È stata scritta una nuova pagina dell’alpinismo in Patagonia, e a firmarla sono Matteo Della Bordella e Marco Majori. A settembre 2025 i due alpinisti hanno portato a termine la prima ascesa invernale della via Casarotto sul Fitz Roy, Chaltén nella lingua dei nativi, 3405 metri al confine tra Argentina e Cile. Con 35 tiri e 1300 metri di sviluppo, la linea è considerata una delle più severe e belle della Patagonia. E ha radici italiane, per così dire: è stata infatti aperta nel gennaio 1979 dall’alpinista veneto Renato Casarotto, uno dei più forti della sua generazione, morto meno di dieci anni dopo sul K2. Finora la via non era mai stata salita in inverno: un primato raggiunto da Matteo e Marco, detto Majo, che hanno affrontato temperature fino a venti gradi sottozero e condizioni meteo imprevedibili – un must in Patagonia. La spedizione, patrocinata dal Club Alpino Italiano e con il supporto dei Ragni di Lecco, è partita a inizio agosto includendo anche l’alpinista Tommaso Lamantia, che però è rientrato prima della finestra di bel tempo che ha infine permesso a Matteo e Marco di compiere l’ascesa.
Come è nata l’idea di questa spedizione invernale?
Matteo: È venuta in modo naturale. La Patagonia è parte della mia vita, mi ha dato tantissimo, e mi incuriosiva vederla sotto una veste diversa. Nemmeno sulle Alpi sono mai stato un grande amante dell’alpinismo invernale, ma se dovevo provarci, sentivo che aveva senso farlo lì, per il legame che ho con quelle montagne. Inizialmente, l’idea era semplicemente quella di salire il Fitz Roy in inverno. Mi sembrava ambizioso ma fattibile, con il giusto equilibrio tra difficoltà e possibilità di riuscita. Sulla via ero aperto, ma quando ho nominato la Casarotto a Marco e Tommaso, si sono illuminati.
Marco: Questa via è sempre stata un mio sogno. Mio padre partecipò alla prima spedizione con Renato Casarotto nel 1979 e portò a casa una foto del Fitz Roy con Casarotto alla base: l’aveva appesa in salotto e io sono cresciuto guardandola ogni giorno. Poi, quando ho iniziato ad appassionarmi di montagna, l’ho ritrovata e ristampata: l’ho tenuta sopra il letto per anni. Quell’immagine mi ha ispirato e accompagnato nel mio percorso. Lo scorso aprile mi ha chiamato Matteo. Mi disse: “Avrei bisogno di uno che sopporta bene il freddo, perché vorrei andare in Patagonia in inverno”. All’inizio ero dubbioso. Avevo sempre sognato di fare la Casarotto, ma d’estate. Poi mi sono detto, cos’ho da perdere? Male che vada, torno a casa.
Cosa vi aspettavate, prima della partenza?
Matteo: Mi aspettavo freddo e neve. E infatti all’arrivo ci ha accolti subito l’inverno: a El Chaltén mezzo metro di neve, sul Fitz Roy sprofondavamo già dai primi passi. Sembrava durissima. Poi, durante il primo tentativo, ci siamo accorti che la salita era possibile: difficile, fredda, con tanta neve, ma con difficoltà superabili. Quell’impatto iniziale è stato fondamentale. Avere già salito la via in estate ha aiutato, anche se in inverno è tutto diverso. I primi giorni eravamo increduli, quasi non ci sembrava vero essere lì. Poi, una volta visto che si riusciva a salire, è cambiata la mentalità: abbiamo capito che, con un’altra finestra di bel tempo, ce l’avremmo fatta.
Marco: All’inizio avevo dei dubbi legati alla difficoltà della via, che d’inverno diventava ancora più estrema. Non sapevamo cosa aspettarci: era un territorio inesplorato. Solo Matteo aveva già salito la via d’estate. Io ero molto prudente: pensavo di non arrivare nemmeno all’attacco. Il primo tentativo che abbiamo fatto, però, mi ha dato fiducia: prima ero in balia degli elementi, poi ho iniziato a sentirmi in sintonia con la montagna.
Parliamo di questo primo tentativo. Appena arrivati a El Chaltén, siete praticamente partiti subito verso l’attacco della via. Come è andata?
Marco: Si apriva una finestra di bel tempo di quattro giorni e non potevamo perderla. Abbiamo raggiunto l’attacco della via, superato il terminale, salito i canali e bivaccato a metà pilastro: molto più di quanto immaginassi per il primo tentativo. Il vento però ci ha costretti a scendere. Al ritorno abbiamo anche trovato i nostri sci sepolti da un crollo del ghiacciaio.
Matteo: Siamo stati sfortunati e fortunati insieme. Sfortunati, perché su tutta la catena del Fitz, l’unica scarica di ghiaccio caduta in quei giorni ha centrato proprio i nostri sci. Fortunati perché, ovviamente, avremmo potuto prenderla in testa. Comunque, un mio sci si è rotto, mentre Tommy ne ha perso uno. Quando poi lui ha deciso di rientrare, io ho usato il suo sci rimasto: ne avevo due diversi, quindi, ma mi sono arrangiato.
