Il sovraffollamento turistico in Himalaya rappresenta un problema gravissimo, visibile a tutti, eppure si cela un effetto collaterale meno evidente ma altrettanto devastante: l’impoverimento delle aree rurali escluse dal flusso principale dei trekking. Sono zone tagliate fuori dalle rotte più battute, dove le vallate, come quella dell’Arun in Nepal, sembrano ferme nel tempo. In questi spazi privi di elettricità e acqua potabile, vivono comunità che si trovano in condizioni di grande povertà, semplicemente perché non hanno accesso diretto alle grandi vette; simboli di conquiste, ma anche di distanze e marginalità.
In questa cornice, si inserisce il concetto di “abitare”: che cosa significa, oggi, risiedere stabilmente in un luogo? La parola deriva dal latino habitare, che vuol dire “dimorare, stabilirsi”, un verbo che richiama l’idea di un “avere per più tempo”. Quanti di noi oggi, sulle Alpi, in Appennino o nelle vallate himalayane, possono ancora proclamare di “risiedere stabilmente” nel proprio territorio senza tradire questa radice? Nella valle dell’Arun si abita ancora la montagna. Ci sono uomini e donne come Kinsang Bhote, una donna di ottantacinque anni che non ha mai visto oltre la sua casa. Il documentario “Solidi,” che ho avuto l’onore di dirigere e realizzare con il supporto dell’amico Samuel Confortola, si propone di catturare questa vita così reale. Racconta di Kinsang e del suo modo di abitare la montagna, un abitare d’altri tempi, fatto di amore per la terra, le mura di sassi e fango, le piante, le galline e i fiori. Un legame che si trasforma in sacrificio, richiedendo rinunce e fatica per poter continuare a vivere in un luogo spesso difficile.
Quest’esperienza invita a riflettere su come “abitare” sia molto più di una semplice presenza fisica: è una manifestazione di amore, di rispetto e di responsabilità verso il proprio territorio. È un modo di vivere in sintonia con il luogo, un affidamento che supera le comodità dell’urbanizzazione e del consumo rapido.
Il tema si amplia nel contesto delle vallate meno accessibili, dove l’isolamento ha protetto tradizioni e biodiversità, ma al tempo stesso ha creato condizioni di povertà e isolamento. Come si può immaginare un equilibrio tra questo contesto remoto e il pericolo di un turismo di massa che rischierebbe di distruggerlo? La risposta richiede modelli di sviluppo che rispettino le comunità, coinvolgendole e valorizzandone cultura e risorse, senza sovraccaricare l’ambiente e le relazioni umane. Progetti di turismo sostenibile, come le iniziative di “turismo lento” o i percorsi di “homestay”, cercano di creare relazioni significative tra visitatori e abitanti, favorendo uno scambio di conoscenze che rinforza le comunità invece di svuotarle. Fondamentale è il ruolo delle comunità stesse, che devono essere protagoniste nella gestione di questa trasformazione.
Il biologo E.O. Wilson, ha scritto che “la biodiversità delle specie è strettamente intrecciata con quella culturale delle popolazioni umane”: proteggere entrambe è la vera sfida del nostro tempo. E il primo passo si trova nel riscoprire il valore di “abitare”. Come dimostra la storia di Kinsang e la sua montagna, abitare è sacrificio, ma anche un atto di cura e difesa di un patrimonio che nessuna modernità può sostituire. Solo preservando il legame tra persone e terra potremo pensare a un futuro in cui la montagna non sia più solo meta di passaggio o di consumo, ma luogo di vita, respiro e rispetto reciproco. Durante questi viaggi ho avuto l’impressione che, da parte di noi occidentali, emergesse una certa presunzione, quasi il desiderio di “salvare” o “aiutare” le comunità che incontriamo. Come se fossimo gli unici in grado di insegnare loro come si vive, dando per scontato che abbiano bisogno di noi per migliorare la propria condizione. Niente di più lontano dalla realtà. Come ricorda Paolo, membro molto attivo dell’organizzazione e intervistato nel documentario “Solidi,” solo loro, i locali, sanno veramente di cosa ha bisogno la loro montagna, la loro casa.
Il nostro ruolo, se mai, dovrebbe essere quello di rispettare e valorizzare il loro sapere e il loro modo di vivere. Paolo sottolinea: «Non abbiamo alcun diritto di dire loro cosa devono fare». Possiamo però aiutarli, se vogliamo, a vivere meglio là dove sono. Un’opportunità, tra le altre, potrebbe essere riconoscere e supportare le attività agricole e artigianali locali, molte delle quali sono portate avanti da generazioni di abitanti come Kinsang, che si è letteralmente piegata la schiena dedicando la vita a pratiche dure e spesso estenuanti. Riconoscere ufficialmente e tutelare queste attività, garantendo loro un qualche tipo di reddito, potrebbe rappresentare un passo importante verso un’autonomia sostenibile, rispettando le tradizioni e il rapporto di queste comunità con la terra.
