sono subito pronti ad appoggiarmi. Questo è bellissimo.
E oltre ad essere un brand di grande successo, dietro ci sono persone splendide. Si prendono cura degli atleti in modo unico: ci mettono a disposizione coach fisici, mental coach, budget per la crescita personale. Molti marchi non lo fanno, loro sì. E questo fa una differenza enorme.
Hai in programma nuove collaborazioni artistiche o progetti futuri?
Sì, ci sono grandi progetti cinematografici in arrivo, molti dei quali fortemente artistici. Ci saranno anche nuove avventure, tutto ciò che amo. La prossima settimana sarò a Parigi per presentare l’evento davanti a 2.500 persone, un’opportunità molto diversa ma eccitante. E poi parteciperemo a un safety camp a Chamonix con tutti gli atleti invernali: formazione su sicurezza, gestione del rischio, tecniche di soccorso in valanga… elementi essenziali per il nostro lavoro.
Parli spesso dell’importanza della componente mentale. Quanto conta per te la salute mentale nel tuo percorso artistico e atletico?
In montagna affrontiamo rischi enormi: dobbiamo essere presenti, lucidi, ridurre il più possibile l’imprevedibilità. Per me è fondamentale essere in buona salute fisica per essere in buona salute mentale.
Corpo e mente sono strettamente collegati: se il corpo sta bene, la mente segue; e se la mente è pronta, il corpo risponde. Nell’aspetto artistico, la mente influisce sulle emozioni e sulla creatività: alcuni progetti sono luminosi, altri più introspettivi. La mente guida tutto.
Il dialogo con Victor Daviet mostra chiaramente come lo snowboard, oggi, vada oltre la pura performance. La sua visione, costruita attraverso anni di filming, collaborazioni e backcountry unisce sport, creatività e attenzione per la montagna in un unico approccio. Progetti come DVD e Ruby Frequency evidenziano questo cambiamento in quanto sono lavori che sperimentano nuovi modi di raccontare e che mettono al centro la prospettiva personale dell’atleta.
All’interno del Winter Tour di Arc’teryx, il percorso di Daviet diventa un esempio concreto dell’evoluzione della cultura outdoor, sempre più aperta a linguaggi diversi e a competenze trasversali. Una direzione che non riguarda solo i professionisti, ma chiunque frequenti la montagna con curiosità e consapevolezza. Se c’è un messaggio che emerge dalla sua esperienza, è che lo snowboard rimane uno spazio privilegiato per innovare, creare e immaginare ciò che verrà.













