Il mito di un giorno
WORDS → Luca Dalmasso
DATE → 2026-08-25
Nove anni di attesa, 100 miglia di corsa: la Western States sotto le 24 ore.
L’edizione 2026 della Western States è entrata prepotentemente nella narrazione italiana. Merito del nostro miglior interprete della specialità, Francesco Puppi, che per una buona parte di gara ha dominato, salvo poi finire secondo. Ma con un tempo stratosferico, al termine di una gara sensazionale. Francesco si era meritatamente guadagnato il diritto di partecipare vincendo addirittura due Golden Ticket, prendendosi quindi pure il lusso di rifiutarne uno. Io, invece, inseguivo questa gara da ben nove anni. Nove anni di sorteggi mancati. Nove anni sono tanti. Perché rincorrere così a lungo un obiettivo? Ma soprattutto: perché proprio la Western States? Intendiamoci, dal punto di vista del panorama e del percorso, quasi qualunque gara alpina vince a mani basse. Ma è il mito che fa la differenza e, nel cullare e far crescere un mito, è risaputo che gli americani sono più bravi.
Gordy Ainsleigh ha contribuito non poco. Nel 1974 si presenta al via della Tevis Cup, una gara di cavalli di cento miglia da completare, per vincere la sfida, in meno di 24 ore. Ma lui è senza cavallo e dice che la farà comunque. Follia, per tutti. Ma non per lui: alla fine saranno 23 ore e 42 minuti. In quel preciso momento nasce il mito, che dieci anni dopo, creata la gara dedicata ai runner e chiamata Western States Endurance Run, verrà ulteriormente amplificato dal limite di 300 partecipanti imposto. Facile nel 1984, molto meno oggi, con l’esplosione del trail running. Poi, a dicembre 2025, in occasione del sorteggio, ho finalmente sentito la frase che aspettavo da nove anni, in strettissimo accento americano ovviamente: “Piasco, Italy. Onehundredandtwentyeight ticket. Luca, Dalmasso”.
Il venerdì a Palisades Tahoe, luogo della partenza, abbiamo un assaggio di ciò che ci aspetta: piove e fa un freddo becco. Il ritiro pettorali della WS è un evento nell’evento: il ricchissimo pacco gara viene composto, letteralmente, pezzo per pezzo da un volontario diverso. L’entusiasmo che mettono gli americani in queste cose è commovente: ognuno di loro è gasato all’inverosimile, come fossero loro a un passo dal sogno e non tu, concorrente. Che in un certo senso è veramente così, perché sentono questa gara come il più importante evento dell’anno.
Al briefing Craig Thornley, il direttore di gara, ci spiega la situazione in modo chiaro e sintetico, prendendoci anche un po’ in giro: “Farà freddo, alla partenza 40 gradi Fahrenheit, al primo colle 32, vento a “enne” miglia all’ora. Lo so che per gli europei è diverso il metro di misura e non so fare la conversione: ma farà freddo, molto freddo”. Se il suo obiettivo, tra una risata e l’altra del pubblico, è spaventarci, con me ci riesce abbastanza bene. Mi sono allenato durante gli ultimi tre mesi a sopportare il caldo, con imbarazzanti sedute sui rulli in camera, a 30 gradi, vestito come un alpinista su un Ottomila. Ora mi si dice che farà freddo.
Pieno di dubbi, per le due ore successive non faccio altro che rivedere i miei piani: ripasso mentalmente ogni cosa, preparo una giacca più seria di quella prevista, aggiungo manicotti, Buff, guanti. Alle 4:30 di sabato 27 giugno siamo in partenza. L’atmosfera è da grande evento, ma in stile americano e non come siamo abituati: dietro l’arco siamo in tantissimi, almeno tre volte i 370 partecipanti, perché ci sono anche crew, amici e parenti. Tutti insieme si chiacchiera, si ride e si scherza. Io cerco di rimanere concentrato. Penso che, siccome fa freddo e c’è vento, il pubblico che è venuto a vedere la partenza sia tutto qui. Quanto mi sbaglierò! Un colpo di fucile sparato proprio accanto all’arco dà il via. Sono emozionatissimo. La prima salita è una roba assurda: cinque chilometri su strada sterrata sotto gli impianti di risalita, contornati letteralmente da un pubblico in delirio. C’è chi suona il violino seduto su una roccia, chi fa musica messicana con un tamburo, chi si apposta esattamente al primo miglio soltanto per dire a tutti gli atleti: “Complimenti, il primo è andato, te ne mancano solo novantanove. Good job”. Sembra una presa in giro, detta così, ma il modo in cui lo dice ti fa capire che non sta scherzando. E’ serissimo: vede quel primo miglio come un traguardo raggiunto da te ed è sinceramente fiero di cosa stai facendo. Come tutti gli altri che ti incitano per cinque chilometri.
