Pettorale 264

WORDS → Clara Donghi

Pics → Clara Donghi

DATE → 2026-07-09

La mia Marathon des Sables in Perù: dune, sogni, fatica, realizzazioni, notti sul Pacifico e accettazione. 120 km in autosufficienza nel deserto di Ica.

La Marathon des Sables è una di quelle gare che, finché restano nelle parole degli altri, hanno il sapore delle leggende. Finché un giorno, non ti ci ritrovi coinvolto anche tu. All’inizio di dicembre 2025, per coronare l’anno sportivo mi sono regalata la partecipazione all’edizione in Perù nel deserto di Ica: quattro giorni e tre tappe, un totale di 120 chilometri in autosufficienza alimentare, uno zaino da otto chili sulle spalle e un bivacco di tende piantate nella sabbia, a pochi passi dall’oceano Pacifico. L’organizzazione ti accompagna fino al margine di questo mondo, poi fa un passo indietro e da lì in avanti, ciò che scegli di mettere nello zaino, quanto mangi, come corri e in che modo ti difendi dal caldo, dal vento e dai tuoi stessi pensieri è interamente nelle tue mani. 

Nel deserto di Ica ci sono arrivata quasi per riflesso, seguendo il sogno di un’altra persona, Andrea. Per lui la Marathon des Sables Perù era il sogno del momento e per me, all’inizio, solo una storia affascinante da ascoltare. Poi, l’idea ha smesso di essere esterna e ha cominciato a depositarsi in un angolo della testa, fino a diventare una possibilità reale: e se quel deserto non fosse solo suo, ma anche mio? Non lo stesso sogno, ma due traiettorie che si sfiorano nella stessa sabbia. Andrea si è iscritto quasi subito. Io ho aspettato fino all’ultimo, bloccata da un pudore che conosco da sempre: la paura di invadere i sogni degli altri, di occupare spazio dove sento che non mi è dovuto. Intanto però cresceva la sensazione che quella gara potesse spostare un confine che mi porto addosso da anni, molto prima di iniziare a correre.

Per tanto tempo il mio corpo è stato un avversario: forme da correggere, numeri da ridurre, un nemico da tenere sotto controllo più che una casa da abitare. Disturbi alimentari, ossessioni, lo specchio visto come tribunale. Poi una crepa di luce, la risalita, l’amore timido verso me stessa. Per un attimo mi sono immaginata correre quella gara e ho pensato che il traguardo più grande sarebbe stato guardare quel corpo con occhi diversi. Non più “quanto peso?”, ma “quanto porto?”. La sera dell’ultimo giorno di iscrizioni ero davanti allo schermo con il form aperto e la testa piena di obiezioni: non sei abbastanza allenata, non sei fatta per queste cose, non rubare il sogno a chi ci crede davvero. In mezzo a tutto quel rumore, ho cliccato su submit quasi di nascosto, senza eroismo, solo una breccia aperta tra paura e desiderio.

La Marathon des Sables è entrata di traverso nel calendario quindi la preparazione non è stata un capitolo epico. Niente tabelloni dedicati e nessun programma costruito a tavolino solo per il deserto: mi sono iscritta all’ultimo, quando avevo già le gambe impegnate su altre gare e altri obiettivi e sapevo fin da subito che avrei voluto viverla come esperienza. Volevo godermi il viaggio, stare dentro ogni tappa e spostare il focus da tempi e classifiche che negli ultimi mesi dell’anno mi avevano avvelenata, all’arricchimento interiore. Il materiale obbligatorio, invece, è stato una gara a parte. La lista non è corta e mettere insieme tutto è stato quasi più stancante di alcuni allenamenti. Alcuni brand mi hanno supportata nel raccogliere quello ciò che mancava e, mentre riempivo il pavimento di attrezzatura e buste liofilizzate, la gratitudine cresceva insieme alla consapevolezza di non essere sola in questa follia. Dal punto di vista fisico, ho cercato di arrivare alla partenza con le gambe scariche e la testa pronta: niente settimane di carico estremo, un atterraggio morbido e di apertura verso le emozioni, sapendo che il grosso del lavoro lo avrebbe fatto la capacità di ascoltarmi strada facendo. L’umore era altissimo, l’entusiasmo alle stelle. 

Quando sono arrivata nel deserto di Ica, la prima cosa che ho percepito è stata la luce. A dicembre il sole peruviano scalda l’aria, ma il vento soffia alternando sollievo e colpi di lama: a volte fa quasi bene, a volte ti spinge indietro. Appena il sole scende dietro la linea scura dell’oceano, la temperatura cala di colpo e sale l’umidità del Pacifico che entra nel campo, la sabbia trattiene il fresco, ma non arrivi mai al gelo: con un buon sacco a pelo e qualche strato termico impari rapidamente a ritagliarti un piccolo guscio di calore nella tenda. Il bivacco della Marathon des Sables è un mondo sospeso e non esiste nient’altro che la presenza in quell’istante.

Allora sorge una domanda: perché sei qui? A volte te la fai da sola, a volte te la rimandano indietro gli altri. Le risposte arrivano spezzate, ti rendi conto che ognuno ha il suo motivo e, in filigrana, ci ritrovi un pezzo del tuo. È strano: a forza di sentire storie di altri, ti accorgi che la tua non è poi così solitaria come pensavi. Gareggiare in autosufficienza significa che il cibo te lo porti tu e che quindi ogni caloria che consumerai è stata decisa in anticipo, quando ancora eri a casa, comoda. L’organizzazione fornisce solo l’acqua, distribuita in punti e orari precisi, con litri contati e la struttura della tenda. Tutto il resto è sulle tue spalle. Sei tu quindi a dover capire quanto puoi permetterti di mangiare, quanto devi tenere, quanto peso sei disposto a sopportare per sentirti al sicuro. Impari che il necessario è molto meno di quanto pensassi, e allo stesso tempo molto più prezioso.

