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WORDS → Denis Piccolo

Pics → Achille Mauri

DATE → 2020-05-19

Pochi capi, massima funzionalità: Montura presenta la nuova linea Hero Vertigo, testata prima nell’innovativo terraXcube di Bolzano e poi ad alta quota, dove è pensata per affrontare condizioni estreme e variabili.

C’è un filo rosso che attraversa la storia di Montura: la ricerca ostinata di una via diversa, di un sentiero nuovo dove tecnica, passione e rispetto per la montagna possano convivere. È lo stesso filo che, negli anni, ha portato alla nascita di prodotti iconici come il pantalone Vertigo o la Operator Jacket, realizzata insieme agli elisoccorritori. Non semplici capi di abbigliamento, ma strumenti pensati con chi la montagna la vive davvero, ogni giorno, sotto la neve, nella nebbia, sospeso su una parete. Oggi quella visione si traduce in un progetto ambizioso: Vertigo, la nuova linea hero di Montura. Non una collezione come le altre, ma un sistema essenziale e completo: diciotto capi, sei chilogrammi in totale, un kit che sta in uno zaino e che promette di affrontare qualsiasi clima e qualsiasi quota. Pochi capi, massima funzione. L’idea alla base di Vertigo è semplice, quasi radicale: costruire un guardaroba ridotto all’osso, ma capace di affrontare tutte le variabili che la montagna presenta. Dai baselayer ultraleggeri alle giacche tecniche impermeabili, dai piumini impermeabili agli strati termici più innovativi, ogni pezzo dialoga con gli altri, componendo un sistema flessibile e adattabile. Non si tratta di inseguire mode o collezioni stagionali, ma di dare una risposta concreta a ciò che serve davvero a chi sale in quota. Ogni capo è stato disegnato per muoversi con il corpo, proteggere senza appesantire, resistere senza cedere. L’essenzialità diventa così una forma di libertà.

Ma come si testa un abbigliamento che promette di funzionare “ovunque, in qualsiasi momento dell’anno”? Montura ha scelto una strada inedita: portare la montagna dentro un laboratorio. Al terraXcube di Bolzano, centro di simulazione climatica di Eurac Research, è possibile riprodurre condizioni estreme: freddi polari a -40 °C, calore desertico a +60 °C, altitudini di 9.000 metri, bufere di neve, piogge torrenziali e venti fino a 100 km/h. Un ambiente controllato dove scienza e alpinismo si incontrano. Qui atleti come Nives Meroi, Romano Benet e Hervé Barmasse hanno indossato Vertigo in condizioni impossibili da ricreare altrove. Sensori biometrici hanno monitorato le loro reazioni: temperatura corporea, battito cardiaco, traspirazione. Non si è trattato solo di provare dei vestiti, ma di misurare scientificamente come l’uomo e l’equipaggiamento rispondono insieme agli elementi. Eppure, la montagna non si lascia rinchiudere in una stanza. Per questo, dopo il laboratorio, Vertigo è tornata nel suo habitat naturale: le pareti, le creste, le tempeste reali. Barmasse ha firmato la prima traversata invernale solitaria di tutte le cime principali del Gran Sasso, mentre Meroi e Benet hanno aperto una nuova via sull’Himalaya. Due sfide diverse, unite dallo stesso filo: mettere alla prova un sistema di abbigliamento che nasce per resistere al limite.

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