La montagna insegna ancora — Nicola Tondini

WORDS → Francesca Galletto

Pics → Enrico Veronese

DATE → 2026-09-11

Un giorno sul Pilastro Renato con Nicola Tondini, atleta Skylotec.

C’è una parete, sulla Nord-Ovest della Civetta, che Nicola Tondini conosce come si conosce una strada di casa percorsa mille volte. La chiamano Pilastro Renato: l’ha aperta insieme al collega e amico Alessandro Baù, con il supporto di Alessandro Beber, in più stagioni, dal basso, senza mai piantare uno spit. È su quella stessa parete – ancora in attesa del tentativo di libera integrale – che troviamo Tondini per una giornata di scatti. Non in falesia: dentro la montagna vera.

Cosa rappresenta per te tornare su una parete come questa, e cosa vi ha spinto a scegliere proprio questa linea?

”Quasi sempre queste grandi salite nascono da un innamoramento per una parete,” racconta Tondini. ”Quando entri nella Val Corpassa cominci a fantasticare, immagini vie super dinamiche. Poi nel tempo trovi il tuo stile di apertura, e riprovarci su una parete come questa diventa quasi un sogno.” E poi c’è l’etica, aggiunge, che per lui è cosa diversa dallo stile: ”Ha a che fare col rispetto per l’ambiente, per la storia che c’è già su quella parete. È un entrare in punta di piedi in certi posti.”
Di punta di piedi, sul Pilastro Renato, ne è servita parecchia. Il primo tentativo, nel 2024, si chiude con un ritiro dopo pochi tiri: mancano le protezioni giuste, la scorta di chiodi finisce. Tornano l’estate dopo, con Beber, e restano bloccati ancora una volta, fermati da un temporale a un passo dalla cima. Solo al terzo tentativo, l’ultima settimana di luglio 2025, arrivano finalmente in vetta – e scendendo a valle scoprono che Renato De Zordo, per quarantacinque anni gestore del rifugio Coldai, era morto quella notte. ”Abbiamo deciso lì, sul momento, di dedicargli la via,” racconta Tondini. ”È stato il pilastro tra i rifugisti della Civetta – i veri custodi di questi territori.”

C’è un passaggio preciso di quella giornata che ti è rimasto più impresso?

Tondini ripensa a un tiro molto tecnico, protetto da un vecchio pecker infilato in una fessura larga pochi millimetri. ”Quel chiodo lì tiene, se lo carichi in trazione. Ma se gli dai un colpo secco, salta via.” Sotto quel punto, la protezione precedente è lontana; sopra, altri metri prima di trovare qualcosa a cui affidarsi. ”Bisogna mollarla, come diciamo noi. Psicologicamente molli le tue certezze, e parti.”

Quanto conta la preparazione – fisica e mentale – rispetto alla prestazione del giorno stesso?

”Tantissimo,” risponde subito. Prima di tornare sul Pilastro Renato aveva passato la primavera su un’altra via impegnativa, aperta in solitaria sul Baldo-Garda: ”Non è la stessa cosa scalare in falesia rispetto a stare esposti su una parete vera. Devi abituarti.” Ricorda ancora il disastro della sua prima via di alto livello, nel 2010, affrontata preparato solo fisicamente: ”Avevo messo su grado, ma la testa non c’era.” Da allora considera la preparazione mentale parte integrante dell’allenamento: ”Devi diventare in sintonia con la verticalità. Se quella sintonia non c’è, puoi essere allenato quanto vuoi: la testa non funziona.”

Come scegli l’attrezzatura quando affronti una via lunga come questa?

Corde nuove, materiale controllato, abbigliamento tarato sulle condizioni. Ma è sull’imbrago che Tondini si sofferma di più. ”Deve essere comodo, perché se stai tante ore appeso non ti deve sfiancare la schiena. E deve avere un buon portamateriale, perché ti attacchi addosso anche dodici, quattordici rinvii, dieci o dodici friend.”

Qual è, secondo te, la decisione più difficile da prendere in montagna?

Per Tondini è sempre una questione di confine – capire dove finisce il ”mi metto in gioco” e dove comincia il rischio non più accettabile. Sul Pilastro Renato quel confine l’ha riconosciuto e rispettato: nel punto dove i chiodi non entravano, sapeva che una caduta li avrebbe portati a sbattere contro una cengia sottostante. ”A quel punto ho detto: oggettivamente, qui non è valutabile. Siamo tornati indietro.” Non è mai stata una scelta facile, ammette. ”Ma se ti dai uno stile, quello stile ti regala delle emozioni indipendentemente dal fatto che magari butti via dieci giorni.”

Cosa si prova quando una salita così lunga e complessa finalmente si chiude, e qual è il momento che porterai sempre con te?

Le sensazioni sono contrastanti: soddisfazione, mescolata a una specie di malinconia per un percorso che finisce. Ma il momento che porta con sé non è legato alla difficoltà tecnica. È una sera del primo anno di tentativi, verso le sei, quando la luce del tramonto ha cominciato a colorare la parete di rosso e oro – l’enrosadira delle Dolomiti. ”Mi sembrava di essere dentro una fotografia,” racconta. Gli torna in mente una frase letta tempo fa in un libro sul camminare: il paesaggio sembrava lì ad aspettarti. ”Come se quella bellezza aspettasse di essere vista da qualcuno.”

Perché vale la pena documentare e raccontare una giornata come questa, anche quando significa ”perdere” tempo in parete?

”C’è il rischio che oggi conti più la bella foto che la storia vera che c’è dietro,” dice Tondini. ”Ma se una cosa ha davvero un valore, un’etica, allora vale la pena fermarsi a raccontarla.” Uno scatto su una parete è reale. ”Ha un contenuto diverso. Ha un senso. Permette di raccontare una storia.”

Cosa insegna ancora oggi la montagna?

”Insegna l’umiltà, prima di tutto. Non la frequenti dicendo ‘adesso la conquisto’.” E poi insegna la contemplazione: ”Vivere il tempo in silenzio, stare nel qui e ora, per forza – perché quando sei attaccato con le dita e le unghie, con tutto l’impegno psicologico della salita, non puoi pensare a nient’altro. È come un’immersione ipnotica. Per me, al cento per cento, è terapeutico.” Non è un caso, aggiunge con un sorriso, che alla sua palestra King Rock siano in tanti a dirgli la stessa cosa: che per staccare la testa hanno bisogno proprio di arrampicare. ”Ed è vero. Perché quando sei lì, vivi solo quello.”

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