The Leopard of higher ground

WORDS → Francesca Robasto

DATE → 2026-07-17

15 giorni in parete e difficoltà fino al 7b per Siebe Vanhee, Sean Villanueva O’Driscoll e Symon Welfringer, autori di un’impresa d’altri tempi in Karakoram

Ci sono pareti che rimangono intrappolate nella mente degli alpinisti come nodi impossibili da sciogliere. Per Siebe Vanhee, la parete ovest del Tahu Rutum (6.651 metri, Karakoram) era diventata un’ossessione fin da quando, nel 2014, aveva ascoltato il racconto del leggendario tentativo in solitaria di Kyle Dempster.

Diciotto anni dopo quell’epica ritirata a un soffio dalla vetta, Vanhee, insieme a Sean Villanueva O’Driscoll e Symon Welfringer, atleta Millet, hanno chiuso il cerchio firmando una delle realizzazioni più straordinarie della stagione in alta quota: “The Leopard of Higher Ground”.

La linea, completata il 27 giugno 2026, si sviluppa per 1.500 metri lungo l’inviolata e severissima parete ovest del gigante pakistano. Finora la montagna contava una sola salita, effettuata da una spedizione giapponese nel lontano 1977 lungo un versante decisamente meno arcigno. L’estetica del successo del trio franco-belga risiede tutta nello stile. Rimasti in tre dopo il rientro forzato di Pete Whittaker a causa del mal di montagna, gli alpinisti hanno scelto di non aggirare l’ostacolo, ma di affrontarlo direttamente. Una decisione che li ha costretti a un lavoro massacrante: quindici giorni totali sulla montagna, trasportando portaledge, corde statiche e rifornimenti attraverso un dedalo di roccia friabile e canali di neve prima ancora di toccare la barriera finale.

«Abbiamo scelto la linea più ridicola, che nessun alpinista classico avrebbe mai considerato», ha commentato Vanhee, sottolineando l’approccio da veri big wallers applicato agli oltre seimila metri del Karakoram. Questa strategia d’assedio leggero si è rivelata vincente quando una violenta tempesta di neve li ha bloccati in parete per tre giorni, permettendo loro di resistere e ripartire non appena il meteo ha concesso una tregua. La sezione chiave è arrivata al dodicesimo giorno, sopra quota 6.200 metri: una sequenza di tiri verticali e strapiombanti liberati interamente fino al 7b, in condizioni di totale isolamento e aria rarefatta. Nemmeno il brivido di una corda di recupero parzialmente tagliata da una lama di roccia durante le manovre con i sacconi ha fermato la spinta dei tre.

Il nome scelto per la via è una dedica profonda: un tributo alla lingua locale (in cui Tahu Rutum significa ”la casa del leopardo delle nevi”) e a Dempster, il cui ricordo ha guidato la squadra tra le pieghe di una parete che, da oggi, ha una nuova, magnifica storia da raccontare.

Un’avventura epica che merita di essere sviscerata: a breve scaveremo ancora più a fondo tra i segreti di questa incredibile salita.

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