La seconda tappa, quella da 65 chilometri, è stata il cuore della gara e un punto di non ritorno per me. Quando ho visto quella distanza scritta sul roadbook, accompagnata da dislivelli, tempi massimi, punti d’acqua, mi è sembrata surreale: non avevo mai messo insieme così tanti chilometri in una sola giornata, tanto meno con quelle condizioni. La partenza di una gara così è una frontiera silenziosa che nasconde da una parte la vita in cui avevi sempre una scusa pronta e dall’altra un territorio in cui non puoi più barare. I primi chilometri scorrono quasi in sordina con il corpo che prende le misure del terreno, lo zaino sulle spalle che si fa sentire e il piede che impara a leggere la sabbia, un gioco di sguardi tra me e il mio compagno d’avventura. Corriamo insieme, spalla contro spalla, e so che a un certo punto ognuno seguirà il proprio passo. Poi, lentamente, qualcosa si incrina. I conti di Andrea con il cibo non tornano, forse ha portato meno del necessario, quel che è certo è che vediamo il suo zaino svuotarsi a poco a poco, dopo meno di 20 km. Per una parte della mia vita ho avuto la sensazione di occupare troppo spazio, di essere “di troppo” nei posti e nelle storie degli altri. A volte mi sono sentita in difetto per non essere in grado di domare la mia energia. Nel cuore di questa tappa succede l’opposto: improvvisamente sento il bisogno di esserci, di occupare quello spazio, di soffocare quella voce sibilante in testa che dice “non ce la farai mai”. Potrei cedere al panico, aggrapparmi alla stanchezza, usare la sua difficoltà come permesso per mollare invece l’epilogo è semplice, pulito, gentile: decido di duplicare forza e coraggio per due, continuo a correre quando si può, a camminare quando il terreno e il caldo lo impongono, a ripetermi che ogni passo in più è un mattone in una casa nuova che sto costruendo dentro di me. Andiamo avanti così per 40 km, insieme. Più la giornata avanza, più il deserto si apre, togliendo dettagli e lasciando solo l’essenziale: il profilo delle dune, il cielo, il nostro passaggio. La sabbia diventa più alta, bianca, assoluta e noi procediamo senza parlare ma complici di quella meraviglia.

Intorno al 50esimo chilometro arriviamo in cima a una cresta: un mare solido di sabbia chiarissima si distende sotto di noi, disegnando anelli, linee, onde che precipitano dolcemente verso il basso fino a incontrare l’oceano, una lama scura e ferma all’orizzonte. È come se il vento avesse passato anni a lavorare su quel quadro, limando, spostando, cancellando, smuovendo geometrie immobili e mutevoli. Che inganno che è il deserto, che fascino che ha. Restiamo lì qualche secondo, sospesi, è uno di quei momenti in cui il tempo sembra allargarsi e tutto si mette da parte per lasciare spazio a una sola sensazione: essere esattamente nel posto in cui si deve essere. Gli ultimi sette chilometri sono una linea diritta lungo l’oceano: a sinistra il Pacifico che respira, a destra muri di sabbia, sopra di noi un cielo che cambia colore di minuto in minuto. 

Insieme ad Andrea arriviamo al campo con il sole che sfuma nel tramonto e da lontano le tende sembrano una costellazione artificiale piantata nella sabbia. Ci spogliamo stanchi e corriamo verso la riva: il Pacifico è gelido, entra nelle ossa con una violenza quasi comica e mi lava via strati di polvere e di pensieri che non servono più. In quel momento mi sento viva. Non è l’euforia rumorosa di un traguardo, ma una pace piena.

La crisi è arrivata il giorno dopo, quello del riposo. La sera iniziano i crampi e la mattina della terza tappa, l’ultima, mi sveglio sapendo che qualcosa dentro si è spostato dalla parte sbagliata. Fuori fa più caldo dei giorni precedenti, l’aria è ferma. Sudo tanto, troppo rispetto a quello che riesco a bere, non riesco a mangiare. Gli ultimi quindici chilometri sembrano infiniti e mi ritrovo a mangiare dado da cucina a tocchetti, mandato giù con l’acqua per recuperare il sodio perso. È una scena che non ha niente di romantico, ma mi fa stare meglio quasi subito. Corro e non parlo. Penso che ognuno ha il suo passo, il suo modo di affrontare le salite e di lasciare andare le gambe in discesa, il suo rapporto con il cronometro. Mentre li vedi correre, capisci che la corsa è solo la forma che abbiamo scelto per stare dentro alla stessa cosa: il bisogno di sentirci vivi, fino in fondo, almeno per un po’.

Ci sono momenti in cui il gruppo si sgrana e rimani quasi da sola, qualche sagoma lontana davanti e qualcuna dietro. Non parlo ma mi viene da sorridere, anche se sono stanca, perché mi arriva addosso una consapevolezza semplice ed enorme: che bella la vita quando la stai correndo e non solo guardando passare. Tagliamo il traguardo sotto il sole di mezzogiorno, mano nella mano. Sono stanca, drenata, felice. Non realizzo. Ce l’ho fatta? Si, Clara, ce l’hai fatta. Questa gara si è infilata nelle pieghe della vita di tutti i giorni, nelle scelte piccole, nei no che impari a dire e nei sì che finalmente ti concedi. Da fuori può sembrare solo una corsa di 120 chilometri ma da dentro, è la raffigurazione esatta del momento in cui capisci che puoi anche tornare indietro, ma non puoi più far finta di non sapere chi sei quando smetti di combatterti.

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