Oro Bianco

WORDS → chiara beretta

DATE → 2026-04-09

350 km di passi e domande: il viaggio di Filippo Canetta per dare voce ai territori che cambiano nell’attesa dei Giochi.

Correre attraverso un’Olimpiade che cambia la montagna: è questo il cuore del progetto che ha visto Filippo Cenetta, ultrarunner e fondatore di Wild Tee, coprire con la sola forza delle proprie gambe i 350 km che separano Milano da Cortina. Non solo un gesto sportivo, ma un racconto corale di chi oggi abita i territori montani impattati da grandi eventi come le prossime olimpiadi invernali

Quando Filippo Canetta mi ha contattata, nella calda estate 2024, raccontandomi del progetto di correre da Milano a Cortina, connettendo con la sola forza delle proprie gambe tutte le sedi delle prossime Olimpiadi invernali e portando con sé una piccola carovana di professioniste per documentare con cura quello che lui avrebbe visto con i propri occhi, a stento ho contenuto l’emozione. L’idea di Filippo, nel correre quei 350 chilometri, non era quella di firmare un’altra impresa sportiva da aggiungere ad una (già lunga) lista. L’obiettivo era trasformare un gesto sportivo in un attraversamento critico del territorio olimpico: un modo per vivere con i propri sensi ciò che sulle carte appare come un elenco di opere e infrastrutture. E soprattutto incontrare chi quei territori li abita, li conosce e li sta vedendo cambiare.

La corsa è diventata così una linea sottile che unisce pianura e alta quota, asfalto e sterrato, entusiasmo e preoccupazione. Ogni tappa ha riportato alla superficie una domanda che ha accompagnato tutto il viaggio: che cosa resta davvero, dopo il passaggio di un evento di tale portata nei territori che lo ospitano?

Livigno: cosa è naturale, cosa è necessario

Qualche ora dopo una coraggiosa partenza con le prime luci del giorno a Milano, sotto una pioggia fredda e battente, la strada ha portato Filippo ad essere circondato dalle montagne boscose della Valtellina. La prima tappa di questo viaggio, infatti, è Livigno, dove la narrazione della montagna “perfetta” incontra la realtà di un territorio che negli ultimi decenni ha cambiato aspetto rapidamente, e dove le prime interviste spostano subito lo sguardo su ciò che resta fuori dalle brochure.

Le voci che ci accompagnano nelle passeggiate tra enormi ruspe ed escavatori in funzione dall’alba al tramonto sono come fiumi in piena. Livigno si sta preparando ad ospitare le competizioni di snowboard e freestyle con lavori così imponenti da farla sembrare un cantiere aperto: pendii sbancati per sistemare le piste, un enorme parcheggio in costruzione, massicci camion che corrono su e giù per le forestali spostando materiale. 

Tra le opere di “legacy” che rimarranno a questo paese di 6700 abitanti situato a oltre 1600 metri di quota, c’è anche un bacino artificiale da 203.000 metri cubi sul Monte Sponda. Un’opera che, a detta dei suoi costruttori, «non è solo un requisito tecnico, ma una eredità permanente per Livigno». Lo stesso paese che «si è già scaldato di 3.7° rispetto all’era pre-industriale», come ci raccontano Lisia Dalpiaz e Tommaso Grilli, ricercatori che si sono occupati della questione idrica di questa valle in relazione ai suoi utilizzi e al surriscaldamento globale. 

Bormio: tra aspettative e disillusione

Con timidi fiocchi di neve che danzano sulle alte quote, e pioggia battente sul fondovalle, l’avventura di Filippo procede con chilometri da macinare su strade e sentieri alla volta di Bormio, dove l’entusiasmo iniziale per le Olimpiadi si è progressivamente incrinato. «Ero incredibilmente felice quando abbiamo vinto la candidatura, ma queste aspettative sono state disilluse» ci racconta Chiara Compagnoni, sotto una tettoia che si affaccia sulla piazza centrale del paese. La sua voce è quella di una persona che dalla propria finestra osserva l’enorme cantiere per la costruzione di un bacino artificiale che si espande inglobando ettari di bosco in cui lei – da sempre – corre, cammina e scia: «È stata sventrata parte della montagna per ricavare un bacino che non vedo come possa essere utile al di fuori dell’evento olimpico». 

Non si tratta solo di una questione ambientale, ma di fiducia: «Le reti e le ruspe sono arrivate dall’oggi al domani, senza alcun tipo di comunicazione». Insieme a lei, c’è Laura Sala del Comitato Bormini per l’Alute, a raccontarci una storia potente: quella della mobilitazione collettiva degli abitanti di Bormio per richiedere la tutela di una piana, quella dell’Alute, ricca di biodiversità e di grande valore storico, che rischia di essere attraversata da una rumorosa tangenziale. «Abbiamo raccolto più di 700 firme in tre giorni. Eravamo tutti contenti all’inizio dell’idea di ospitare le prime Olimpiadi sostenibili. Poi, purtroppo, abbiamo visto che non era quello che stava accadendo». 

 

Val di Fiemme: infrastrutture che ridisegnano il territorio

Abbandonato il cluster lombardo e scavallato in Trentino superando il Passo del Tonale, a Filippo tocca correre decine di chilometri lungo le valli di Non, Adige e Cembra prima di arrivare in Val di Fiemme: un luogo molto abituato a ospitare gli atleti più forti del mondo con i suoi trampolini per il salto e con il suo centro per lo sci di fondo. 

