Descritto da molti come l’esperienza più vicina a una vera spedizione in terre remote, il fjäll lappone è un altopiano che non concede scorciatoie. Situato nelle regioni settentrionali della Scandinavia, oltre la linea degli alberi, è un ambiente severo e silenzioso: paesaggi rocciosi, salici nani, paludi e bacini glaciali. Qui non arrivano strade né connessioni telefoniche, e potremmo camminare per decine di chilometri senza incontrare anima viva.
Possiamo immaginare un immenso castello, con stanze ampie e corridoi infiniti, ma abitato da pochissime persone. Queste poche anime si raccolgono nell’unica sala da tè, calda e accogliente, mentre torri e camere restano fredde, buie, vuote. Ecco cosa succede in Svezia. E se la maggior parte della popolazione (circa 10,6 milioni di abitanti su oltre 410.000 km) sceglie le città, chi rimane nel fjäll? Nessuno, se non i Sami con le loro renne. Camminare qui significa addentrarsi in un territorio selvaggio e silenzioso, dove trovi solo acqua, piccoli frutti, qualche fungo. Sopra la linea degli alberi la vegetazione resta bassa e arida, impedendo ogni tipo di riparo dalle intemperie; estati con venti ore di luce si alternano a inverni di buio fitto.
È in questo contesto che vive una delle specie più antiche della penisola scandinava, un animale che incarna un’intera attitudine alla vita, fatta di adattamento e resistenza. È lei, astuta e resiliente, la volpe artica – Vulpes lagopus – o, come la chiamano in Svezia, Fjällräven.
Non è un caso che il giovane Åke Nordin, quando decise di fondare la sua azienda nel 1960, scelse proprio il nome di questa affascinante specie artica. Gli utenti a cui voleva rivolgersi erano quelli puri e semplici, capaci di affrontare e attraversare luoghi selvaggi senza troppi fronzoli, coloro che in Svezia vengono proprio chiamati Fjällräven. Da un telaio in legno con agganciato un sacco di cotone a forma di V, a 14 anni Åke costruiva il suo primo zaino, mirato a una migliore distribuzione del peso durante i suoi lunghi cammini ed esplorazioni nel fjäll. Da quella semplice intuizione è nata una bella storia di innovazione e tradizione, capace attraversare i decenni mantenendo la propria identità e valori. Insomma, oltre al celeberrimo e coloratissimo Fjällraven Kånken che il mondo acclama, c’è molto di più. Dal 2005 nascono gli eventi “Classic”, pensati per avvicinare ed educare gli appassionati a vivere la natura in modo consapevole, scegliere l’attrezzatura giusta e sapersi autosupportare in luoghi remoti. Dal fjäll svedese, questo evento è arrivato in altre sei nazioni, accompagnando migliaia di appassionati alla scoperta di nuove passioni e competenze anche oltreoceano in terre esotiche.
È stato proprio uno di questi eventi a portarmi a scoprire uno dei posti più unici che abbia mai conosciuto, mostrandomi come vivere gli spazi aperti sia, in Scandinavia, intrinseco in ognuno e vero e proprio stile di vita. Per chi trascorre il proprio tempo nella tundra o nei boschi della penisola, vivere l’outdoor non significa fare un’escursione di due ore, salire in vetta (magari seguendo un segmento Strava) e tornare a casa. Né prendere la cabinovia per un prosecco panoramico in un rifugio gourmet. Qui la natura impone un rapporto diverso: lento, resiliente, privo dell’ossessione per il meteo buono o cattivo, senza orologi. Forse è proprio questo il motivo per cui gli svedesi vivono gli spazi aperti in maniera tanto diversa da noi.
Nelle Alpi, molto spesso, outdoor fa rima con montagna, trekking, ferrate, alpinismo o addirittura turismo: pratiche che raramente coincidono con il semplice “stare nella natura”, perché dominate dalla performance o dal desiderio di completare un tick sulla lista delle cose da vedere. In un luogo in cui si deve affrontare fango, freddo e ore di pioggia, mangiando cibo liofilizzato e bevendo dai ruscelli non c’è spazio per performance o esperienze mordi e fuggi. Per uno scandinavo, outdoor significa piuttosto dormire sotto le stelle, camminare senza meta, andare a pesca o raccogliere bacche da trasformare in una torta. Tutto il resto è soltanto allenamento. Si può camminare per settimane sotto piogge torrenziali, assaporando ogni sera la magia di una tazza di caffè caldo in tenda, cercando di asciugare i vestiti dopo un bagno nelle gelide acque del fiume. Non ci sono eroi né professionisti: è qualcosa di normale, l’unico vero modo di vivere la natura. Senza necessità, per nessuno, di lusso sfrenato.