Al primo colle, l’Emigrant Pass, è un vero delirio di tifo. I peli sulle braccia si rizzano mentre urlo anche io, preso dall’entusiasmo. Da questo punto, si entra in un altro mondo. Nel giro di dieci metri non c’è più nessuno e non vedrò più nessuno, ristori esclusi, per 85 km. Sentieri perfettamente corribili su questo altopiano a 2000 metri di quota, fatto di tanti saliscendi. Mi colpisce che, quando sono in cresta e riesco ad avere visuale ampia per chilometri e chilometri, il mio sguardo non incontri nulla di collegabile all’uomo: nessuna strada, nessuna casa, nessuna costruzione, nessun traliccio. Nulla. Solo montagne, boschi, alberi, pini. Il vero middle of nowhere. Fin dal primo ristoro capisco come funziona: ho un volontario, a volte anche più di uno, solo per me, che mi tratta come un campione, come se fossi un pilota di F1 a un pit-stop. Il concetto qui è semplice: tu sei un runner e, in quanto tale, DEVI solo correre. A tutto il resto pensiamo noi. Sarà così fino alla fine. Lacrimuccia.
Al secondo ristoro una volontaria mi parla in italiano. Rimango sorpreso, le dico che siamo solo tre italiani in gara, uno davanti e uno dietro di me. Lei, serissima, mi risponde: ”Lo so. Infatti ti stavo aspettando”. Seconda lacrimuccia. Arrivo al km 50, dove vedo per la prima volta la mia crew, alias la mia famiglia: cambio maglia, cambio giacca, mollo guanti, manicotti e Buff. Ora fa caldo, ma nulla di drammatico. Sono le 11:40 e sono in ritardo di circa venti minuti sulla tabella che vorrei tanto rispettare, quella che mi porterebbe a chiudere sotto le magiche 24 ore. Ma sto divinamente bene e non mi cruccio. Faccio le cose con calma, mangio, bevo e riparto. Da qui inizia una sezione di venticinque (!) chilometri di discesa. I primi venti facili, con grandi tratti anche pianeggianti. Corro anche piuttosto forte, non mi ricordo di essere mai arrivato al settantesimo chilometro di una qualsiasi gara lunga così fresco, così pimpante. E comunque da venti minuti in ritardo sulla tabella sono passato a trenta di anticipo. Spettacolo.
Inizia la sezione dei Canyon: due discese e due risalite consecutive molto ripide. Nelle due discese percepisco il vero caldo, sarà anche che mi sono allenato a questo, ma non lo trovo impossibile. Le salite sono prevalentemente sotto bosco e passano via bene. Arrivo a Michigan Bluff, km 90, dove vedo la crew per la seconda volta. Ci arrivo con un ottimo passo e sono estremamente contento, pur sapendo che è ancora lunga. Non posso però non notare in me la primissima spia accesa: sono sicuro, per esperienza, che pur stando benissimo, dal ristoro in poi inizierò a faticare di più. Ne ho fatte troppe e sono solito studiarmi troppo a fondo per non accorgermi in anticipo di quello che mi succederà in una Ultra. Mi godo comunque l’atmosfera festosa del ristoro: musica a palla, bandierine ovunque, lo speaker che urla il mio nome quando arrivo. Sono le 17 circa.
E dopo dodici ore di gara vedo la prima casa! Nel ripartire mi faccio mettere il ghiaccio nelle tasche apposite del cappellino. So che il prossimo sarà un tratto esposto e caldo, preferisco anticipare. Si rivelerà una buona cosa. Come previsto dai miei segnali, i dieci chilometri successivi sono un po’ più sofferti. Arrivo al km 100 di Foresthill in condizioni strepitose per una gara del genere, ma comunque con la stanchezza di quattordici ore di corsa consecutive nelle gambe. Mi cambio le scarpe e le calze, mangio due palle di riso freddo con avocado dentro. Divine. Bevo due lattine di Ginger Ale. Stra divine. Saluto la mia famiglia, riparto, guardo l’ora: sono le 19:10. Perfettamente in tabella per finire in 24 ore. Troppo perfettamente in tabella.