In questa logica, il vero “aiuto” non consiste nel colonizzare con la nostra presunzione, non si parla nemmeno di assistenzialismo, ma nel rimanere umili di fronte al sapere ancestrale di chi vive e custodisce queste terre. Solo così potremo sperare di trasformare un turismo di massa in un’occasione di tutela e collaborazione, senza mai perdere di vista il rispetto fondamentale per chi ha scelto di abitare le montagne, e perché no, per continuare a riscrivere il significato di “abitare”.
Un altro elemento di grande importanza, e altrettanto urgente, riguarda la sanità. In queste vallate dimenticate l’assistenza medica è praticamente assente. Studi condotti dal Nepal e da organizzazioni come NEMA (Nepal Emergency Medical Assistance) evidenziano che oltre il 60% delle comunità nelle zone più isolate mancano di strutture di assistenza di base. La distanza e il costo rendono queste zone invivibili dal punto di vista medico, causando un alto tasso di mortalità evitabile. Per esempio, dal villaggio di Kinsang, Namase, sono necessarie più di dieci ore di jeep su strade dissestate e un intero giorno di cammino per raggiungere la prima clinica strutturata. Tuttavia, se quest’ultima non dispone delle competenze o delle infrastrutture adeguate, occorre prendere un volo interno fino a Kathmandu, con un viaggio complessivo che può durare anche 4-5 giorni e costare cifre insostenibili per le popolazioni locali. Purtroppo, questa lunga e costosa trasferta causa spesso la perdita di vite che si sarebbero potute salvare con interventi tempestivi.
Rosella, medico di spedizione, ogni anno si confronta con situazioni difficili, frutto di limiti strutturali e logistici. In un’intervista, ci ha confidato: «Spesso, le persone muoiono perché non arrivano in tempo, perché il viaggio è troppo lungo o troppo costoso. La frustrazione più grande è sapere che, con interventi tempestivi, si potrebbero salvare molte vite». La sua esperienza ha alimentato un desiderio forte: tornare nella valle dell’Arun a novembre 2025 con un’équipe più completa, tra cui una ginecologa e una dentista, pronta a offrire un supporto continuo e strutturato.
La tutela della salute, in queste zone, è anche un obiettivo di umanità e di giustizia sociale. Come scriveva Albert Schweitzer, “il vero progresso consiste nell’elevare la qualità della vita, non nell’aumentare la quantità di beni materiali o di turismo”. Garantire l’assistenza sanitaria nelle vallate più remote è il primo passo per rispettare e riconoscere la dignità di queste comunità, andando oltre il mero intervento emergenziale e riaffermando il valore di un’umanità condivisa.
Il nostro modo di approcciare queste terre e queste montagne vergini, rivela quanto spesso siamo viziati e arroganti nei nostri comportamenti. Tendiamo a pretendere, a chiedere comodità e servizi anche in ambienti estremi e fragili, senza riflettere sul principio basilare: il rispetto minimo che queste terre ci insegnano. Come dice Michele Cucchi, che nel 2014 ha scalato il K2 con una spedizione italo-pakistana: «Se siamo noi i primi a pretendere una bottiglietta di acqua minerale ai campi base delle grandi montagne himalayane, significa che non abbiamo compreso il principio fondamentale: che dovremmo ridurre il nostro impatto sull’ambiente il più possibile. Nonostante le meraviglie che queste montagne, da sempre, sanno offrire, spesso andiamo oltre, e in un arco di tempo molto breve si innescano problemi di difficile soluzione, soprattutto in contesti così lontani da tutto».
È questa consapevolezza, di un limite che non possiamo ignorare, che dovrebbe guidarci nel nostro modo di vivere e di viaggiare in ambienti tanto delicati. La vera sfida non è solo scalare vette o vivere avventure estreme, ma imparare a rispettare quelle terre, ascoltandone le storie e adottando comportamenti responsabili. Per questo motivo, il documentario ”Solidi”, che racconta la vita di Kinsang e della sua montagna senza tempo, non desidera altro che essere un’occasione per condividere un messaggio di rispetto e rinascita, invitando a riflettere sul nostro ruolo di custodi e non di meri consumatori di un patrimonio tanto prezioso quanto fragile.
Il vero viaggio è quello che ci insegna a essere più umani, più umili, consapevoli di quanto sia inestimabile il dono di abitare e rispettare questa Terra. L’unica che abbiamo.


















