Kirghisa

Yuri Basilicò

DATE → 2026-03-26

Va’ Sentiero a piedi e a cavallo nelle sterminate lande dell’Asia Centrale

Il coniglio che corre

Un paio di anni fa ho letto Limonov di Emmanuel Carrère. Tra le molte e improbabili vicende del protagonista, ce n’è una che lo porta a frequentare l’Asia Centrale. Limonov se ne innamora, trovandovi una pace interiore che mai aveva conosciuto. Quelle pagine mi avevano colpito profondamente – la descrizione di quegli spazi vuoti e sterminati, la sensazione di pulizia interiore, il silenzio quieto e imperturbabile: un richiamo talmente eloquente che è stato naturale cominciare a interessarmi di quella parte di mondo.
Poi lo scorso anno, grazie a un incontro fortuito a una fiera del turismo, noi di Va’ Sentiero siamo stati invitati da un’agenzia locale, la CAT – Central Asia Tourism, a visitare il Kirghizistan. Un mese di viaggio, tre itinerari lunghi: uno a cavallo, due a piedi. Team ridotto composto da quattro persone: Sara, fotografa; Ricc, videomaker; Biguzzi, naturalista e penna; io, guida e seconda penna. Con noi c’è anche Domenico, conosciuto proprio a quella fiera, con un passato importante in Asia Centrale. Parla russo, dettaglio tutt’altro che secondario in un paese dove l’inglese è ben poco diffuso.
Il Kirghizistan (che si pronuncia Kirghì-stan, senza bisogno di pronunciare quella “z” così difficile da collocare) è grande circa due terzi dell’Italia, prevalentemente montuoso: la quota media supera i 2.700 metri. È incuneato tra Kazakistan, Cina, Tagikistan e Uzbekistan e ospita circa sette milioni di abitanti. Una parte significativa della popolazione rurale mantiene ancora pratiche di vita seminomade, dividendo l’anno tra i villaggi invernali e i pascoli estivi d’alta quota, dove si portano cavalli e greggi. La lingua ufficiale è il kirghiso, di origine turcica, ma scritto in alfabeto cirillico. Visto sulla mappa, il Paese somiglia a un coniglio in corsa, con il grande lago Issyk-Köl a fare da occhio vigile.

Le ali dell’uomo

Giugno 2025. Appena uscito dall’aeroporto di Bishkek, due cose catturano la mia attenzione: un enorme cartellone con il volto di Khabib Nurmagomedov, idolo sportivo di questa parte di mondo, e un sottile odore di fumo, difficile da classificare. Non è plastica bruciata, è qualcosa di più organico. Attraversando la periferia della capitale, nella luce incerta che precede l’alba, è evidente come nel Paese sia in corso una trasformazione epocale: cantieri ovunque, palazzi in costruzione, e in ogni direzione insegne in cinese. Nemmeno le montagne del Tien Shan riescono a fermare il cosiddetto progresso.
Dopo sette ore di jeep, su strade scognite e perlopiù sterrate, raggiungiamo il lago Song-Köl, a oltre tremila metri di quota. Qui comincia il nostro viaggio a cavallo. Il mio si chiama Korola e misura circa 130 centimetri al garrese. I cavalli kirghisi sono piccoli, compatti, resistenti; diversi da quelli europei. “Le ali dell’uomo”, recita un detto locale. La nostra guida, Nazar, è un gigante buono, come me appassionato di boxe.

Ci insegna due comandi essenziali per andare a cavallo: ciù! per spronare, taaac (in calare) per rallentare.
Presa confidenza coi cavalli, ci dedichiamo al paesaggio: chilometri di rada steppa privi di qualsiasi interruzione verticale, salvo le montagne innevate sullo sfondo sbiadito. La sensazione di vastità è ineffabile, sconosciuta. Incontriamo gli yak, bovidi dal pelo lungo e dalle corna ampie; Biguzzi ci spiega che le corna strette delle nostre vacche sono il risultato di una lunga selezione operata dall’uomo.
La sera dormiamo nelle yurte, tende circolari rivestite di feltro, montate dai pastori all’inizio della stagione calda e smontate in autunno – in Kirghizistan, è (ancora) vietato costruire edifici permanenti nelle terre alte del paese. Le yurte vengono scaldate con piccole stufe metalliche, alimentate a sterco essiccato di cavallo o di vacca. Ecco l’origine di quell’odore misterioso, appena sbarcati. La cupola centrale della yurta, il tunduk, campeggia sulla bandiera nazionale.

