Stefano Ragazzo interview Riders on the Storm

WORDS → Chiara Beretta

DATE → 2026-07-17

In Patagonia per una nuova prima salita in solitaria: Stefano Ragazzo racconta la sua Riders on the Storm, una sfida straordinaria fatta di testa, tecnica, resistenza e sangue freddo

Stefano Ragazzo l’ha fatto ancora. L’alpinista e guida alpina ha firmato una nuova prima salita in solitaria: quella di Riders on the Storm, via sulla Torre Centrale del Paine in Patagonia. Nel 2024 Stefano aveva già scritto una pagina di storia dell’alpinismo realizzando la prima salita in solitaria di Eternal Flame, storica via alla Nameless Tower nel gruppo del Trango, in Pakistan. Una volta tornato, ci aveva raccontato di aver da tempo trovato il proprio punto di forza nella testa, più che nelle braccia: «Ho capito che riesco a restare razionale anche nelle situazioni difficili, a continuare a spingere capendo fin dove è possibile farlo». In effetti ci vuole testa per restare giorni da solo su una parete come quella di Eternal Flame. E ci vuole testa, oltre che considerevoli determinazione, resistenza e tecnica, per replicare l’impresa su una delle big wall più celebri della Patagonia. 

Stefano ha realizzato la salita di Riders on the Storm tra il 21 febbraio e il 7 marzo 2026, affrontando condizioni estremamente impegnative. La via, che è lunga 1200 metri e presenta difficoltà fino al 7C+ in libera e A3 in artificiale, è stata aperta all’inizio degli anni Novanta da Kurt Albert e Wolfgang Güllich, primi salitori di Eternal Flame, e da Bernd Arnold, Norbert Bätz e Peter Dittrich. Negli anni è stata ripetuta pochissime volte e la prima salita in libera è arrivata solo nel 2024 con Nico Favresse, Siebe Vanhee, Sean Villanueva O’Driscoll e Drew Smith: se avete visto il corto “Riders on the Storm” nella rassegna Reel Rock 2025, sapete di cosa stiamo parlando. 

Stefano, da quanto tempo avevi in mente questa salita? Quando sono tornato dal Trango non volevo più saperne di solitarie. Però c’era sempre qualcuno che chiedeva: “Quindi la prossima è Riders?”. Io rispondevo di no, ma sapevo che prima o poi sarebbe arrivato il momento. In mezzo c’è stata una spedizione in Pakistan andata molto male [ndr: il tentativo di apertura di una nuova via sul Yukshin Gardan Sar con Michael Hutchins e Christopher Wright, che si è infortunato]. Una volta rientrato, mi sentivo addosso il peso di sei mesi di preparazione finiti in un casino. Avevo bisogno di ritrovare un obiettivo che fosse completamente mio. A quel punto mi sono detto che era il momento di fare un’altra solitaria. 

Rispetto a Eternal Flame, su Riders on the Storm l’altitudine è più contenuta: massimo a 2460 metri. Questo immagino abbia reso le cose più semplici, ma quali sono stati gli altri ostacoli? A parte la quota, è stato tutto più difficile. Quando vai in Pakistan o in Himalaya, ci sono i portatori, il cuoco, un intero sistema che ti accompagna fino al campo base. In Patagonia invece ero solo. Durante il primo mese ho essenzialmente portato il materiale, non più di 25 kg alla volta, quindi facendo tanti giri. Anche la scalata in sé è più dura. La ricerca della via è molto difficile, soprattutto nella prima parte procedevo senza mai avere un riferimento preciso. In più la roccia non è bella, c’è tanta roba che si stacca. E poi, ovviamente c’è il meteo patagonico: la prima settimana è stata gestibile, la seconda davvero molto fredda.

Hai avuto modo di confrontarti con qualcuno che conoscesse già quella via? L’unico che mi ha davvero aiutato è stato Nico Favresse. Ci siamo fatti due ore di telefonata e mi ha dato un sacco di indicazioni. 

Che stile hai adottato per la salita? Ero partito con l’idea di fare un tentativo veloce, ma quando ho iniziato a portare il materiale, mi sono reso conto che solo i primi tiri mi avrebbero preso molto più tempo del previsto. In più, il meteo non era mai ottimale. Così ho adottato uno stile capsula. Nel primo mese e mezzo portavo il materiale fin sotto la parete e, quando avevo un po’ di tempo, fissavo uno o due tiri e tiravo su il saccone. A poco a poco, in piccole mezze giornate di lavoro, sono riuscito a portare tutto fino alla cengia. A quel punto ho aspettato una finestra di tempo decente e sono partito.

Su Eternal Flame avevi affrontato diversi imprevisti: maltempo, razionamento del cibo, assicuratore perso… Come è andata questa volta? Ogni giornata aveva il suo problema, piccolo o grande. Uno dei momenti più critici è stato all’ottavo tiro. È il più duro dell’artificiale, 7a+ e A3. Sono andato un po’ fuori via e per rientrare ho fatto un piccolo pendolo: con quei 2–3 metri di corda persi, quando sono arrivato in cima al tiro la corda era finita e la sosta era ancora tre metri sopra di me. Allora ho usato un pezzo di tag-line: l’ho collegata alla corda, mi sono tolto l’assicuratore e ho scalato statico sul cordino. Quando ero a 40 cm dalla sosta, però, il cordino era finito. L’unica soluzione è stata tirare fuori dall’imbrago le due longe regolabili, legarle insieme al cordino, agganciare tutto e arrivare in sosta facendo un passo su cliff e staffa – l’ultima protezione era dieci metri più sotto. E poi c’è stata la tormenta di neve mentre cercavo di fissare gli ultimi tiri, il problema con il portaledge che si è ribaltato, il telo che si è strappato…

