Mixed Feelings per la CCC — Edoardo Rossano

WORDS → Francesca Robasto

Pics → @iampatrickpilz @lorsbach_

DATE → 2026-09-03

Dalla collaborazione con il design team Arc’teryx alla prima esperienza sui 100 chilometri.

A Chamonix, durante la settimana dell’UTMB, è difficile rimanere davvero fuori dalla gara. Anche quando non hai ancora messo il pettorale, la senti nelle strade, nei sentieri, nei negozi, nelle conversazioni e soprattutto nelle facce di chi è arrivato qui da ogni parte del mondo. Per Edoardo Rossano, atleta Arc’teryx, quest’anno quella sensazione ha qualcosa di diverso: è arrivato il momento di correre per la prima volta la CCC, 100 chilometri attorno al Monte Bianco. “Le vibes sono belle forti”, ci racconta pochi giorni prima della partenza, quasi cercando le parole per descrivere un’atmosfera che conosceva già, ma che fino a quel momento aveva vissuto da spettatore. Chamonix non gli è nuova: negli anni precedenti era già passato da queste montagne per sostenere amici e compagni di squadra. La differenza, questa volta, è avere un pettorale proprio.

“È bello perché sembra una grande festa. È pieno di gente, di runner da tutte le parti e ti fanno capire che è una settimana un po’ speciale”. Allo stesso tempo, ammette, per chi è abituato a frequentare la valle durante il resto dell’anno, ritrovare una Chamonix più calma può essere altrettanto piacevole. Ma durante la settimana UTMB il rumore fa parte del gioco. E in fondo è proprio questa energia collettiva a rendere il contesto così particolare.

Conoscere già il posto, però, aiuta. Non tanto a eliminare l’ansia, quella rimane, quanto a sapere dove cercare un po’ di tranquillità. Evitare i luoghi più affollati, ritagliarsi momenti di calma, stare con il team. “Avere la possibilità di essere qui con i compagni è un’altra cosa in più”, racconta. “Ci si supporta, ci si può dire quella parolina in più per metterci buone vibes positive”. Poi ci sono i piccoli rituali. Quelli che magari da fuori sembrano insignificanti e che invece, quando una gara diventa importante, finiscono per assumere un peso tutto loro. La sera prima Edoardo prepara con attenzione completo, scarpe e tutto quello che gli servirà. Poi mette la musica. Non c’è una playlist fissa: cambia a seconda del momento. Ma tra gli artisti che ascolta più volentieri nel pre-gara ci sono gli ArtJ.

E soprattutto ci sono le scarpe. “L’allacciarsi le scarpe è un po’ una cosa tecnica, ma anche probabilmente scaramantica”. Un gesto che ripete più volte durante la mattina, quasi a cercare attraverso un dettaglio concreto quella sensazione di controllo che, su una distanza di 100 chilometri, è necessariamente parziale. Per la CCC, sceglie una versione prototipo delle Arc’teryx Sylan 2, dotata di alcune modifiche previste per la prossima evoluzione del modello, che sta attualmente utilizzando in allenamento.Ed è proprio il rapporto con i prototipi uno degli aspetti più interessanti del suo percorso all’interno del team.

Essere atleta, in questo caso, non significa soltanto correre con un prodotto finito. Significa entrare nel processo che lo precede. “È molto bello poter essere parte di tutto il processo che porta alla creazione di un nuovo modello di scarpa”, spiegava Edoardo. E non si tratta soltanto di calzature: anche abbigliamento e accessori passano attraverso il confronto continuo con gli atleti. Il processo è fatto di prove, terreni diversi, condizioni diverse e soprattutto feedback. Un prototipo arriva, viene utilizzato, analizzato e raccontato a chi si occupa del design. Poi ritorna indietro cambiato. Non necessariamente perfetto al primo tentativo.

“Penso faccia parte del processo anche ricevere talvolta dei prototipi con cui non ci troviamo benissimo a un primo approccio”. Ed è forse proprio lì che il ruolo dell’atleta diventa più interessante. Se tutto arrivasse già perfetto, ci sarebbe poco da aggiungere. Provare qualcosa che non convince del tutto significa invece poter capire cosa manca, cosa funziona e cosa può essere migliorato. È un lavoro molto concreto, ma anche molto soggettivo. Ogni atleta ha il proprio feeling con una scarpa, con un materiale, con una costruzione. Per questo il confronto non si ferma al rapporto tra singolo atleta e designer. Durante l’anno il team si ritrova nei training camp, nelle academy e in altri momenti dedicati, ma la comunicazione continua anche a distanza.

“Abbiamo anche dei gruppi condivisi di WhatsApp dove ci sentiamo”, si parla di scarpe, maglie, pantaloncini, accessori. Si condividono sensazioni e impressioni. È uno scambio continuo che mette insieme esperienze diverse e permette al prodotto di evolversi attraverso una prospettiva molto concreta: quella di chi lo utilizzerà correndo davvero in montagna. Ma alla vigilia della CCC c’è qualcosa che va oltre i materiali e preparazione. Per Edoardo, quella gara rappresenta l’ingresso in una distanza nuova. I 100 chilometri sono ancora un territorio da esplorare. “Da quando ho iniziato ad approcciare le lunghe distanze, la CCC è sempre stata una gara dei sogni da provare a fare”. Ha aspettato, però, proprio per arrivarci con una maggiore consapevolezza. Perché conoscere il percorso non significa necessariamente conoscere se stessi su quella distanza. Ed è questo, forse, l’aspetto che lo incuriosisce di più: capire come può reagire il corpo, ma anche cosa si può scoprire di sé lungo una gara così lunga.

Le sensazioni in un contesto del genere sono molteplici, un po’ di mixed feelings, come ci ha detto Edoardo; da una parte la voglia di partire, di correre, di mettere finalmente in movimento tutto quello che è stato preparato nei mesi precedenti. Dall’altra la domanda inevitabile: siamo davvero pronti?

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