Vorrei avere più margine. Quello che avevo guadagnato al km 70 l’ho riperso. Parto con le gambe decisamente più cotte. Intanto i primi sono già arrivati e hanno polverizzato il record. Francesco non ha vinto, superato sul finale da Vincent Bouillard. Ricevo la notizia dai volontari, poco felici e molto stupiti. Gli americani sperano sempre in un americano. Come biasimarli. Ma torniamo a me. Devo stare attento. Ho le gambe cotte ma sono troppo vicino a finire in ventiquattr’ore: voglio prendermi più margine. Mi impongo di non guardare più i riferimenti per almeno venticinque chilometri. Qui deve entrare in gioco la mia testa: so che lei non sbaglia mai, ma mi devo concentrare a fondo su tutto, non devo fare errori. E ci riesco. Al km 125 sono al famoso guado di Rucky Chucky. E’ notte, è fresco. E ho guadagnato venti minuti sulla tabella. Bene.
Il guado dell’American River è un punto iconico e stupendo. Ci sono letteralmente centinaia di volontari che si prodigano, l’acqua non è fredda. Entro fino alla vita ed è anche piacevole. Si procede tenendosi con due mani a una corda tesa, i piedi scivolano sulle pietre irregolari del letto del fiume. A metà c’è un punto più profondo e vado a mollo fino alle ascelle. Mi diverto anche, ma bagnarmi la pancia mi porta a iniziare a tremare. Quando esco non mi fermo: inizio subito la salita successiva e mi metto la giacca antivento per scaldarmi un po’. La terrò per più di un’ora. Mancano 36 km. Una vita. Conosco il percorso da qui in poi, avevo fatto da Pacer al mio amico Pier tre anni fa. So che bisogna correre molto. E io ci provo, con le forze rimaste, cercando di rimanere sempre il più concentrato possibile. Voglio talmente tanto questo sub 24h… Arriva il ristoro di Quarry Road e per me è importante per due motivi. Primo: perché a fare il volontario qui tre anni fa c’era Scott Jurek in persona ed eccolo di nuovo anche quest’anno! Stima infinita per questo simbolo dell’Ultra Running americano, per la sua umiltà, per la sua disponibilità.
Secondo: ho ancora circa trentacinque minuti di margine sulle 24 ore e mancano solo due salite da 300 metri di dislivello l’una. In salita spingo ancora bene, non perdo terreno, quindi sono relativamente tranquillo. Posso farcela. Qui sento davvero che il mio obiettivo di stare sotto le ventiquattr’ore è ormai realtà. Salgo, scendo, passo su l’iconico No Hands Bridge. Vedo già le luci di Auburn in alto quando comincio l’ultima salita. Sono tranquillo e aumento anche un po’ il passo: è l’ultima, quindi lo spirito di conservazione non c’è più, posso rischiare. Salgo bene, felice. A un miglio dall’arrivo c’è un signore che mi porge una bandierina, fatta fare apposta per l’ultimo miglio con tanto di loghi. E’ lì che aspetta ogni concorrente per donargliela. Anche alle quattro del mattino. Corro verso il campo di atletica della Placer High School. I trecento metri più belli della mia vita da runner. Mai amato così tanto una pista. Gli ultimi due passi li faccio camminando. Ce l’ho fatta. 23h23’.
La sfida dei pionieri, che fosse a cavallo prima o di corsa poi, era percorrere 100 Miglia in meno di 24 ore. Anche se il tempo massimo della gara è diventato di 30 ore, il logo e la magia sono rimasti gli stessi: One Hundred Miles, One Day. Sapevo che per me era una sfida importante e per nulla scontata. Ma sapevo anche che, facendo le cose bene, sia durante la preparazione sia durante la gara, era alla mia portata. Molte persone mi hanno aiutato in questo percorso, seguendomi nell’avvicinamento all’evento così come durante la gara. Grazie a loro, e grazie anche un po’ alla mia testardaggine, ho superato la lunga attesa di nove anni, arrivando a Western States motivato e convinto al punto giusto. E ho così realizzato il sogno di portarmi a casa la mitica fibbia d’argento, quella del sub 24h. Ora la posso mettere in una teca.
