The North Face presenta Chasing Shadows
WORDS → Chiara Beretta
DATE → 2026-04-01
Superstar dell’alpinismo contemporaneo, Benjamin Védrines nel 2024 ha stabilito il nuovo record di velocità per la salita al K2: 10 ore, 59 minuti e 59 secondi. Un’impresa eccezionale raccontata nel nuovo documentario “K2 – Chasing Shadows”, presentato da The North Face.
Si è chiuso con una menzione speciale ai Piolets d’Or lo straordinario 2025 dell’alpinista francese Benjamin Védrines. Il prestigioso premio ha voluto onorare i più recenti progetti alpini dell’atleta The North Face di 33 anni, che è ormai diventato a tutti gli effetti una stella dell’alpinismo contemporaneo per i suoi record e le sue imprese sia sulle Alpi, sia sulle vette più alte della Terra. Solo nel 2025 Védrines ha, tra le altre cose, salito in solitaria la via Base sul Petit Dru e battuto il record di velocità di salita e discesa da Chamonix al Monte Bianco, detenuto da Kilian Jornet. In Nepal, con l’alpinista Nicolas Jean, ha invece aperto una nuova via in stile alpino sull’inviolata parete nord-est dello Jannu East, 7.468 metri. Sempre in Himalaya Védrines ha realizzato un’altra delle imprese che lo hanno definitivamente reso un gigante dell’alpinismo. Il 28 luglio 2024 il francese ha infatti stabilito il nuovo record di velocità di salita al K2, che ha realizzato in 11 ore (o meglio, per essere precisi: 10 ore, 59 minuti e 59 secondi). Un risultato eccezionale che polverizza il precedente primato di circa 23 ore stabilito negli anni Ottanta. L’alpinista è partito dal campo base avanzato a 5.350 metri e ha raggiungo gli 8.611 metri della seconda montagna più alta al mondo, il tutto senza usare ossigeno supplementare e compiendo poi la discesa in parapendio. Proprio questa impresa è al centro del nuovo documentario “K2 – Chasing Shadows”, presentato da The North Face.
Benjamin, ricordi la prima volta che hai visto il K2? Che effetto ti ha fatto? Sì, era il 2022, durante la mia prima spedizione sopra gli 8.000 metri. L’obiettivo era il Broad Peak, ma il K2 era lì, imponente. Era più impressionante di qualsiasi altra montagna avessi visto, ma anche incredibilmente bello ed elegante. Da quel momento ho capito che un giorno avrei voluto scalarlo. Il Broad Peak era un passaggio necessario, ma nella mia testa il K2 era già il passo successivo, anche se non sapevo quando né come. Curiosamente, qualche anno prima avevo rifiutato un invito di Francois Cazzanelli a salire il K2: il Collo di Bottiglia e i noti pericoli di quella montagna mi spaventavano molto. Eppure, inconsciamente, il desiderio era già lì.
L’ascesa al Broad Peak è avvenuta nel tempo record di 7 ore e 28 minuti. Anche per il K2 hai pensato da subito a una salita in velocità? Sì. Sulla via normale è quasi naturale pensare a una salita veloce. Dopo il Broad Peak tutto si è chiarito: quel tipo di approccio era quello giusto anche per il K2. In quel periodo sognavo già l’Everest, che è ancora oggi importante per me, ma il Broad Peak era il primo passo e il K2 il secondo.
Il tuo primo tentativo di salita al K2, nel 2022, è fallito a causa di una grave ipossia. Considerando questa prima esperienza, come ti sei preparato per il tentativo successivo? Dopo quell’esperienza ho deciso di aspettare una stagione. Nel 2023 mi sono concentrato su un altro obiettivo, il Nanga Parbat, con meno pressione. Nel 2024 ho ripreso in mano il progetto K2 insieme al mio allenatore fisico, Léo Viret, deciso a cambiare approccio. La grande novità è stata la preparazione mentale, che ho iniziato mesi prima della partenza, con Fabien Dupuis. All’inizio ero scettico: avere un mental coach non è così comune nel mondo dell’alpinismo. Ma è stato fondamentale. Mi ha permesso di esplorare la mia mente tanto quanto alleno il corpo.
