Niente da aggiungere su UTMB 2025

WORDS → FILIPPO CAON

DATE → 2025-10-05

Chamonix, un’altra volta. Non per la cronaca delle gare, ma per ciò che succede intorno: i dettagli minimi, le storie laterali, le atmosfere raccolte ai margini. Torna il reportage di Filippo Caon che restituisce il lato umano, pungente e ironico di un evento diventato colossale.

Niente di nuovo da Chamonix. Niente di nuovo perché l’unico fatto nuovo, almeno per noi, è che un italiano ha vinto CCC, ma ormai stàmo a ottobre e questo lo sapete già. Un periodico ha un ritardo cronico nei confronti del digitale, e così i commenti tecnici, le analisi, le cronache non trovano spazio su un’edizione cartacea. Per questo ogni anno pubblichiamo soprattutto un reportage, solitamente scritto da me, in prima persona, con un respiro piuttosto ampio e dove parlo soprattutto di cose marginali, a volte insignificanti, che raccontano come l’evento e l’umanità che ci gira attorno stanno cambiando. Cose che si possono raccontare soltanto andando a Chamonix, al contrario della gara, che si può seguire anche da casa. E così negli anni mi sono creato una mia piccola routine chamoniarda, dalle chiacchiere con gli altri avventori della sala stampa alle birre con James Poole e Anna McNestry da Big Mountain – che è diventato una taqueria, vera grande novità – per parlare soprattutto di un mondo che cambia. E mentre tutti gli altri giornalisti passano le giornate a inseguire news appuntate sul bordo di un tovagliolo, da dare in pasto al web un quarto d’ora dopo, la mia flemma da reporter d’antan e un po’ flaneur mi allontana sempre di più dal centro delle cose e mi porta altrove; precisamente sul Balcon Nord, mille metri sopra alla città, per guardarla distaccatamente dall’alto, tutta insieme, tra le nuvole.

Ma al quinto anno non c’è più nulla da aggiungere, la birra è sempre la stessa e il mondo attorno non è cambiato così tanto. Così arrivo a Chamonix con la sensazione di avere già detto tutto quello che dovevo, affilando di anno in anno la lama, riscrivendo meglio certe cose, ma in fondo sempre allo stesso modo. Non penso d’altronde che ci fosse altro modo di farlo. Parlare delle piccole cose è l’unico modo per togliere enfasi a quelle grandi, che ne hanno fin troppa, ma senza essere tronfi o tromboni; non ne abbiamo bisogno. D’altronde c’è poco da sentirsi superiori a un evento che sposta 50mila persone, mobilita tre paesi e muove milioni (milioni) di euro; c’è poco da sentirsi superiori a una gara col più alto livello e che in tre anni ha creato un circuito con più di cinquanta eventi in tutto il mondo. I guardiani dello spirito trail che criticano l’UTMB con un moralismo facile sono fessi almeno quanto i tamarri a cui quell’epicità piace davvero. L’ironia è sempre stata l’unica strada; ed ecco allora pagine sui riti bizzarri e sui costumi di uno sport lontano da tutto e vicino soltanto a sé stesso; ma non quest’anno. Già da casa sembrava che l’interesse fosse minore rispetto agli altri anni, forse per una certa ridondanza di nomi, di cui si intuivano in qualche modo già i destini. Da qui il mio proposito, sovversivo, di interrompere una tradizione quinquennale e non seguire la 100 miglia. Così anziché passare la sera su una corriera diretta a Courmayeur per assistere al solito lazzaretto, il venerdì convinco tutti ad andare a mangiare messicano (in un locale canadese). Siamo in tredici ed è tutto pieno, così mandano via tre americani già in là con le birre. Danno la diretta della gara sul maxischermo, ma nessuno di noi è davvero interessato – la gara vera, quest’anno, è già finita da un paio d’ore, era lunga 70 chilometri in meno e soprattutto non richiedeva ad assistenti, fotografi e scrocconi (il sottoscritto) a restare svegli nottetempo per seguirla.

