South 6 — Sei vette a pedali

WORDS → MARTINA PUPPI

PHOTOS → ALBERTO STORTI

DATE → 2026-03-09

Si chiama “South 6” il progetto che ha visto le guide alpine e alpiniste Silvia Loreggian e ​​Aurélia Lanoë concatenare sei straordinarie pareti sud delle Alpi, affidandosi solo a scalata e bicicletta. Con un messaggio di fondo: per vivere un’avventura non serve andare dall’altra parte del mondo, perché chiunque può coltivare l’idea di una spedizione vicina a casa, adatta alle proprie capacità e a impatto zero

Arrivare in bicicletta all’attacco delle pareti. Se nelle storie mitiche dell’alpinismo novecentesco – alle quali, come vedremo, una delle protagoniste di questa spedizione si è ispirata – si trattava di una necessità pratica, nel 2025 è diventato un messaggio di sostenibilità. Con una buona dose di senso di avventura, creatività e capacità logistiche, nell’agosto di quest’anno l’italiana Silvia Loreggian e la francese ​​Aurélia Lanoë, guide alpine e alpiniste, hanno attraversato l’arco alpino in bicicletta, da Ventimiglia a Monfalcone, concatenando la scalata di sei pareti sud scelte soprattutto per la loro bellezza: Corno Stella (massiccio dell’Argentera), Monte Bianco, Reissend Nollen (Oberland bernese), Rätikon, Marmolada, e Cjanevate (Alpi Giulie, Friuli). Abbiamo parlato con Silvia Loreggian per farci raccontare com’è nato il progetto e com’è andata.

Coordinate personali prima di quelle globali. Di dove sei e cosa fai nella vita?
Ho 35 anni e sono di Padova. In questo momento mi trovo in Val di Fassa, nella casa di famiglia, ma normalmente vivo a Chamonix. Mi divido tra il lavoro di guida alpina e la mia attività di alpinista, sostenuta da La Sportiva, Grivel e Totem.

Come e quando sei diventata guida?
Ho sempre vissuto la montagna fin da piccola, in famiglia con i miei due fratelli, tra le classiche attività del tempo libero: camminate, qualche gita sugli sci. Ho cominciato a frequentarla con più assiduità intorno ai vent’anni andando in palestra indoor; da lì, per 3-4 anni, ho scalato e basta. È stata la roccia ad aprirmi le porte dell’alpinismo vero e proprio, quello delle picozze e ramponi e delle grandi pareti. Dopo la laurea in economia del turismo e un paio d’anni di lavoro d’ufficio ho conosciuto Stefano, il mio compagno, con il quale dopo poco sono partita per la Patagonia. I tre mesi trascorsi là sono stati l’inizio di tutto, permettendomi di svincolarmi definitivamente dalla dimensione cittadina. Ci siamo trasferiti a Chamonix e da lì è iniziata una nuova fase: ho deciso di diventare guida alpina e ho intrapreso il percorso formativo di cinque anni, facendo base in Trentino. Da circa tre anni sono tornata a Chamonix e da cinque lavoro come guida, continuando però a coltivare i miei progetti alpinistici personali. Facendo la guida ho conosciuto Aurélia, che oggi è una collega e compagna di avventure.

Tanti sportivi e alpinisti stanno scoprendo la bici in questi ultimi anni: ci dici come ci sei arrivata tu e com’è nata l’idea del concatenamento?
Prima è venuta l’idea delle sei pareti. Volevamo nel contempo dare un messaggio di sostenibilità ambientale. A piedi saremmo state troppo lente, e i mezzi motorizzati li avevamo esclusi. La bici è stata un’idea di Aurélia – alla fine era la cosa più ovvia. Personalmente non ho mai avuto un particolare interesse per la bici: fino a poco tempo fa la consideravo più che altro un mezzo di trasporto.

Spiegaci la logistica della combinazione bikepacking e scalate. Dove lasciavate le bici, dove dormivate, come affrontavate le pareti dopo la pedalata?
In una spedizione alpinistica classica, c’è una marea di logistica prima della partenza, poi, se tutto va bene, la logistica finisce e puoi concentrarti solo sull’“eseguire”. Nel bikepacking ho scoperto essere il contrario: di ora in ora, c’era sempre qualcosa da decidere! Per farti un esempio, visto che cercavamo di portarci dietro il meno possibile per stare leggere partivamo dopo colazione che non avevamo nemmeno dietro il pranzo; la sera, dovevamo scoprire l’ultimo supermercato prima magari di inoltrarci in valle, dove sapevamo non ci sarebbe stato più nulla di aperto. In generale, cercavamo di avvicinarci il più possibile alla parete, ma la logistica dipendeva dalla conformazione del territorio e dal posizionamento delle vie. A volte era possibile dormire in tenda già molto vicino all’attacco; in altre occasioni, abbiamo nascosto le bici nel bosco, lasciato le borse nell’ultimo luogo sicuro disponibile, e fatto l’ultima parte a piedi portandoci dietro solo le cose da arrampicata, fermandoci la notte prima della via a dormire in rifugio. Sul Monte Bianco, la nostra parete numero 2, abbiamo dormito in bivacco a metà della scalata.

Come hai affrontato le pareti e come ha risposto il tuo corpo alla novità di tante ore in bicicletta?
La scalata era la priorità del progetto, e abbiamo programmato i trasferimenti e le pause di conseguenza. Quando abbiamo programmato il giorno di riposo, era il giorno tra l’arrivo in bicicletta e l’attacco alla parete (tranne che per la prima parete, il Corno Stella, visto che eravamo partite solo un giorno e mezzo prima!): volevamo – oltre che godere dei bellissimi posti in cui ci fermavamo – scalare bene, sentirci fresche e dare il meglio di noi su quelle linee così estetiche! La bici e la roccia sono due attività molto diverse, poco compatibili. Pedalare è un gesto progressivo: se vai con calma, puoi stare in sella tutto il giorno e ripartire il giorno dopo quasi come se niente fosse. Nell’arrampicata, invece, non puoi fare solo una parete a settimana senza cominciare a perdere la sensazione di sentirti in forma per quel tipo di movimento. Di sicuro, con il passare del mese di viaggio la mia “forma da scalata” è andata calando, ma devo dire che in generale il corpo ha risposto bene.

Da cosa ti sei fatta ispirare prima e durante “South 6”? Avevi un messaggio da lanciare?
Ho riflettuto sul fatto che è ancora possibile essere creativi e vivere una grande avventura “a casa” e a emissioni quasi zero. Che si tratti di camminare, scalare o pedalare, mi piace trasmettere il messaggio che chiunque può sviluppare un’idea di spedizione “vicina” adatta alle proprie capacità (sia economiche che fisiche) e consumando poco. Dietro molte imprese alpinistiche, compresi i concatenamenti by fair means com’è stato il nostro [“con mezzi leali”, cioè evitando l’uso di mezzi di trasporto pesanti o motorizzati, NdR], può esserci un intero team, da chi si occupa dei rifornimenti a chi fa le foto: l’impresa individuale magari è anche “green”, ma c’è tutto un mondo che si muove e consuma per renderla possibile. Noi abbiamo avuto il supporto di molte persone, chiedendo e ricevendo aiuto come valore di condivisione; tale supporto è stato però per lo più spontaneo, senza un consumo programmato ad hoc. Ai tempi di Hermann Bull si partiva in bici per andare a scalare per necessità, perché non c’erano altri mezzi. Quello che oggi sentiamo come creativo e innovativo affonda le sue radici nel passato, ed è stato bello riconnettermi con questa consapevolezza.

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