Millet nel selvaggio Yukon: Sophie Lavaud conquista il tetto del Canada

WORDS → Francesca Robasto

DATE → 2026-07-10

L’atleta del team Millet firma un’epica spedizione sul Monte Logan a 5.959 metri. Tra distese infinite di ghiaccio, pulka da trainare e temperature polari oltre i -30°C.

Il Grande Nord ha regole proprie, scritte dal vento e dal gelo, capaci di ridefinire il concetto stesso di avventura anche per chi ha fatto degli Ottomila la propria seconda casa. Sophie Lavaud, celebre alpinista e atleta di punta del team Millet, ha aggiunto una pagina memorabile alla sua straordinaria carriera conquistando la vetta del Monte Logan, la montagna più alta del Canada con i suoi 5.959 metri di quota. Una spedizione epica nel cuore più selvaggio dello Yukon, che la stessa protagonista ha descritto come una delle esperienze più totali e impegnative mai vissute negli ultimi anni. Un viaggio dominato da un isolamento assoluto, dove il silenzio delle distese glaciali a perdita d’occhio si è fuso con la necessità di una resistenza fisica e mentale fuori dal comune.

Lontana dalle dinamiche e dalle quote himalayane a lei familiari, Sophie Lavaud si è immersa in una terra incontaminata dove ogni spostamento ha richiesto una pianificazione millimetrica e una fatica enorme. Una volta che il piccolo aereo da spedizione si allontana lasciando gli alpinisti sul ghiacciaio, si è completamente soli di fronte all’immensità. 

L’avanzamento è avvenuto interamente con gli sci ai piedi, trainando le pesanti pulka e affrontando un freddo pungente costante, con temperature crollate vicino ai -30°C. Per progredire in sicurezza, la squadra ha dovuto adottare una strategia rigorosa, sdoppiando ogni tratta: una prima salita per scavare buche nella neve e nascondere attrezzatura e viveri, seguita da un secondo viaggio per trasportare l’intero campo mobile.

Le condizioni meteo estreme non hanno dato tregua al piccolo e affiatato team, mettendo alla prova la tenuta dei materiali Millet. Già al Campo 1, posizionato a 3.300 metri di quota, una tempesta si è abbattuta sulla spedizione con raffiche di vento eccezionali che hanno toccato i 150 km/h, costringendo gli alpinisti a passare ore aggrappati alla struttura delle tende. Solo la meticolosa costruzione di imponenti muri di neve protettivi ha evitato il disastro.

Tra attacchi degli sci congelati dal ghiaccio e imprevisti tecnici risolti grazie a una straordinaria padronanza del terreno, l’ascesa si è conclusa con successo sulla cima del Logan. Oltre alla performance alpinistica pura, questa immersione nel selvaggio Yukon lascia impressa la traccia di un alpinismo pulito e d’altri tempi, capace di unire l’esplorazione geografica alla meraviglia della scienza partecipativa.

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