Passeggiando tra ruspe in movimento e decine di mucche al pascolo tra i cantieri, abbiamo l’occasione di ascoltare Luigi Casanova, storico ambientalista, presidente di Mountain Wilderness Italia nonché scienziato forestale e giornalista che in questi anni di avvicinamento a febbraio 2026 ha pubblicato due libri sugli impatti dei Giochi di Milano Cortina sui territori ospitanti. 

Luigi, che nella Val di Fiemme ci ha passato una vita intera, parla di un’occasione mancata e punta il dito contro scelte infrastrutturali difficili da comprendere: come l’investimento di oltre 50 milioni per la costruzione di un villaggio olimpico situato in un’area militare (e quindi non accessibile ai civili) in una valle dove mancano alloggi per lavoratori, insegnanti, personale sanitario. «Ci attendevamo uno svolgimento sobrio – racconta con un tono malinconico -. Invece sono accadute situazioni che i residenti non riescono a spiegarsi, perché non sono mai stati coinvolti in un dibattito pubblico». 

Anterselva e Cortina: dove il mito olimpico incontra i suoi limiti

Lasciata alle spalle la Val di Fiemme, dopo due giorni, iconici passi alpini e un centinaio di chilometri in più nelle gambe di Filippo, arriviamo ad Anterselva, in Alto Adige.

Sebbene anche queste terre siano abituate ad ospitare frequentemente competizioni di livello mondiale, gli standard olimpici impongono di portare avanti lavori molto impattanti sullo stadio di biathlon e soprattutto sul suo sistema di innevamento artificiale. «L’industria dello sci è in crisi da vent’anni, sviluppare un evento di questa portata in un ambiente fragilissimo non è molto lungimirante» ci racconta Beatrice Citterio, ricercatrice che da anni si occupa della questione olimpica, mentre osserviamo l’enorme cantiere, sorto in mezzo agli abeti e a poche centinaia di metri dall’area protetta, per la realizzazione di un bacino per la neve artificiale.

Credo che l’amarezza della tappa altoatesina, addolcita solo dai litri di brulè di mela, abbia funto da perfetto carburante per aiutare Filippo – ormai dolorante e affaticato – a superare le ultime decine di chilometri che lo separavano dalla meta di questo lungo viaggio: Cortina d’Ampezzo. 

Sulla conca ampezzana ci sono così tante cose da dire da rendere complessa la logistica di tappa. Sebbene la fama della costosissima nuova pista da bob tenda a oscurare tutto il resto, a Cortina sono diverse le situazioni che ricevono attenzione dai movimenti ambientalisti (locali e non) da diversi anni. Tra le voci che ci aiutano a comprendere meglio questo luogo, c’è quella di Silverio Lacedelli che, con il cantiere della pista alle spalle e gli occhi lucidi per l’emozione, ci racconta di quando, sessant’anni fa, lui con il bob ci andava a scuola, e di quando con i compaesani seguiva le gare delle olimpiadi del ’56 seduto sui tetti. «Si è scelta una tecnologia diversa: solo ghiaccio artificiale e protezione in cemento totale» spiega, cercando di rispondere alle tante domande sull’infrastruttura più chiacchierata dei Giochi. La malinconia di Salverio è la stessa che leggiamo nello sguardo di Roberta De Zanna, consigliera comunale d’opposizione, e Marina Menardi, giornalista locale. Due donne che sono diventate il volto della lettura critica alle opere olimpiche che stanno essendo costruite “a casa loro”. «La popolazione non è mai stata coinvolta. Vedevamo spuntare cantieri di qua e di là, senza sapere nulla – racconta Roberta – con una conseguenza chiara: le Olimpiadi hanno accelerato l’aumento dei costi delle abitazioni, tanto da estromettere dal nostro paese i suoi abitanti».

Attraversare i territori con lentezza 

Quando Filippo arriva a Cortina dopo sette giorni di corsa, non porta con sé una risposta, ma una mappa diversa. La sua traiettoria fisica ha permesso di dare un ordine alle voci, ai paesaggi, ai conflitti nascosti dietro ogni cantiere. La corsa non è stata una denuncia, né un atto eroico. È stata un dispositivo narrativo: un modo per attraversare un territorio nel momento in cui cambia, e far emergere ciò che rischia di restare fuori dall’inquadratura ufficiale. L’Olimpiade, in fondo, è anche questo: una promessa che si misura sulla pelle dei luoghi.  Correre da Milano a Cortina ha voluto dire tornare a guardare quei luoghi per ciò che sono: vivi, complessi, bisognosi di ascolto.

Il progetto è stato totalmente finanziato da Wild Tee con il supporto di alcuni sponsor, tra cui Mount to Coast, che ha fornito le scarpe con cui Filippo ha corso. L’esperienza è raccontata nel documentario “Oro Bianco – da Milano a Cortina di corsa”, diretto da Giulia Bertolazzi, e nell’omonima fanzine fotografica, con gli scatti di Giorgia Archetti.

0
0
Your Cart
Your cart is emptyReturn to Shop