Siamo già a metà dei nachos quando notiamo finalmente una figura zoppicante avvicinarsi al locale. Ha il cappuccio e l’aria di uno che ha appena corso dieci ore e ne ha passate altre due ad aspettare di pisciare in una provetta. Fabio si chiede se fingere indifferenza o esplodere in una ola tamarra: vada per la ola. Le persone nel locale si guardano attorno un po’ stravolte, poi capiscono che si tratta di un atleta e, solo quando si toglie il cappuccio, che si tratta di Francesco. La sensazione, alla vigilia di CCC, è che la sua infilata di vittorie, iniziata a Transgrancanaria a inizio stagione, sia inarrestabile – e così lo danno già tutti per vincitore, pure i cronisti, anche se la gara deve ancora iniziare. D’altronde in quel locale, due ore dopo la gara, tra di noi non aleggia nessun sentimento di stupore, come se non avessimo scoperto niente di nuovo e come se l’unica cosa che era davvero cambiata era che, se prima era scritto, adesso era successo. Di scritto però non c’era niente e quella fiducia alimentata nei giorni precedenti non aveva fatto altro che ridimensionarne l’eccezionalità. Che bello, però. Il traguardo e quello striscione alzato – lui che di solito lo lascia cadere. Il vero stupore, intanto, si è esaurito il giorno prima, sotto all’arco di arrivo, quando Cristian Minoggio – noto evidentemente solo agli italiani e ai pochi seguaci delle Skyrunner World Series, di cui è stato due volte campione del mondo – ha finito al secondo posto OCC, dopo essere stato inseguito per qualche chilometro da Jim Walmsley, che superandolo deve avergli sussurrato qualcosa come “scusa, sono tredicimila euro”. D’altronde quel secondo posto italiano a OCC qualcuno doveva pur difenderlo, dopo i due consecutivi di Francesco, di cui uno dei due è diventato una vittoria proprio quella settimana, due anni dopo la gara, con la revoca della vittoria di Stian Angermund per doping seguita da due anni di dubbi, polemiche, eufemismi.

Non sono stati usati molti eufemismi invece per la squalifica di Joyline Chepngeno, vincitrice quest’anno, risultata positiva proprio a seguito del controllo post-gara: i pesi, le misure. Le storie di doping sono sempre poco avvincenti e tirano fuori il peggio delle persone, talvolta di un intero movimento, e questa volta di un intero sistema sportivo. Qualsiasi evento sportivo di dimensione mondiale, dalle UTMB World Series alle Olimpiadi, è controllato da organizzazioni occidentali, che ne stabiliscono le regole, le dinamiche commerciali, i diritti televisivi, i contratti con gli atleti. Stessa cosa vale per le aziende che sponsorizzano questi eventi e che mettono a contratto gli atleti: tutte occidentali. Da bravi colonizzatori, abbiamo scoperto che i keniani sono particolarmente portati per alcune discipline, e per qualche coincidenza astrale molto spesso vivono in condizioni di povertà. Così, poiché siamo tutte persone progressiste che hanno cancellato la N-word dal loro vocabolario, per dare nuove possibilità a questi atleti, abbiamo creato un sistema sportivo per cui ci sono degli scout di atleti che vanno in Kenya, allenano i migliori atleti (sempre là), li selezionano, ogni tanto invitano i nostri atleti ad allenarsi con loro (perché l’integrazione è importante) e poi portiamo i più bravi a competere nei circuiti che abbiamo creato per noi e per il nostro pubblico – quelli che non selezioniamo invece, tornano da dove sono arrivati. The wide world of sport. Per noi è intrattenimento, per loro sopravvivenza. A volte capita che alcuni atleti si dopino, e siccome noi abbiamo inventato l’etica (che è sempre in noi come il cielo stellato è sopra di noi), succede che ci indigniamo e che gli sponsor stracciano i contratti; e questi atleti come sono stati scoperti vengono dimenticati. Le regole, le conseguenze, a posto così. A volte capita che anche gli atleti occidentali si dopino, ma qui la sensazione è che il tone of voice cambi: i contratti vengono comunque stracciati, le conseguenze e i diritti sono grossomodo gli stessi, ma tutti i giudizi sono più smussati e messi tra parantesi; e d’un tratto diventano tutti garantisti. Non è una cosa che succede sempre, e ci saranno molti casi che negano sia una che l’altra cosa, fatto sta che l’impressione generale è che la cautela con cui si parla cambi a seconda dell’atleta, della sua percezione pubblica e dalla sua nazionalità. Gli standard nei controlli ci sono, sono gli stessi per tutti gli atleti (ne ha scritto approfonditamente proprio Francesco Puppi sul suo Substack), ma l’atmosfera generale cambia di volta in volta, e quasi sempre puzza di razzismo (sempre ben mascherato dalle belle parole). Che sia più giusto essere duri o garantisti, poi lo decide ognuno, in ogni caso sarebbe bello essere anche coerenti.

Ciononostante, a Chamonix a nessuno importa granché di queste cose: importa soprattutto arrivare in fondo, portare a casa l’ennesimo pacco gara, magari cenare da Poco Loco, dopo avere aspettato in fila interminabili ore lungo tutta la strada, lasciando spazio di tanto in tanto all’arrivo di un concorrente. Poi l’ultimo tramonto sul ghiacciaio, una nuvola che nasconde il Dru. Insomma, Chamonix, un’altra volta. Niente da aggiungere.

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