A quel punto inizia la lunga attesa per una nuova finestra di bel tempo.
Marco: Il bel tempo tardava ad arrivare, ma non avevamo perso la speranza. A pochi giorni dal rientro, si è aperta una finestra a inizio settembre: tempi strettissimi, quindi, ma siamo partiti. La strategia era chiara, la sintonia con Matteo perfetta. Abbiamo realizzato un sogno e portato a termine una grande salita che mancava all’alpinismo.
In che modo i vostri diversi bagagli di esperienza hanno influenzato la cordata e la strategia di salita?
Marco: La cordata ha funzionato molto bene, è stato bellissimo. Ci siamo parlati apertamente e abbiamo comunicato bene, e non è per nulla scontato. Abbiamo diviso i compiti in base ai punti di forza – io ho guidato su ghiaccio e neve, lui è stato velocissimo sulla roccia – e ci siamo fidati l’uno dell’altro. Questo ha reso la progressione più veloce ed efficace.
Quali sono state le difficoltà principali che avete dovuto affrontare?
Marco: La lunga attesa, l’incognita, il rischio di perdere motivazione. Stare fermi settimane senza finestre di bel tempo è pesante, ma bisogna mantenere pazienza, morale alto e concentrazione.
Matteo: Nel primo tentativo, il vento. In Patagonia c’è sempre, ma in inverno, con -20, diventa ingestibile. E poi la neve, che ci ha rallentato in continuazione.
È curioso che tra le difficoltà Marco non cita il freddo né la neve, mentre Matteo non nomina affatto la fatica dell’attesa.
Matteo: Ormai sono abituato! Per me l’attesa è un aspetto che fa parte della Patagonia. Certo, in inverno è più dura: freddo, poca gente, giornate lunghe… Ma io lì sto bene, anche nell’attesa.
Marco: Faceva freddo, certo, anche -25 di notte, ma non l’ho percepito come un problema insormontabile: avevamo attrezzatura adatte agli Ottomila metri, eravamo preparati. I momenti peggiori erano i primi tiri al mattino, con mani e piedi completamente insensibili. Però il freddo non mi ha mai fatto perdere la calma.
Quali sono state le difficoltà principali che avete dovuto affrontare?
Marco: La lunga attesa, l’incognita, il rischio di perdere motivazione. Stare fermi settimane senza finestre di bel tempo è pesante, ma bisogna mantenere pazienza, morale alto e concentrazione.
Matteo: Nel primo tentativo, il vento. In Patagonia c’è sempre, ma in inverno, con -20, diventa ingestibile. E poi la neve, che ci ha rallentato in continuazione.
È curioso che tra le difficoltà Marco non cita il freddo né la neve, mentre Matteo non nomina affatto la fatica dell’attesa.
Matteo: Ormai sono abituato! Per me l’attesa è un aspetto che fa parte della Patagonia. Certo, in inverno è più dura: freddo, poca gente, giornate lunghe… Ma io lì sto bene, anche nell’attesa.
Marco: Faceva freddo, certo, anche -25 di notte, ma non l’ho percepito come un problema insormontabile: avevamo attrezzatura adatte agli Ottomila metri, eravamo preparati. I momenti peggiori erano i primi tiri al mattino, con mani e piedi completamente insensibili. Però il freddo non mi ha mai fatto perdere la calma.
Come è stato gestire la salita con molte meno ore di luce rispetto all’estate?
Matteo: La sfida era proprio quella. Abbiamo mantenuto tempistiche estive, ma con meno luce e molto più freddo. Dovevamo gestire bene i tempi. Nelle ore centrali andava bene, ma mattina e sera erano durissime. La sintonia di cordata ci ha permesso di farcela.
A proposito di cordata che funziona: il segreto per scegliere i compagni giusti?
Matteo: Ogni spedizione è diversa, e ti motiva in modi diversi. Ho amici e compagni rodati su cui so di poter contare al 100%, ma se non provi esperienze nuove non cresci. Con Majo la prima volta è stata tre anni fa, in Perù: eravamo in cinque, ma poi la salita l’abbiamo fatta solo io e lui, e ha funzionato. Non sempre succede. Stavolta sentivo che poteva essere l’occasione ideale, e lo è stata. Con Marco, e anche con Tommy, si capiva subito che c’era la motivazione giusta.
Dopo questa esperienza pensate di continuare con l’alpinismo invernale in Patagonia?
Marco: È affascinante, forse più dell’estivo. Non c’è nessuno: i paesi sono chiusi, le montagne deserte… Rende tutto più autentico. E nei giorni in cui non puoi salire ci sono comunque montagne di 2.000-2.500 metri, intorno a El Chaltén, per grandi uscite scialpinistiche. Poi certo, mi piacerebbe anche esplorare altri posti… ma mai dire mai.
Matteo: Sì, mi ha aperto orizzonti nuovi. Se me l’avessero chiesto 15 anni fa, avrei detto che le invernali erano cose da vecchi. Invece, oggi dico che è un modo diverso di vivere la montagna che mi piace. Non significa che farò solo invernali, ma voglio fare ancora esperienza e mettermi alla prova. Questo è stato un punto di partenza.






