Ecco, lì te la sei vista brutta: cosa è successo? Erano circa le 19.30 del dodicesimo giorno ed ero sotto al grande tetto al tiro 25, che pensavo fosse un posto riparato. C’era una tempesta pazzesca, con raffiche di vento fino a 100 km/h. Il portaledge era ancorato sia sopra che sotto con i tiranti, ma si muoveva tantissimo. Il vento spingeva da sotto ed era così forte che ha sfilato il palo che tiene tesa la struttura. Quando il palo è saltato, i tiranti si sono allentati e il portaledge si è ribaltato. Il telo si era già strappato, ha fatto effetto vela e in un attimo mi sono ritrovato sottosopra, con le cose che non erano legate a volare via. Ho avuto un paio di minuti in cui non sapevo cosa fare, poi ho agito. Ho fermato ciò che si muoveva. Ho tagliato con il coltello tutti i punti in cui era attaccato il telo, e ho chiuso il telo e il portaledge. Mi sono rimesso gli scarponi e ho infilato tutto quello che ho potuto nello zaino. Mi sono ricordato che due tiri più sotto c’era una piccola sporgenza. Le corde erano tutte fissate nei tiri sopra, l’unica che avevo era una corda da 60 metri. Mi sono calato con quella, ho raggiunto la sporgenza, mi sono messo nel sacco a pelo e ho cercato di passare la notte riparandomi da neve, vento e freddo. Ogni tanto mi addormentavo, ma dopo poco mi svegliavo sentendo i piedi strani. Continuavo a batterli, a massaggiarmi le gambe per far scorrere il sangue. Alla fine, ho avuto il solito congelamento di primo grado ai piedi.

Cosa hai provato in quelle ore? Fisicamente ero a pezzi. Ho avuto un minuto non proprio di panico, ma in cui ho riconosciuto che in mezzo a quella tempesta, senza un riparo, puoi non sopravvivere. Non avevo una soluzione pronta. La voglia di tornare a casa, il desiderio che non finisse tutto così, è stato ciò che mi ha riconnesso il cervello. La situazione si evolveva e io la gestivo pensando razionalmente a quello che stava succedendo. 

Passata la notte, hai scelto di proseguire la salita. È stata una decisione difficile? Sono rimasto in dubbio fino alla fine, perché quella notte mi aveva consumato. Al mattino ho cercato di asciugarmi, ma faceva ancora freddo. Ho deciso di risalire fino a dove avevo lasciato il portaledge, l’ho aperto, ho sciolto la neve, ho mangiato, bevuto – non lo facevo da quasi 24 ore. Nel pomeriggio, mentre cercavo di dormire, ho sentito che la temperatura si stava alzando. Sapevo ci sarebbe stata una finestra di bel tempo. Ho deciso di riposare ancora un po’ e vedere come mi sarei sentito. Alle 4 mi sono alzato e sono partito con le jumar. Facevo molta fatica. Ho unito il movimento al respiro, lentamente, e in qualche ora sono riuscito a risalire su tutte le statiche. All’alba sono arrivato al sacco. Ho tenuto solo lo zaino con piumino, cibo e acqua e ho continuato ad andare avanti senza pensare ad altro, se non a mangiare e bere qualcosa ogni ora. In cima è stato davvero bello. Il cielo era limpido, non faceva più freddo. E per la prima volta, arrivato dall’altra parte, ho visto un panorama tutto nuovo. 

La discesa invece com’è andata? Non me l’aspettavo, ma la corda era rovinata e alla prima calata i trefoli sono esplosi in due punti in cui erano già un po’ sfibrati. Mentre mi calavo ho guardato quasi per caso sotto il mio discensore e ho visto la corda completamente aperta. Ho fatto un nodo, ho spostato l’assicuratore e ho continuato, ma dopo altri dieci metri sull’altro lato della corda c’era lo stesso problema. Sono arrivato alla sosta con un nodo da una parte e uno dall’altra: ho recuperato a malapena 20 metri di corda. Ho tagliato e poi, per fortuna, le calate successive erano corte e avevo la rad-line da recupero, con cui ho fatto tre o quattro calate lasciando qualche chiodo e un po’ di materiale. Sono arrivato alle corde fisse e da lì sono sceso man mano recuperandole. Alle 18.30-19 ero al portaledge. Ho impacchettato tutto e ho continuato a scendere. Sono arrivato alla cengia del primo campo tra le 22 e le 23, ho dormito lì. Il giorno dopo sono arrivato giù verso le 17, con un paio di corde incastrate e una tagliata. Ho perso circa 150 metri di corda in totale.

A quali progetti ti dedicherai ora? Per ora non penso ad altre solitarie e non so se mi tornerà voglia di farne. A metà giugno torno in Pakistan con Silvia [Loreggian, ndr]. Nei primi otto anni della nostra relazione facevamo tutte le spedizioni insieme, poi abbiamo fatto un biennio di spedizioni separate e ci siamo entrambi resi conto che la nostra cordata è quella che può puntare a fare cose più difficili. Ci conosciamo così bene… Quando uno molla un attimo, c’è l’altro. E questo, secondo me, funziona molto bene.



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