All’arrivo nei campi troviamo sempre tè caldo e dolci disposti sui bassi tavolini. Gli uomini, a gambe incrociate e mani giunte, siedono con noi sui tappeti, parlano con le guide, sorridono pacifici. ”A guardarli, sembrano felici”, cantava Battiato. Ci insegnano volentieri qualche parola: Kandai? Giakšy, rachmat! Non hanno fretta né timore di stare in silenzio: la condizione di semi isolamento che le famiglie vivono per lunghi mesi si riflette nel semplice piacere di accogliere uno sconosciuto. Le donne non siedono mai con noi. I ruoli sono netti, ugualmente rispettati, e le contraddizioni convivono senza spiegazioni. I bambini ci osservano, educatissimi e curiosi.

Lungo le piste compaiono tombe di terra secca, di forma cubica, le cupole coronate dalle mezzelune. Scendendo di quota incontriamo i primi alberi da frutta. Un tempo si coltivava anche l’uva, prima che la campagna antialcolica sovietica ne limitasse drasticamente la produzione. Alle volte, in chilometri di marcia, l’unica traccia di presenza umana è una bottiglia di vodka abbandonata sul terreno – paradossalmente, anche quella un retaggio sovietico. Di sicuro, da queste parti sanno bere: dopo cena i brindisi non si contano e i volti si arrossano un po’.

Nel frattempo i nostri corpi si abituano alla sella, alla postura, a leggere i movimenti del cavallo. Non senza incidenti: un paio di disarcionamenti e un calcione che Sara incassa sulla tibia, miracolosamente senza conseguenze serie. Sono lezioni preziose, la forza di un cavallo è qualcosa di cui è saggio aver timore. Presto proviamo il galoppo, una delle esperienze sensoriali più emozionanti che si possano avere. È incredibile il sentimento di potenza che il cavallo sa sprigionare: sentire il suo battito cardiaco accelerare e pulsare a contatto con le tue gambe, lo schiocco dei suoi zoccoli che cambia improvvisamente ritmo, la forza scaricata sul suolo, come una scossa continua.
La cavalcata si conclude a Tash Rabat, un’antica fortezza isolata in fondo a una valle dall’aspetto ruvido e alpino. Probabilmente un caravanserraglio lungo la Via della Seta, è uno dei pochi monumenti secolari ancora intatti. Dormiamo nel campo yurte di Nazar, la guida, che dispone anche di una piccola, apprezzatissima sauna. Dalla finestrella, coi corpi fumanti, contempliamo una tempesta di grandine imbiancare le montagne.

Verso l’occhio del coniglio

Ci trasferiamo a Naryn, vivace cittadina con sembianze da frontiera – non bella, ma fascinosa: un centro raccolto intorno a un viale retto, di case basse in mattoni; qua e là edifici di sapore monumentale e alcune vecchie stelle sovietiche sulle facciate incrostate. Colpiscono i balconi, con le ringhiere ricurve come quelle che si trovano da noi nel Mezzogiorno, coperte però di lamiera rossa.

Cominciamo il nostro trekking sotto una pioggia invisibile ma pervicace. Camminare è ben diverso dall’andare a cavallo e capiamo in fretta come mai da queste parti non cammini nessuno e tutti naturalmente cavalchino – compresa la nostra guida, Bakit, tipo silenzioso, con un occhio cieco eppure più espressivo dell’altro, che ci precede a cavallo e tiene le briglie di un secondo animale, con le nostre provviste. Gli spazi sono troppo vasti, è difficile comprenderli, prevedere i tempi, tutto si dilata e, senza appigli per scansarla, la fatica si fa sentire. Per distrarcene ascoltiamo i bei podcast della Fondazione Venanzi: Alexandra David Neel, Gengis Khan, il Prete Gianni… A volte un cane solitario si unisce a noi, senza pretese. L’unica altra presenza è quella dei rapaci che volteggiano pigramente. Impariamo a riconoscere i grifoni in base al profilo alare. Il loro volo è solenne, le ali immobili. Possono andare avanti per ore, senza sbatterle, muovendo appena le dita delle ali per aggiustare la traiettoria, mentre cavalcano il vento.

I guadi diventano un problema. Le piogge hanno gonfiato i torrenti e alcuni ponti non esistono più. Attraversiamo a cavallo, uno alla volta, aggrappati alla vita della guida. Passaggio dopo passaggio, con l’acqua che ne sferza il petto, il ronzino è stanco, ondeggia, e la corrente devia la sua traiettoria sempre più a valle. Quando tocca a me, per poco non cado salendo a cavallo. Bakit sussurra: Allah Akbar. Speriamo lo sia, penso. Dopo giorni di pioggia, il cielo si apre sulle rive del fiume Bolgart Suu. Dormiamo in una gostinitsa, una piccola pensione all’interno di una fattoria. La notte ci porta la prima grande stellata kirghisa. Nei giorni a seguire risaliamo gli altipiani, in un susseguirsi di colli e doline e continui saliscendi. Se ci distanziamo perdiamo in fretta il contatto visivo e così ogni tanto dobbiamo spendere tempo a ritrovarci l’un con l’altro, urlando. I prati esplodono di fioriture: non-ti-scordar-di-me, papaveri gialli, aglio selvatico, cardi. Stelle alpine, a migliaia. Superiamo i tremila, l’aria si fa più pungente, e intorno si impennano pareti nerastre di gneiss sgretolato. Più sù, si schiudono intorno a noi deserti di neve bidimensionali, e più sù ancora cime acuminate, remotissime. Sulle nostre teste passano i temporali, scaricano un po’ di grandine, poi lasciano spazio a una luce bianca, ipnotica.