Quale lusso si potrebbe desiderare, d’altronde, in un luogo dove anche il più piccolo dei colori è già di per sé un tesoro inestimabile? Forse è anche merito del paesaggio, capace di amplificare ogni sensazione: il cielo può illuminarsi di un azzurro abbagliante o chiudersi all’improvviso in un grigio minaccioso; tra cespugli di mirtilli, salici e rocce, fiori che altrove passerebbero inosservati qui diventano magia: i tappeti rosa di camenerio, la verga d’oro ai bordi dei sentieri, le foglie argentate del salice nano. Infine, il simbolo di queste terre: il lampone artico, in inglese cloudberry: frutto raro e prezioso che cresce solo dove l’umidità è estrema, in un clima ostile. Dolce, leggermente astringente, ricco di vitamina C, è considerato una gemma dagli svedesi e dai popoli Sami.
Tutto questo è scenario del Dag Hammarskjöldsleden, il sentiero dedicato al Segretario Generale delle Nazioni Unite caduto nel suo impegno per la pace. Il trail collega Nikkaloukta ad Abisko: 110 km tra laghi, torrenti, passi montani e vallate ai piedi delle vette più alte della Svezia, nel cuore del Sápmi, la regione tradizionalmente abitata dai Sami. Lo si percorre a tappe, dormendo in tenda o nei bivacchi disseminati lungo il percorso. Il gruppo con cui ho camminato in occasione dell’evento organizzato da Fjällräven era un piccolo mondo: Estremo Oriente, Sud-est asiatico, Scandinavia, penisola iberica, Gran Bretagna, Alpi. Ogni passo nella tundra diventava occasione di scambio e scoperta. È un po’ la ricchezza dei FJR Classic: potresti ritrovarti in Cile a camminare per giorni con persone da ogni parte del mondo che condividono la tua stessa passione.
Il programma prevedeva per noi sei giorni di cammino e cinque notti in tenda, con venti chili sulle spalle: un tempo ragionevole per completare il percorso senza correre. All’alba del terzo giorno, dopo una notte di vento e pioggia trascorsa indisturbata all’interno delle nostre tende, la notizia inattesa: il meteo instabile e pericoloso ci avrebbe impedito di proseguire. La scelta, difficile ma necessaria, era una sola: tornare indietro. La cosa più difficile per chi si pone degli obiettivi escursionistici ed alpinistici è sicuramente rinunciare. I “se” e i “ma” ti assalgono, la mente cerca un appiglio, un errore nelle previsioni. Nessuna scelta è indiscutibilmente giusta, ma il meteo è sovrano ed i rischi troppo alti. Ancora una volta, il Fjäll ha impartito il suo insegnamento più ricorrente: adattarsi, camminare piano, lasciare andare la performance. Non conta più la meta – con il rischio di scivolare nel cliché – ma il semplice camminare. Si cammina e basta. La direzione e la meta non contano più. Camminare e dormire sotto le stelle: non è già questo una gran cosa?
Ed è cosi che i ricordi che si imprimono nella mente sono quelli delle ore passate a condividere storie, riflettere sul nostro vivere, condividere paure, pensieri, sogni con perfetti sconosciuti. Ogni pausa è un piccolo rito: assaggiare snack da ogni parte del mondo, far respirare i piedi stanchi, scambiare un sorriso di incoraggiamento. C’è spazio anche per lunghi silenzi, in cui ognuno si ritira nei propri pensieri, ascoltando solo il respiro della natura intorno. La sera inizia il lavoro di squadra: montare la tenda, organizzare il campo, condividere acqua e viveri, cucinare, creare il proprio spazio per la notte. Dalla mia infanzia non andavo a dormire alle otto di sera, ma qui, nel Fjäll, con la sveglia all’alba, ho assaporato ogni istante. Niente mail, niente notifiche, nessun messaggio: solo il pensiero delle avventure dell’indomani e il silenzio della tundra. Dopo una tappa a Kebnekaise Fjällstation, dove abbiamo trascorso due notti di maltempo sotto un tetto sicuro, gustando il caffè caldo a piedi scalzi sulle poltrone di legno del salotto, abbiamo varcato per la seconda volta l’arco di partenza di Nikkaloukta, sei giorni dopo la prima volta.






