Il lavoro con il mental coach è rimasto una parte della tua preparazione durante tutto l’anno? Assolutamente sì. Non si può separare la preparazione fisica da quella mentale. A un certo livello, migliorare fisicamente diventa sempre più difficile: è la mente che fa la differenza. Nell’alpinismo, dove le conseguenze delle decisioni possono essere estreme, questo è ancora più vero.
Qual è l’aspetto mentale per te più difficile da gestire? L’attrazione verso la montagna. È fortissima, quasi magnetica. E poi c’è l’ego: il desiderio di riprovarci, la paura di fallire di nuovo. Dopo il mio incidente sul K2 nel 2022, tornare su quella montagna era spaventoso. Non sapevo se la mia mente fosse pronta. Avevo molte domande e pochissime risposte, e ho dovuto lavorare molto su questo.
Com’è stato raggiungere la vetta nel 2024? Ho provato incredulità. Le 11 ore di salita sono quasi un dettaglio: il tempo non era l’obiettivo. La cosa più importante era arrivare in cima e, soprattutto, attraversare il punto dell’incidente del 2022. Avevo un’amnesia totale su quel tratto e tornare lì mi ha permesso di ricostruire mentalmente ciò che era successo.
Quando scegli a quale progetto dedicarti, la possibilità di battere un record di velocità ha un peso? Ti motiva? No, sul K2 il record precedente era molto datato e fatto con mezzi completamente diversi, d’altronde erano gli anni Ottanta: non era una sfida diretta. Su altre montagne, come il Monte Bianco, andando il più veloce possibile mi interessa invece capire i miei limiti come atleta. Però non faccio gare ufficiali: amo la libertà. Le competizioni impongono date, condizioni e stress che non riesco a gestire bene. Preferisco adattarmi alla natura.
Insomma, ti trovi meglio a competere solo con te stesso invece che con gli altri. Sì, decisamente. Da solo rendo molto di più. Con gli altri mi sento più fragile, mentre quando sono solo riesco a trovare una forza interiore che non so spiegare del tutto. C’è una parte di mistero in questo, ed è giusto che resti tale.
Perché hai scelto di scendere dal K2 in parapendio? Perché è bellissimo e rappresenta una forma di libertà assoluta. Ho imparato a volare proprio per evitare le discese a piedi, che per gli alpinisti sono spesso la parte peggiore. Ma non è più facile: richiede anni di allenamento e sul K2 ogni errore può essere fatale. È un elemento che aggiunge complessità, impegno e bellezza all’esperienza.
Come scegli l’attrezzatura per l’alpinismo veloce? È una ricerca costante di equilibrio tra leggerezza e sicurezza. Ogni grammo conta. Tolgo etichette, modifico lampade frontali, personalizzo tutto. Fa parte della prestazione. Sul K2, senza un lavoro maniacale sull’attrezzatura, non ce l’avrei fatta.
A ottobre 2025 hai realizzato la prima salita del Jannu East in Nepal, in stile alpino. Che valore ha per te questo approccio? Enorme. Lo stile alpino rappresenta i valori con cui sono cresciuto da ragazzo: autonomia, impegno, essenzialità. È il DNA dell’alpinismo puro. Il Jannu East, per me, è persino più importante del K2. Il K2 è stato un percorso molto personale, di crescita umana. Il Jannu East, invece, rappresenta ciò che sono come alpinista. È quasi sacro.
Nel suo ultimo libro Simone Moro dice che il vero alpinismo esplorativo oggi non può più essere più fatto sugli Ottomila, come è accaduto in passato, ma piuttosto sulle vette minori ancora inesplorate. Sei d’accordo? No, ci sono ancora grandi pareti inesplorate sugli Ottomila. Anche l’Everest, se salito davvero in stile alpino, resta una sfida enorme: pochissime persone l’hanno fatto. L’esplorazione esiste ancora, ma richiede un livello di impegno altissimo.
A cosa stai lavorando ora? Ti stai preparando per qualche progetto? Dopo un periodo molto intenso tra spedizioni, media e il tour per il film sul K2, ora ho bisogno di riposo e concentrazione. Il prossimo progetto è ancora segreto, ma sarà un’avventura in montagna.