Dai quattromila metri del Tong Pass salutiamo le cime del Tien Shan e avvistiamo finalmente il lago Issyk-Köl, il Mare di Kirghisia, uno sconfinato lago alpino (il secondo al mondo, dopo il Titicaca), lungo quasi duecento chilometri, grande diciassette volte il Lago di Garda. Nessun fiume esce da questa immensa distesa d’acqua salmastra che, nonostante la quota, non gela quasi mai. Raccontano che i sovietici venissero qui a testare i siluri. L’aria è tersa, ma non si vede la sponda opposta.

Alti, ultimi passi

Dopo un paio di giorni di ricarica, a sollazzarci sulle sponde del lago (sempre più frequentate dai ricchi kazaki), ci apprestiamo ad affrontare l’Ak Suu Traverse, un’alta via nota nell’ambiente dei through hikers, sorta di GR20 kirghiso. La nostra guida Evgenij ha origini russe e occhi di un pigro celeste, sornioni come quelli di un aristocratico. Sempre di buon umore, ruffiano quanto basta, sa il fatto suo. Ci sta subito simpatico. La fama dell’Ak Suu richiama diversi viaggiatori e incontriamo i primi occidentali.
Branchi di cavalli pascolano placidi ovunque. Quando chiediamo che se ne fanno di tutte quelle bestie, non ottengo risposte univoche. Di sicuro ci sono molti più cavalli di quanti ne servano. Alla fine conveniamo siano una sorta di investimento sicuro, come l’oro da noi. Nel branco lo stallone, unico maschio, è facilmente distinguibile dalle giumente per le proporzioni e la baldanza. I cavalli sono animali assai spaventevoli, capaci di rimanere immobili all’infinito con le orecchie ritte e gli occhi puntati su di te, per capire se sei un predatore, i muscoli che saettano sotto il pelo lucido. Quando si lanciano al galoppo giù per i pendii fanno impressione, considerando la loro significativa massa corporea, la velocità con cui discendono quei pendii scoscesi e la perfetta eleganza con cui schivano gli ostacoli. Sono esseri speciali.

Lungo la via non ci sono vere difficoltà tecniche, ma distanze e dislivelli fanno scricchiolare muscoli e polmoni. Ogni pomeriggio ha la sua scarica di grandine e alcuni guadi rimangono un tema, dobbiamo mercanteggiare una mancia a due piccoli pastori per farci dare un passaggio a cavallo. La stanchezza inizia a farsi sentire nella squadra, ogni tanto con Domenico bisticciamo, e così poter parlare inglese con qualcuno, a fine tappa, aiuta a distendersi. Poi ci si ritrova, si brinda con tè corretto alla vodka, e tutto si ricompone.

Il trekking si articola in un continuo svalicamento di passi, sempre più alti. Nei fondovalle, dopo molto tempo ritroviamo gli alberi, soprattutto abeti del Tien Shan, tronchi possenti e chiome coniche, slanciatissime. Le altitudini crescono nei giorni. L’ultima fatica del percorso è il passo di Ala-Köl, una ripidissima muraglia di sfasciumi che chiude una valle che pare infinita. È un tappone. La sera prima Evgenij incontra alcuni vecchi amici al campo yurte e finisce per alzare un po’ il gomito; il giorno dopo è sulle ginocchia. Non dice nulla, per orgoglio deontologico, ma soffre vistosamente. Al passo gli offriamo dell’acqua calda, dal thermos, e lo vediamo riprendere colore e buonumore.
Infine, è la lunga discesa. I gesti si fanno economici, le parole più rare. Il dono in cui era imbattuto Limonov: non l’esotismo, non l’avventura, ma la tregua – la possibilità, per una volta, di non doversi curare d’altro che di sé stessi. Come scriveva Matsuo Bashō, poeta giapponese del XVII secolo, maestro dell’haiku: “I giorni scivolano via come passeggeri eterni; ogni passo è dimora e lontananza insieme.” Non un luogo in cui restare, forse, ma uno spazio che ti ricorda che puoi andartene, per un po’.

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